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	<title>ages of rock</title>
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	<description>Recensioni e pensieri sulla Musica Rock di tutti i tempi</description>
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		<title>Bruce Springsteen Wrecking Ball 2012</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Feb 2012 17:30:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Max</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’ennesimo, atteso e gradito capitolo del Boss ! L’ultimo nel quale purtroppo sarà possibile ascoltare le note del sax di Clarence Clemmons, scomparso recentemente. Oramai piuttosto stempiato, con la sua fida Telecaster a tracolla, il rocker del New Jersey rilascia Wrecking Ball, album n.17 in studio di una lunga e fulgida carriera. Grande è l’attesa anche [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=agesofrock.wordpress.com&amp;blog=28292628&amp;post=1555&amp;subd=agesofrock&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://agesofrock.files.wordpress.com/2012/02/front4.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1558" title="front" src="http://agesofrock.files.wordpress.com/2012/02/front4.jpg?w=300&#038;h=300" alt="" width="300" height="300" /></a>L’ennesimo, atteso e gradito capitolo del <strong>Boss</strong> ! L’ultimo nel quale purtroppo sarà possibile ascoltare le note del sax di Clarence Clemmons, scomparso recentemente. Oramai piuttosto stempiato, con la sua fida Telecaster a tracolla, il rocker del New Jersey rilascia <strong>Wrecking Ball</strong>, album n.17 in studio di una lunga e fulgida carriera. Grande è l’attesa anche per il tour che toccherà l’Italia nel mese di giugno e dunque questo nuovo album casca a pennello per valutarne in anteprima le potenzialità.</p>
<p>Musicista ormai di lungo corso che ha attraversato nel suo percorso varie fasi; sfacciatamente rock, intimista e triste (aggiungerei a più riprese) e poi ancora quella che rappresenta l’ultima e più recente stagione, fatta di un rock più maturo e consapevole, forse meno di impatto ma sempre dai testi importanti e rivolti assolutamente ai temi più di attualità.</p>
<p>Come sempre, quando mi trovo a parlare di musicisti di questo calibro, ho ancora come un malcelato senso di impotenza davanti all’evidenza del tempo che trascorre, anche per le rockstar. Spesso purtroppo questo coincide con un appannamento dei contenuti musicali, peraltro comprensibile; nel caso di <strong>Bruce Springsteen </strong>la regola vale a metà, nel senso che se è vero che da anni a questa parte raramente sforna gioielli riesce comunque a mantenere un livello medio-alto della sua musica. Wrecking Ball conferma il trend e anzi, a parer mio,  poco ha da invidiare alle uscite precedenti, Working on a Dream (2009) e Magic (2007).<span id="more-1555"></span></p>
<p>Undici brani di rock americano, rock della provincia, della strada, dei perdenti e della consueta galleria di personaggi che Springsteen illustra dal lontano 1973, suonato come sempre con passione ed intensità; accompagnato dalla fida <strong>E Street Band </strong>e da un nutrito manipolo di ospiti e collaboratori, tra i quali mi preme ricordare Steve Jordan, Tom Morello (!), il sassofonista Stan Harrison. In più la New York String Section completa il roster con la sua orchestrazione in tre pezzi. Co-produce e suona Ron Aniello.</p>
<p>Come accennato i testi fanno espliciti riferimenti alle difficoltà economiche odierne, alle guerre, al disastroso uragano Katrina; sono fatti di preghiere e di proteste contro palesi ingiustizie. Tutti temi non nuovi per il Boss ma che gli fanno onore e ne testimoniano la coerenza; trattati sempre con amarezza,  ironia e talvolta sarcasmo.</p>
<p>Il singolo <strong>We Take Care of Our Own </strong>introduce all&#8217;ascolto del disco, fitto fraseggio tra la voce del chitarrista e la band, un tipico rock cadenzato in stile Springsteen. Assolutamente niente di nuovo o sconvolgente, i consueti chorus di Patti Scialfa e gli archi dell&#8217;orchestra: ma la sua forza sta proprio qua, nell&#8217;integrità, nella sua intrinseca genuinità.</p>
<p>Discorso che si può estendere anche alla successiva <strong>Easy Money</strong>, traccia dalla musicalità completamente differente, quasi country-gospel. Bruce imbraccia il banjo per offrirci con il suo accompagnamento l&#8217;ennesimo spaccato di quell&#8217;America che non è solo New York e le grandi metropoli. Un arrangiamento davvero corale, con tanto di inserto solista di violino, lo rende totalmente &#8220;american&#8221;. Alle pelli in questo caso il grande <strong>Steve Jordan </strong>(John Mayer, Pino Palladino).</p>
<p><strong>Shackled and Drawn </strong>si muove anch&#8217;essa sulle stesse frequenze, implementata come la precedente dalla prestazione del Victorious Gospel Choir. Traccia dai contorni un pò tenui, forse una inutile ripetizione di Easy Money.</p>
<p><strong></strong>A risollevare le sorti del lavoro arriva <strong>Jack of All Trades,</strong> amara e drammatica ballata cantata al piano con la usuale passione da Bruce. Questo episodio vede la partecipazione di Tom Morello alla chitarra mentre il sax è suonato da Stan Harrison. Il suono marziale e denso di una tromba in sottofondo punteggia alcuni passaggi del brano che ritengo sia uno dei più interessanti. Molto ispirato e di sostanza il solo di Morello nel finale.</p>
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<p><strong>Death to my Hometown </strong>si presenta come una danza celtica, lontani echi di cornamuse riprodotti da fiati e tastiere. Un brano arrabbiato e dispiaciuto verso il proprio Paese, del quale evidentemente Springsteen va fiero ma al contempo non ne condivide varie politiche.</p>
<p>Un altro episodio bello e significativo è senz&#8217;altro rappresentato da <strong>This Depression</strong>, bella e pregnante ballad in cui il Boss con il suo inconfondibile timbro racconta della perdita del lavoro e delle sue drammatiche conseguenze, argomento purtroppo di triste attualità. Notevoli i suoni quasi disperati della chitarra che caratterizzano e colorano il brano.</p>
<p>La title-track rimane uno dei passaggi meglio concepiti e riusciti. Trascinante e meno amara delle precedenti è un&#8217; accorata esortazione affinchè quella &#8220;palla da demolizione&#8221; distrugga e porti via con sè tutte le iniquità sociali ed economiche che affliggono pesantemente gli States. Risulta evidente il tormento del musicista e dell&#8217;uomo deluso, in parte almeno, dalla politica e i risultati del governo Obama. A occhio comunque sarà uno dei nuovi cavalli di battaglia on stage anche se&#8230;Clemmons purtroppo non potrà essere della partita.</p>
<p><strong>You&#8217;ve Got It </strong>è un&#8217;altra ballata che comincia con un&#8217; intro acustica per &#8220;elettrificarsi&#8221; poco dopo. Una canzone d&#8217;amore abbastanza a sè all&#8217;interno del plot ma della quale si sentiva fortemente il bisogno. Un anelito di felicità in mezzo a tanta negatività e tristezza, un gancio al quale aggrapparsi, grazie alla voce del Boss e a magnifici intarsi dell&#8217;elettrica.</p>
<p><strong>Rocky Ground </strong>è forse la traccia più atipica, dove peraltro su di un ritmo piuttosto sincopato, quasi hip-hop, il canto di Bruce si alterna o sovrappone a quello della brava Michelle Moore, su un tappeto a più voci in sottofondo preparato dal coro gospel.</p>
<p>Veniamo al brano che più mi è piaciuto, sto parlando di <strong>Land of Hope and Dreams</strong>, dove la presenza del grande amico Clarence è puntuale e straripante nella sua parte. Come la title track non è un pezzo inedito, pur se è stato decisamente rivisto e ri-arrangiato. Rivolgendomi in particolare agli amanti di Bruce dico che in questo caso, più delle parole, conta l&#8217;ascolto. Si ritrovano lo Springsteen e la E Street Band più apprezzati, tutta grinta e cuore. Senza dubbio lo individuo come un altro passaggio live fondamentale.</p>
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<p><strong>We are Alive </strong>completa il disco; brano acustico e poi dallo strano andamento stile mariachi messicano, è un invocazione al rispetto per le persone decedute e quindi per il loro lavoro e la loro vita, vissuta comunque facendo sacrifici e tra tante difficoltà. Un invito dunque a ricordare.</p>
<p>Non si tratta certo del più bel disco di Springsteen; è un lavoro composito, che vede il musicista incazzato (mi si passi il francesismo) forse come mai negli anni precedenti. Un album che sicuramente sconta anche una visione delle cose più amara, che non può essere quella di un ventenne ma che si mantiene comunque su un buono standard qualitativo. Come detto ci sono all&#8217;interno degli ottimi episodi, manca il diamante grezzo. La cosa più importante però è che il Boss ci sia ancora e continui a raccontarci le sue storie.</p>
<p>Max</p>
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		<title>Dream Theater Palasport Evangelisti Perugia 22 Febbraio 2012</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Feb 2012 12:15:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Max</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Dream Theater]]></category>
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		<description><![CDATA[Grande evento ieri sera al Palasport Evangelisti di Perugia per l&#8217;ultima delle tre date italiane dei Dream Theater ! Non era certo la prima volta che assistevo ad un loro show ma in questa occasione, oltre al piacere di ascoltare dal vivo l&#8217;ultimo album, fatalmente i miei occhi e le mie orecchie erano puntate sul nuovo batterista [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=agesofrock.wordpress.com&amp;blog=28292628&amp;post=1524&amp;subd=agesofrock&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grande evento ieri sera al <strong>Palasport Evangelisti</strong> di <strong>Perugia </strong>per l&#8217;ultima delle tre date italiane dei <strong>Dream Theater</strong> ! Non era certo la prima volta che assistevo ad un loro show ma in questa occasione, oltre al piacere di ascoltare dal vivo l&#8217;ultimo album, fatalmente i miei occhi e le mie orecchie erano puntate sul nuovo batterista <strong>Mike Mangini</strong>. Di questo in particolare però tratterò più avanti.</p>
<p>In un Palasport pieno ma non gremito all&#8217;inverosimile l&#8217;onore di inaugurare la serata è toccato ai <strong>Periphery</strong> , giovane band proveniente dal Maryland che ha al proprio attivo già tre album in ambito prog-metal. Indubbiamente il fatto che  non ne conoscessi assolutamente il repertorio non mi ha giovato ma, complice l&#8217;acustica piuttosto discutibile dell&#8217;impianto e  la presenza contemporanea di tre chitarristi (dei quali due con strumenti anche a 8 corde), il risultato. a mio vedere, non è stato proprio esaltante.</p>
<p>Preceduti dalla solenne intro Dream is Collapsing di Hans Zimmer i cinque sono saliti sul palco in un&#8217;atmosfera a dir poco elettrica. Questa la scaletta :</p>
<p>Bridges in the Sky/6:00/Build me Up,Break me Down/Surrounded/The Dark Eternal Night/Drum solo/A Fortune in Lies/Outcry/Wait for Sleep/Far from Heaven/On the Backs of Angels/War Inside my Head/The Test that Stumped Them All/The Spirit Carries on/Breaking All Illusions. Come encore hanno suonato As I Am.<span id="more-1524"></span></p>
<p>Pronti via e si parte con <strong>Bridges in the Sky</strong>, uno dei brani migliori dell&#8217;ultimo album. Grande opener, niente da dire: potenza allo stato puro, vedo un Labrie tornato in forma fisicamente, notevolmente dimagrito. La voce si deve scaldare ma i segnali sono da subito positivi. Mangini potente ma misurato. John Myung suonerà quasi tutta la serata con il basso a sei corde ed è un gran bel sentire.</p>
<p>A ruota sparano <strong>6:00 </strong>(tratta da Awake) e la macchina procede a gran ritmo; l&#8217;impatto con il muro del suono Dream Theater è inalterato nonostante il cambio dietro le pelli. Noto con piacere nel frattempo che le sonorità all&#8217;interno del palasport sono migliorate e questo contribuisce a scaldare l&#8217;ambiente.</p>
<p>Se con Bridges il pubblico aveva preso a cantare da subito, con <strong>Build me Up, Break me Down </strong>il canto è diventato un tuttuno con quello di Labrie. Certamente si tratta del pezzo più semplice contenuto su A Dramatic Turn of Event ma devo segnalare con piacere che Labrie, oltre alla forma fisica, pare avere recuperato anche quella vocale. Comincio a notare pure che Petrucci e Rudess si concedono al solito parti solo di gran tecnica ma ho come l&#8217;impressione che l&#8217;auto-indulgenza sia calata e questo fa solo bene alla band.</p>
<p>Una <strong>Surrounded </strong>evocativa e suonata con grande intensità scatena l&#8217;entusiasmo all&#8217;interno del palazzetto; resta uno dei cavalli di battaglia del gruppo. John Myung conferma le sensazioni avute ascoltando l&#8217;ultimo lavoro, il suo apporto e persino la sua presenza sulla scena si sono fatte molto più decisive.</p>
<p>La temperatura è già molto alta e ad accrescerla giunge la potentissima <strong>The Dark Eternal Night</strong>, brano tratto da Systemathic Chaos (il lavoro che forse ho meno apprezzato). La sopresa consiste nel riuscire ad gustarne appieno tutta la forza d&#8217;urto senza che la band dilati oltremisura il pezzo, unico difetto che in passato ho imputato ai loro live-set.</p>
<p>A questo punto tocca al solo di batteria di Mike Mangini; durata non eccessiva evitando dunque di divenire noioso, tecnica, velocità e fantasia. Interessantissime le immagini che ritraevano entrambi i piedi in azione sulle casse: da non credere ! Inutile a mio parere tentare il paragone con Portnoy, due top drummer anche se non proprio identici.</p>
<p>Il rientro della band sul palco coincide con <strong>A Fortune in Lies</strong>, dal primo album datato 1989. Song al solito potentissima ma che sconta a mio parere ancora l&#8217;immaturità della band in quella fase. Piacevole comunque da riascoltare dopo diverso tempo. Curiosità da evidenziare è che si tratta del primo pezzo appartenente al primo disco.</p>
<p>Con un lungo salto temporale torniamo alla stretta attualità con <strong>Outcry</strong>, la traccia probabilmente più articolata e forse ostica dell&#8217;ultimo Cd. La resa on stage le rende giustizia e comunque resta uno dei brani che più richiedono attenzione dell&#8217; intero lotto. Nel frattempo trovo ennesima conferma al fatto che i Dream sono uno di quei gruppi che riesce incredibilmente a suonare live come in studio. Non è prerogativa di tutti.</p>
<p>Dopo questa folle corsa c&#8217;è necessità di tirare il fiato e puntualmente arriva un&#8217;accoppiata da brivido, <strong>Wait for Sleep </strong>e <strong>Far from Heaven.</strong> Due stupende ballate distanti tra loro nel tempo; nella prima Labrie canta accompagnato da Rudess al piano mentre nella seconda si aggiunge Myung al basso, appoggiato ad uno sgabello. Luci soffuse contribuisco a creare emozioni.</p>
<p>L&#8217; intimità viene nuovamente spezzata, questa volta da una sorta di trittico composto dall&#8217;ottima e trascinante <strong>On the Backs of Angels </strong>unita a <strong>War Inside my Head </strong>e <strong>The Test that Stumped them All</strong> suonate tra loro quasi senza soluzione di continuità. Ancora una volta il suono degli americani è vibrante e massivo, ci sono inevitabilmente spazi solistici ma, di nuovo, senza certi eccessi del passato. La tecnica personalmente è da me venerata, a patto che non diventi fine a sè stessa.</p>
<p>Giunge poi il momento forse più emozionale, uno di quegli episodi che hanno il potere di calamitare e condensare al loro interno l&#8217;evento stesso: <strong>Spirit Carries On</strong>. Uno di quei pezzi che ancora oggi (non sono molti) riesce a farmi venire la pelle d&#8217;oca. Solo di Petrucci: SenzaVoto. Voce di Labrie: Senza Voto. In una parola : La Ballad !!!</p>
<p><strong>Breaking All Illusions</strong>, il brano che più mi è piaciuto da A Dramatic Turn of Event, conclude il concerto ed è un finale davvero pirotecnico; i DT dimostrano di avere ancora molta benzina nel serbatoio e ne eseguono una versione tirata ed appassionante, fantastica.</p>
<p>Non può mancare un encore e questa volta l&#8217;onore tocca a <strong>As I Am</strong>, che ben presto si trasforma in un&#8217; apoteosi, dove tutto il pubblico canta con Labrie e la band sprigiona entusiasmo; una chiusura fantasmagorica che lascia in ognuno una profonda gioia per esserci stati.</p>
<p>Durante il viaggio di ritorno, in autostrada, vengono facili le considerazioni : l&#8217;ingresso di Mangini ha cambiato qualcosa in effetti nelle dinamiche on stage del gruppo; sia nella gestione-esecuzione dei brani che nell&#8217;atteggiamento. Forse finalmente Petrucci &amp; Co. hanno deciso di limare quegli eccessi di virtuosismo dei quali non necessitano, anche perchè le loro capacità, singole e di gruppo, sono fuori discussione. Il drummer da parte sua è meno estroverso e gigione sul palco rispetto a Portnoy. Più essenziale, asciutto, sintetico se posso usare questo termine. Questo aspetto ho l&#8217;impressione sia diventato più parte integrante dell&#8217;insieme con indubbio beneficio e i sorrisi sinceri tra i musicisti credo ne siano conferma.</p>
<p>Lunga vita ai Dream Theater.</p>
<p>Max</p>
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		<title>UFO  Seven Deadly 2012</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Feb 2012 18:50:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Max</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Vinnie Moore]]></category>

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		<description><![CDATA[Si fa presto a dire ventuno&#8230;ma ventuno album sono davvero tanti per una carriera longeva come poche. Esce dunque Seven Deadly, ultima fatica degli UFO, storica hard rock band cui tra le altre cose è stato riconosciuto il merito di avere influenzato grandi gruppi quali  Iron Maiden e pure  Metallica. Il loro disco di esordio risale al lontano 1970, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=agesofrock.wordpress.com&amp;blog=28292628&amp;post=1497&amp;subd=agesofrock&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://agesofrock.files.wordpress.com/2012/02/front3.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1520" title="front" src="http://agesofrock.files.wordpress.com/2012/02/front3.jpg?w=300&#038;h=300" alt="" width="300" height="300" /></a>Si fa presto a dire ventuno&#8230;ma ventuno album sono davvero tanti per una carriera longeva come poche. Esce dunque <strong>Seven Deadly</strong>, ultima fatica degli <strong>UFO</strong>, storica hard rock band cui tra le altre cose è stato riconosciuto il merito di avere influenzato grandi gruppi quali  Iron Maiden e pure  Metallica. Il loro disco di esordio risale al lontano 1970, hanno attraversato varie fasi tra le quali la più felice forse va identificata nel periodo nel quale militava tra le loro fila il grande chitarrista tedesco Michael Schenker. Scioglimenti e reunion si sono alternati negli anni così come elementi di spicco del panorama rock: cito tra gli altri il grandissimo bassista americano Billy Sheehan, Aynsley Dunbar e, buon ultimo, Jason Bonham. In sostanza però, ove si eccettui per l&#8217;ottimo Obsession (1978, con Schenker alla chitarra) non hanno mai raggiunto le vette del successo o perlomeno, non quelle delle charts internazionali. Questo resta per certi versi un pò un mistero anche se la contemporaneità con band quali Deep Purple e Led Zeppelin dapprima ne pregiudicò l&#8217;ascesa; le cose cambiarono in meglio verso la fine dei &#8217;70 come detto ma poi, al momento di spiccare il salto decisivo, evidentemente alla band inglese è mancato qualcosa.<span id="more-1497"></span></p>
<p>Ancora oggi l&#8217;immarcescibile <strong>Phil Mogg</strong>, graffiante voce e front-man, il batterista <strong>Andy Parker </strong>ed il tastierista <strong>Pa</strong><strong>ul Raymond </strong>costituiscono l&#8217;ossatura, lo zoccolo duro del gruppo, presenti sin dall&#8217;esordio (in alcuni casi con delle pause). Il cerchio si chiude con l&#8217;eccezionale chitarra di <strong>Vinnie Moore</strong>, guitar hero americano in forza dal 2004.</p>
<p>Il capitolo precedente (The Visitor,2009) aveva mostrato un gruppo ancora vitale e se ce n&#8217;era bisogno <strong>Seven Deadly </strong>conferma queste impressioni. Tre quarti d&#8217;ora di hard rock sanguigno e sincero che scorrono via veloci e con soddisfazione. Un rock senza troppi fronzoli, da sempre intriso nella sua matrice di blues, fatto di passaggi più caldi e cadenzati oppure di ritmi più heavy ed aggressivi, senza mai perdere di vista il legame con la melodia.</p>
<p>Su tutti, ancora una volta, svettano la voce di Mogg e la chitarra a tratti devastante di Vinnie Moore ; il singer con l&#8217;età ha indubbiamente smarrito un pò di potenza ma in compenso ha acquisito una timbrica ancora più calda, che conferisce ad ogni brano una patina blueseggiante davvero apprezzabile. Su Moore credo ci sia poco da aggiungere oltre a quanto già conosciuto riguardo la prodigiosa tecnica ; da sempre devoto al timbro &#8220;blackmoriano&#8221; lo ha, se possibile, attualizzato ed evoluto.</p>
<p>Dieci brani in tutto, corroborati da due bonus, compongono il Cd; tutti al solito frutto di sudore, rock e tanta passione. Difficile individuare i più pregnanti perchè tutto il disco è di buon livello. Forse faccio prima ad indicare il brano che mi ha meno convinto, cioè  l&#8217;opener <strong>Fight Night</strong>, piuttosto scontata anche se impreziosita da un gran solo di Moore.</p>
<!--YouTube Error: bad URL entered-->
<p>Voglio evidenziare invece un trittico in sequenza: <strong>Wonderland</strong>, <strong>Mojo Town</strong> e <strong>Angel Station </strong>(avvolgente ballad). Rappresentano un pò l&#8217;essenza degli UFO perchè ne racchiudono tutte le peculiarità. Rock duro, serrato, mai dimentico della lezione blues ma trapuntato dagli interventi solistici, talvolta heavy, di un grande chitarrista. Una ritmica generosa e puntuale, non incline a grandi tecnicismi, ma tenace e precisa nel supportare ogni brano. Su tutti la voce di un ottimo front-man che a dispetto delle 64 primavere sa ancora guidare la sua band con lo stesso piglio dei bei tempi.</p>
<p>Come nel caso dei Black Country Communion non è un album diretto ai patiti del metal e delle sue diramazioni più moderne e/o estreme; Seven Deadly vuole un ascolto più &#8220;di pancia&#8221;, lontano dalla freddezza di alcune uscite odierne. Non ci troverete velocità supersoniche, virtuosismi, ritmiche sparate a raffica perchè&#8230;non appartengono agli UFO. Solo del vecchio e ancora valido hard rock.</p>
<p>Max</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/agesofrock.wordpress.com/1497/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/agesofrock.wordpress.com/1497/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/agesofrock.wordpress.com/1497/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/agesofrock.wordpress.com/1497/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/agesofrock.wordpress.com/1497/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/agesofrock.wordpress.com/1497/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/agesofrock.wordpress.com/1497/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/agesofrock.wordpress.com/1497/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/agesofrock.wordpress.com/1497/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/agesofrock.wordpress.com/1497/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/agesofrock.wordpress.com/1497/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/agesofrock.wordpress.com/1497/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/agesofrock.wordpress.com/1497/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/agesofrock.wordpress.com/1497/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=agesofrock.wordpress.com&amp;blog=28292628&amp;post=1497&amp;subd=agesofrock&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Steve Hogarth &amp; Richard Barbieri  Not the Weapon but the Hand 2012</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Feb 2012 13:58:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Max</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni Uscite 2012]]></category>
		<category><![CDATA[Chris Maitland]]></category>
		<category><![CDATA[Electronic]]></category>
		<category><![CDATA[Marillion]]></category>
		<category><![CDATA[New Prog]]></category>
		<category><![CDATA[Not the Weapon but the Hand]]></category>
		<category><![CDATA[Porcupine Tree]]></category>
		<category><![CDATA[Richard Barbieri]]></category>
		<category><![CDATA[Steve Hogarth]]></category>

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		<description><![CDATA[Questo è un disco che per vari motivi attendevo con molta curiosità, il mondo dei Marillion si incrocia con quello dei Porcupine Tree; il cantante Steve Hogarth insieme al tastierista Richard Barbieri rilasciano Not the Weapon but the Hand, uscita molto interessante che credo lascerà spazio a varie considerazioni. Tralasciando i curricula musicali dei due, oramai noti [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=agesofrock.wordpress.com&amp;blog=28292628&amp;post=1462&amp;subd=agesofrock&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://agesofrock.files.wordpress.com/2012/02/front2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1491" title="front" src="http://agesofrock.files.wordpress.com/2012/02/front2.jpg?w=300&#038;h=300" alt="" width="300" height="300" /></a>Questo è un disco che per vari motivi attendevo con molta curiosità, il mondo dei <strong>Marillion </strong>si incrocia con quello dei <strong>Porcupine Tree;</strong> il cantante <strong>Steve Hogarth </strong>insieme al tastierista <strong>Richard Barbieri </strong>rilasciano <strong>Not the Weapon but the Hand</strong>, uscita molto interessante che credo lascerà spazio a varie considerazioni. Tralasciando i curricula musicali dei due, oramai noti ai più, è importante rilevare come anche il resto della formazione sia piuttosto composito. Se da un lato troviamo <strong>Chris Maitland</strong>, primo batterista dei PT , da un altro troviamo Arran Ahmun (già batterista di John Martyn !) e al basso il longevo Danny Thompson, membro fondatore dei Pentangle (!), che in carriera vanta un numero pressochè infinito di collaborazioni. A chiudere il cerchio Dave Gregory, chitarrista storico degli XTC (!) che in passato ha lavorato pure su alcuni album dei PT. <span id="more-1462"></span></p>
<p>Dunque una formazione alquanto eterogenea, con provenienze tra le più disparate (folk, new wave) e che trova comunque in un modo o in un altro un fil rouge, rappresentato dalle due band madri, Marillion e Porcospini. Non va dimenticata poi l&#8217;antica appartenenza di Barbieri ai Japan perchè come vedremo, anche questo si dimostrerà all&#8217;ascolto un ulteriore elemento da valutare.</p>
<p>Il disco è composto, strutturato, a vari livelli da tutte queste esperienze e sonorità e dunque per certi versi è abbastanza sorprendente; non si tratta di un tentativo puro e semplice di  &#8221;fusione&#8221; del sound dei due gruppi di provenienza, c&#8217;è dell&#8217;altro. I due mettono in campo sonorità e timbri (nel caso di Hogarth) che vanno aldilà dei confini abituali, si spingono in un territorio che se confina con il proprio di certo lo travalica. Non è un lavoro immediato e diretto, non è puramente emozionale ma allo stesso momento non fa ricorso ad esasperati tecnicismi. Come un buon vino d&#8217;annata va assaporato lentamente e lentamente si fa scoprire, svelandosi a poco a poco.</p>
<p>Sono otto le tracce che lo compongono per trequarti d&#8217;ora di una musica di atmosfera, abbastanza intimista che però non si chiude mai nello stretto recinto dell&#8217; <strong>electronic</strong> o, peggio, scivola in un ambient ormai trita e ritrita. Ogni componente della formazione fornisce e fa percepire bene il proprio contributo.</p>
<p><strong>Red Kite </strong>è il brano di apertura, introdotto da un lieve ed ipnotico arpeggio al piano di Barbieri sul quale si innesta il cantato inconfondibile di Hogarth. La voce dei Marillion abbraccia il pezzo con tonalità sommesse, talvolta quasi sussurrate, a sottolineare il carattere complessivo del lavoro. In retrovia il lavoro discreto e preciso della band, punteggiato da incisi brevi e calzanti della chitarra. Su di un delicato tappeto di tastiere Red Kite sfuma progressivamente.</p>
<p><strong>A Cafe with Seven Souls</strong> si annuncia con un intro cupa e cadenzata, la voce del singer si fa ancor più delicata e tenue che in precedenza. La linea di basso conferisce ulteriore austerità e tono fosco al pezzo che mantiene questo andamento sino al termine.</p>
<p><strong>Naked </strong>conferma questa indole sin qui totalmente intimista del Cd, dove il canto di Hogarth prosegue su tonalità molto soffuse, cadendo qualche volta in quell&#8217; eccesso di &#8220;lamentazione&#8221; che lo può rendere discutibile. Incredibile il lavoro all&#8217;apparenza secondario svolto dalla ritmica; nel connubio con la trama intarsiata dalle tastiere di Barbieri colora per intero la traccia che però, a mio parere, è quella meno convincente.</p>
<p>A tale proposito giunge con perfetto tempismo <strong>Crack</strong>, che ha il pregio di movimentare il fluire della musica; come una sorta di lama taglia in due il disco con il suo ritmo più accentato. Da sottolineare nuovamente l&#8217;ottima prova del basso di Danny Thompson che dall&#8217;alto della sua esperienza conduce insieme ai synth verso quel territorio inesplorato di cui dicevo poc&#8217;anzi. Gran merito va sicuramente assegnato al tastierista dei PT, senz&#8217;altro più incline a sperimentare (come aveva dimostrato nel bellissimo album solista del 2008, Stranger Inside).</p>
<p>La chitarra di Dave Gregory e le note di un ipnotico carillon, accordi sognanti delle tastiere, aprono <strong>Your Beautiful Face. </strong>Su una splendida quanto misurata linea di basso Hogarth riprende il suo canto quasi mormorato. Echi &#8220;floydiani&#8221; si affacciano qua e la, contribuendo a sviluppare un&#8217;atmosfera di sicura presa. Non ci sono concessioni a soli deflagranti, a vocalizzi particolari; tutto appare calibrato e teso a comporre un quadro inquietante ma dal quale è difficile distogliere lo sguardo.</p>
<p><strong></strong>Una sorta di ritmo industrial, una ballad mid-tempo dove si affaccia per la prima volta un cantato più melodico. Così si annuncia <strong>Only Love Will Make You Free</strong>, brano più lungo dell&#8217; album nel quale spiccano inserti che rimandano ai Marillion. Tuttociò circonda un interludio profondamente sussurrato e spurio rispetto all&#8217; episodio. E&#8217; l&#8217; unica traccia dove in definitiva è presente un ritornello.</p>
<p>La seguente <strong>Lifting the Lid </strong>rappresenta a mio modo di vedere il passaggio più riuscito. Barbieri è immenso nel creare un tappeto sonoro in questo caso a dir poco emozionante, carico di suggestioni. L&#8217;alternanza di suoni tra piano e tastiere è affascinante. La voce punteggia a tratti un brano denso di pathos che mi sento di indicare come la pietra angolare del disco, una ballata sognante. Se nella precedente il tributo era verso i Marillion, qui non vi è dubbio che lo sia verso David Sylvian e i Japan.</p>
<p>La title track, brevissima, conclude il lavoro e musicalmente almeno rappresenta poco più di un filler.</p>
<p>Come detto dunque è un album che va scoperto gradualmente, richiede diversi ascolti. Mi è piaciuta molto l&#8217;idea di non cercare meramente di sovrapporre e/o miscelare Marillion e Porcupine Tree. Ne viene fuori così un prodotto se vogliamo ibrido, a parte, che poco concede tutto sommato ai rispettivi gruppi. La voce di Hogarth, i suoni di Barbieri (vera anima del progetto), certamente lo contraddistinguono ma in un ambito a sè stante, non strettamente progressive ma che penso troverà numerosi consensi.</p>
<p>Max</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/agesofrock.wordpress.com/1462/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/agesofrock.wordpress.com/1462/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/agesofrock.wordpress.com/1462/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/agesofrock.wordpress.com/1462/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/agesofrock.wordpress.com/1462/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/agesofrock.wordpress.com/1462/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/agesofrock.wordpress.com/1462/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/agesofrock.wordpress.com/1462/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/agesofrock.wordpress.com/1462/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/agesofrock.wordpress.com/1462/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/agesofrock.wordpress.com/1462/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/agesofrock.wordpress.com/1462/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/agesofrock.wordpress.com/1462/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/agesofrock.wordpress.com/1462/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=agesofrock.wordpress.com&amp;blog=28292628&amp;post=1462&amp;subd=agesofrock&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Cranberries Roses 2012</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Feb 2012 16:32:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Max</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni Uscite 2012]]></category>
		<category><![CDATA[Cranberries]]></category>
		<category><![CDATA[Dolores O'Riordan]]></category>
		<category><![CDATA[Pop Rock]]></category>
		<category><![CDATA[Recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Roses]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://agesofrock.files.wordpress.com/2012/02/front1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1453" title="front" src="http://agesofrock.files.wordpress.com/2012/02/front1.jpg?w=300&#038;h=300" alt="" width="300" height="300" /></a>Generalmente odio essere caustico nel valutare un disco e mi piace poco anche sottolinearne i difetti, tendo semmai a rimarcarne i pregi perchè parto dal presupposto che difficilmente un lavoro debba essere sempre concepito sulla scorta dei precedenti. Inoltre, pur essendo apertissimo all&#8217;ascolto di vari generi, il pop/rock non è esattamente il mio preferito, pur con le dovute e rare eccezioni. Non ritenevo giusto però ignorare questo <strong>Roses</strong>, album che segna il ritorno dei <strong>Cranberries </strong>a ben undici anni di distanza dall&#8217; anonimo Wake Up and Smell the Coffee. Niente è cambiato tra le fila del gruppo irlandese, capitanato al solito dalla singer <strong>Dolores O&#8217;Riordan</strong>. Nel lungo periodo di separazione la cantante ha composto due album che hanno riscontrato discreto successo mentre poco in verità hanno combinato i fratelli Hogan ed il batterista Fergal Lawler.<span id="more-1438"></span></p>
<p>Da quest&#8217; ultima considerazione, a mio avviso, bisogna partire per analizzare il nuovo album della band; ancora una volta tutto ruota intorno alla voce della O&#8217;Riordan, tutto e forse troppo aggiungerei. Perchè se è vero che i Cranberries non sono l&#8217;unico caso di gruppo dipendente (musicalmente) da uno dei membri, forse dopo tutto questo tempo era auspicabile almeno attendersi qualcosa in più dagli arrangiamenti, dalle melodie e dalla presenza dell&#8217;insieme musicale. Invece&#8230;niente di tuttociò. Gli irlandesi confermano il loro impianto sonoro al 100% e dunque anche di essere alla stregua di un sistema satellitare ruotante intorno alla brava Dolores.</p>
<p>Sotto questo aspetto mi hanno abbastanza deluso ma probabilmente la risposta sta proprio nell&#8217;esito del periodo di distacco del quale parlavo poc&#8217;anzi. Registrato tra Toronto e Londra è prodotto nuovamente da Stephen Street (Smiths, Blur, Kaiser Chiefs al suo attivo), cosicchè viene confermata anche la regia dell&#8217;operazione. Ne esce un Cd di undici canzoni nel più puro sound del gruppo che se da una parte farà felici i fans di vecchia data da un&#8217;altra sconcerta abbastanza per una notevole dose di immobilismo.</p>
<p>Ballate romantiche e melodiche ovviamente la fanno da padrone, con la bella voce della O&#8217;Riordan in primo piano. Purtroppo a mio gusto, benchè si tratti di un timbro molto particolare ed ammaliante risulta terribilmente monocorde. Non riesco mai a percepire qualcosa di diverso nell&#8217;interpretazione, una suggestione che derivi da un elemento differente.</p>
<p>Quattro sono i pezzi che mi preme evidenziare: il primo è <strong>Tomorrow</strong>, uscito già come singolo. Denota una certa freschezza e goiosità in tipico Cranberries style ed effettivamente gira molto bene ed è decisamente &#8220;catchy&#8221;.</p>
<p><strong>Raining in My Heart </strong>è un brano più levigato, suoni più curati circostanziano a dovere il cantato di Dolores per una ballad molto avvolgente, introdotta da una chitarra acustica.</p>
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<p>La seguente <strong>Losing My Mind </strong>è una morbida traccia semi-acustica che evolve poi in una trama più corale da parte della band; il refrain al solito risulta molto immediato e le sonorità ben calibrate.</p>
<p>In ultimo voglio citare <strong>Show Me the Way</strong>, canzone tipicamente in repertorio Cranberries che a differenza di altre però sprigiona una maggior potenza e, se vogliamo, epicità.</p>
<!--YouTube Error: bad URL entered-->
<p>Ci sono altri buoni episodi, come l&#8217;opener <strong>Conduct </strong>e pure <strong>Astral Projection </strong>ma tutto il lavoro, come ho detto, risente di una sorta di staticità, quasi che la band sia rimasta in ibernazione per questi undici anni.</p>
<p>Nessuno pretende che gli irlandesi si esibiscano in furiose cavalcate metal o dilatate suite in campo progressive ma un certo rinnovamento nelle partiture, ripeto, era augurabile. Così facendo invece l&#8217;album sconta una certa monotonia.</p>
<p>Max</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/agesofrock.wordpress.com/1438/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/agesofrock.wordpress.com/1438/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/agesofrock.wordpress.com/1438/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/agesofrock.wordpress.com/1438/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/agesofrock.wordpress.com/1438/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/agesofrock.wordpress.com/1438/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/agesofrock.wordpress.com/1438/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/agesofrock.wordpress.com/1438/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/agesofrock.wordpress.com/1438/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/agesofrock.wordpress.com/1438/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/agesofrock.wordpress.com/1438/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/agesofrock.wordpress.com/1438/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/agesofrock.wordpress.com/1438/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/agesofrock.wordpress.com/1438/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=agesofrock.wordpress.com&amp;blog=28292628&amp;post=1438&amp;subd=agesofrock&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Van Halen A Different Kind of Truth 2012</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 17:47:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Max</dc:creator>
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		<category><![CDATA[hard rock]]></category>
		<category><![CDATA[Recensione]]></category>
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		<description><![CDATA[Quando circa due mesi fa ha cominciato a circolare la voce non ci volevo credere, poi le prime conferme ed infine il comunicato ufficiale: dopo ben quattordici anni tornano i Van Halen con un nuovo album, A Different Kind of Truth. L&#8217;ultima uscita, Van Halen III (1998), vedeva alla voce Gary Cherone e ricordo essersi rivelata abbastanza deludente. [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=agesofrock.wordpress.com&amp;blog=28292628&amp;post=1402&amp;subd=agesofrock&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://agesofrock.files.wordpress.com/2012/02/front.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1432" title="front" src="http://agesofrock.files.wordpress.com/2012/02/front.jpg?w=300&#038;h=300" alt="" width="300" height="300" /></a>Quando circa due mesi fa ha cominciato a circolare la voce non ci volevo credere, poi le prime conferme ed infine il comunicato ufficiale: dopo ben quattordici anni tornano i <strong>Van Halen</strong> con un nuovo album, <strong>A Different Kind of Truth</strong>. L&#8217;ultima uscita, Van Halen III (1998), vedeva alla voce Gary Cherone e ricordo essersi rivelata abbastanza deludente. Fu a tutti gli effetti il canto del cigno per la band californiana orfana del singer storico oramai da tempo e purtoppo non fu una bella chiusa, anzi, piuttosto scialba ed inconcludente. Mai avrei pensato che a distanza di tanto tempo si potessero riproporre, oltretutto con il guascone <strong>David Lee Roth </strong>che ha riguadagnato la sua postazione dietro al microfono. Presenti naturalmente i fratelli VH, unico assente del quartetto originario è il bassista Michael Anhony, ormai impegnato a pieno ritmo con i Chickenfoot. Al suo posto il giovanissimo <strong>Wolfgang Van Halen</strong>, figlio del grande axe-man Eddie. I primi anni della loro carriera sono stati folgoranti, con dischi d&#8217;oro e di platino a ripetizione; le doti incredibili di <strong>Eddie Van Halen</strong>, la voce e la presenza scenica di Lee Roth, diventarono ben presto un marchio di fabbrica inconfondibile nell&#8217; ambito dell&#8217; <strong>hard rock.</strong> <span id="more-1402"></span></p>
<p>Inutile stare qua a rinverdirne i successi sin troppo conosciuti; dopo l&#8217;abbandono del cantante e l&#8217;avvento di Sammy Hagar in sua sostituzione il gruppo visse ancora di qualche splendore riflesso ma la parabola discendente era inesorabilmente cominciata. Le vendite erano ancora confortate da buoni numeri ma la vena compositiva si era andata esaurendo.</p>
<p>Se in aggiunta calcoliamo i rapporti sempre abbastanza tesi che ci sono stati tra David Lee Roth e la band questa reunion ha del miracoloso davvero.</p>
<p>Registrato in California in massima parte presso gli Henson Studios e prodotto dai VH e John Shanks (Bon Jovi, Anastacia, Alanis Morissette, Jane&#8217;s Addiction al suo attivo) si compone di tredici pezzi, per un gioioso ritorno a sonorità hard anni &#8217;80.</p>
<p>Capelli corti, look decisamente ridimensionato ed atteggiamenti probabilmente più vicini a &#8220;sereni signori&#8221; che veleggiano verso i 60 anni, Wolfgang escluso si intende.</p>
<p>L&#8217;opening è affidata a <strong>Tattoo</strong>, primo singolo estratto; fa effetto risentire la voce di David insieme ai vecchi compagni, dopo tanto tempo. Francamente mi sarei aspettato i fuochi d&#8217;artificio ma ascoltandolo più volte mostra comunque una rotondità avvolgente, dalla quale emergono come lampi le svisate e un assolo incendiario della chitarra di EVH. Buono l&#8217;impatto ritmico, calzante come si deve in un impianto tipicamente hard rock.</p>
<p><strong>She&#8217;s the Woman</strong> è un balzo all&#8217;indietro, un viaggio nella macchina del tempo che catapulta ai tempi d&#8217; oro della band. Tutto pare tornare, ogni cosa è al suo posto. Per tre minuti ho davvero il dubbio fosse un pezzo dell&#8217;epoca e in effetti&#8230; è così, si tratta di un brano mai editato di fine anni&#8217; 70, ri-arrangiato ed in parte riscritto adesso. Ma fa venire i brividi.</p>
<p>In<strong> You and Your Blues </strong>Roth comincia a sfoderare qualche acuto dei suoi; il registro inconfondibile del singer conduce lungo un rock blues piuttosto orecchiabile infarcito di cori e dai puntuali interventi di Eddie, cui va riconosciuto il merito di riuscire a caratterizzare un pezzo anche con poche note del suo strumento.</p>
<p><strong>China Town </strong>si apre con un breve ma micidiale tapping di E. Van Halen; di qui in poi la velocità di rotazione aumenta vertiginosamente, con la sezione ritmica in primo piano. Ho come l&#8217;impressione che il buon David in questo caso annaspi un pò nel tentativo di tenere il passo con il resto del gruppo.</p>
<p>Di altra pasta è fatto <strong>Blood and Fire</strong>, decisamente più convicente nel suo insieme della traccia precedente. Un brevissimo arpeggio di chitarra lascia il posto alla voce del cantante, dopodiche il pezzo decolla secondo uno stile caro ai Van Halen, i quali hanno da sempre miscelato scatti da centometristi ad andature molto sostenute tipiche del mezzofondo. Blood and Fire è un tipico esempio si queste ultime, con un rush finale piazzato dopo la metà dalla chitarra di Eddie VH.</p>
<p>Sovente i brani più brevi della band sono quelli più al fulmicotone e questo vale per <strong>Bullethead</strong>, una veloce e tipica cavalcata, appannaggio del gruppo. Dalla chitarra partono continue rasoiate, sostenute dal drumming molto massiccio di Alex VH e ancora una volta David Lee Roth riesce a disimpegnarsi bene. La potenza non è più quella di anni fa ed è normale ma di mestiere ce n&#8217;è davvero tanto.</p>
<p>Arrivati a <strong>As Is</strong> ci si trova a metà disco ed il passo cambia. Nuovamente ho l&#8217;impressione di ritornare a sonorità dei Van Halen di un tempo; la costruzione del pezzo è classica, assolutamente niente di diverso, gli ingredienti fondamentali e peculiari ci sono tutti ma appurare che, bene o male, ancora funzionano dopo tanto tempo è senza dubbio una cosa positiva.</p>
<p>Ed il passo aumenta ancor più con la seguente <strong>Honeybabysweetiedoll </strong>con il suo incedere dapprima quasi cupo e martellante; il singer si mantiene su toni bassi per conferire ulteriore atmosfera mentre la chitarra di Eddie si produce in un riff potente e distorto, colorato da brevi ma incisivi assoli. Preciso e imponente il lavoro del duo basso/batteria.</p>
<p>Oramai la ruggine del tempo è stata cancellata, i quattro sono lanciati e proseguono la loro corsa con <strong>The Trouble With Never</strong>, rock di matrice hendrixiana (ove si eccettui per i cori). Indefinibile il lavoro del signore alla chitarra, da ascoltare ! Negli anni su di lui è stato scritto e detto tutto ma conferme del genere fanno sempre piacere.</p>
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<p><strong>Outta Space </strong>non è da meno, qui DLR si lancia incurante del tempo in un cantato aggressivo e spericolato; pare di cogliere qualche lieve imprecisione ma gli va dato atto di avere ancora diverse frecce nella propria faretra. Il brano è un flash, meno di tre minuti ma sono di adrenalina pura.</p>
<p>Una chitarra acustica sulla quale viaggia la voce del singer, <strong>Stay Frosty</strong>, classico inciso rock&#8217; n roll al quale nel tempo la band ci ha abituato. Esattamente dalla metà in poi si scatena l&#8217;assolo di Eddie e con lui sale tutta la band, elettrificando e dando corpo ad un brano solo all&#8217;apparenza interlocutorio. Anche in questo caso niente di sconvolgente ma il risultato finale è buono.</p>
<p>Non si arresta la corsa nemmeno con la successiva <strong>Big River</strong>, rock potente che reca il nome della band marchiato a fuoco. Costruzione immediata e semplice ma di grande impatto, con un Roth completamente rivitalizzato e tornato ai livelli che gli competono. Il giovane Wolfgang non fa rimpiangere Michael Anthony con le sue linee di basso possenti, nette e precise.</p>
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<p><strong>Beats Workin&#8217; </strong>è la song conclusiva, unico episodio della lunghezza di cinque minuti. Onesto rock impreziosito dagli svolazzi del chitarrista che in realtà però poco aggiunge al plot ma che conferma comunque la presenza e l&#8217;insieme dei californiani.</p>
<p>Un&#8217; ottima rentreè a mio parere, dopo ben 14 anni di assenza sono tornati i Van Halen che fanno e suonano&#8230;i Van Halen. L&#8217;album parte un pò in sordina ma cresce man mano, per poi decollare letteralmente nella seconda parte. Non ci sono e forse non ci potevano essere novità di sorta, il sound è quello ben conosciuto ed è ancora trascinante come un tempo. Magari oggi potrà apparire un pò datato perchè di acqua (e di musica) sotto i ponti ne è passata tanta ma credo che agli aficionados farà immenso piacere riascoltarli. Quanto alle qualità tecniche di Eddie Van Halen, un ripasso anche per i più giovani penso possa essere utile.</p>
<p>Max</p>
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		<title>Who Knows What Tomorrow May Bring (Traffic,Traffic,1968)</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 17:24:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Max</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Chris Wood]]></category>
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		<category><![CDATA[Jim Capaldi]]></category>
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		<category><![CDATA[Rick Grech]]></category>
		<category><![CDATA[Steve Winwood]]></category>
		<category><![CDATA[Traffic]]></category>
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		<description><![CDATA[I Traffic sono una mia vecchia conoscenza. Ci siamo conosciuti quando ero molto giovane, e lo erano anche loro, tuttavia io avevo appena iniziato la mia carriera di appassionata, mentre loro avevano già praticamente concluso la loro carriera di band mitologica. C’era stata una simpatia, ma non molto di più. Ero presa da altre scoperte, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=agesofrock.wordpress.com&amp;blog=28292628&amp;post=1396&amp;subd=agesofrock&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I <strong>Traffic</strong> sono una mia vecchia conoscenza.</p>
<p>Ci siamo conosciuti quando ero molto giovane, e lo erano anche loro, tuttavia io avevo appena iniziato la mia carriera di appassionata, mentre loro avevano già praticamente concluso la loro carriera di band mitologica.</p>
<p>C’era stata una simpatia, ma non molto di più. Ero presa da altre scoperte, frequentavo altre compagnie musicali, così è andata a finire che ci siamo persi di vista.</p>
<p>Ogni tanto capitava di incontrarci di nuovo ed era piacevole, ma ci si perdeva ancora dopo poco.</p>
<p>Sono passati alcuni anni ed io sono cambiata, loro -grazie al cielo- sono rimasti lì, con i loro capolavori intatti, ad attendere che il mio orecchio e il mio cuore fossero pronti.</p>
<p>Come talvolta succede con i vecchi amici, un giorno ci siamo incrociati per caso ed io li ho ascoltati con una maturità diversa. Ho scoperto aspetti che non avevo mai notato.</p>
<p>Ascolto dopo ascolto, prestando loro l’attenzione che meritavano, me ne sono innamorata.<span id="more-1396"></span></p>
<p>Amore vero, travolgente, passionale, assoluto, fatto di attrazione fisica, stesso modo di sentire, stesso modo di comunicare.</p>
<p>Sono diventati l’amore della mia vita, quelli con cui voglio invecchiare, quelli che mi accolgono quando mi sento triste ed ho bisogno di ricaricare l’energia e che quando mi sento felice mi fanno percepire tutta la bellezza straordinaria della mia vita.</p>
<p>Non posso essere obiettiva nei confronti dei Traffic, non voglio neanche, benché sappia benissimo che nello scrivere una recensione, sebbene emozionale, dovrei frenare l’entusiasmo ed armarmi di equanimità.</p>
<p>Non mi interessa, scusatemi, ma li amo.</p>
<p>Li mando in loop e non ne esco più.</p>
<p>Sarà quell’alchimia fenomenale di generi e stili, sarà quell’afflato di jazz che li pervade, o forse il groove formidabile di certi pezzi, ma non posso mai dire di ascoltarli soltanto: li vivo, mi ci immergo.</p>
<p>Mi catturano e io mi lascio portare via, dove vogliono loro, mi fido.</p>
<p>Talvolta mi fisso su un intero disco, ma molto più spesso su un unico pezzo che faccio ripartire all’infinito, per seguire uno strumento alla volta e farmi poi riprendere dall’insieme, lasciandomi sorprendere da quanto posso essere infedele alla voce di Steve Winwood, alle sue magiche tastiere e alla sua sorprendente chitarra, o al favoloso sax di Chis Wood, o alla batteria sorniona di Jim Capaldi, o al basso di Dave Mason prima, o Rick Grech poi, capace di sedurre anche con sole cinque note.</p>
<p>Li amo, tutti.</p>
<p>Volendo parlare di loro, sono rimasta indecisa fino all’ultimo su una rosa di pezzi, uno più bello dell’altro, tutti difficilissimi.</p>
<p>Perciò ho aspettato, mi sono riascoltata tutta la discografia ed ho pazientemente atteso che fossero loro a venirmi a chiamare, come fanno sempre.</p>
<p>Traffic, 1968, quarta traccia, <strong>Who knows what tomorrow may bring</strong>: mi è entrata dentro un po’ alla volta finché non l’ho ritrovata tra le bonus tracks del CD di <strong>John Barleycorn</strong>, in versione live del 1970, mai incisa prima su dischi ufficiali, tenuta per il doppio del tempo, poco meno di sette minuti di groove irresistibile.</p>
<p>Un’apoteosi di note, tutte perfette, che si ricorrono e si sfidano sfrontatamente su un intreccio di assoli, che entrano in continuazione quando l’insieme si fa da parte per lasciare spazio al solista, sostenerlo per lasciarlo poi sfumare a lasciare spazio ad un altro solista.</p>
<p>Ma se si distoglie l’attenzione dal virtuoso di turno e si torna sull’insieme, ci si imbatte in un altro virtuoso, apparentemente più in ombra, che sta facendo cose sbalorditive senza alcun bisogno di avere i riflettori su di sè.</p>
<p>Sono stupefatta, ancora una volta, e ancora una volta mi perdo nella musica e devo farla ripartire dall’inizio perché non trovo più il filo dell’emozione che voleva abbandonarsi ai passaggi temerari tra falsetti e voce piena del mio adorato Steve, ma è stata rapita dall’ingresso del sax provocante dell’amato Chris.</p>
<p>Ma mentre sto per cedere alle sue scorribande e alle mezze note con le quali ammicca, falso ruvido che non è altro, arriva Jim, percussivo e geloso a ricordarmi la mia passione per i batteristi, con un incessante lavoro di piatti e rullate montanti in crescendo.</p>
<p>Abbasso la guardia, troppo perché non sia il giro di basso questa volta a farmi pensare che quello che la mia pancia vuole è solo lui, quel suono cupo che mi fa ondeggiare, lui che è il mio ritmo interiore, quello scuotersi morbido che è il mood sensuale con cui affronto la vita.</p>
<p>Ritorna la voce, ma io sono stordita.</p>
<p>Sono persa, mi hanno di nuovo tutta intera, sono posseduta dai Traffic, mi lascio andare e comincio a ballare, mi percepisco in ogni atomo e mi riconosco: sono io, sono loro, io sono loro, loro sono me.</p>
<p>Ma non è finita, ci pensa l’ingresso dell’Hammond a farmi impazzire con le sue modulazioni spericolate: mi mordo le labbra, chiudo gli occhi e lascio che il piacere puro scorra lungo le fibre del mio corpo che si muove con loro.</p>
<p>Qualsiasi cosa stia facendo, è a loro che la sto dedicando, alla chitarra inattesa che fa capolino dalle retrovie, a quell’organo prepotente che sfida una batteria sempre più sfacciata e a quel basso che continua a pulsare nel fondo della mia pancia.</p>
<p>Chiudono spettacolari in un’apoteosi.</p>
<p>Mi hanno stremata per sette minuti, ma ancora, alla centesima volta consecutiva che li ascolto, non ho capito del tutto, sento che c’è dell’altro, che posso provare dell’altro.</p>
<p>Li faccio ripartire e ricomincio, questa volta voglio seguire solo l’Hammond, lo giuro.</p>
<p>Ma ritorna il sax, e poi ancora la batteria, poi il basso, poi la voce, poi di nuovo l’Hammond, poi&#8230;e quel groove si impadronisce di me&#8230;</p>
<p>Non mi resta che farli partire di nuovo.</p>
<p>Maledetta infedeltà, benedetti Traffic.</p>
<p>C’è poco da fare, li amo, ed è amore vero.</p>
<p>Mi riempiono, ma non ne ho mai abbastanza.</p>
<p> Clara</p>
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		<title>Ringo Starr Ringo2012</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 12:03:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Max</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni Uscite 2012]]></category>
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		<description><![CDATA[A memoria non ricordo un album di una durata così breve, 29 minuti circa, caso più unico che raro non trattandosi di un EP; così, neanche a farlo apposta, in contemporanea con l&#8217;uscita di Sir Paul ci ritroviamo davanti questo ultimo lavoro di Ringo Starr intitolato molto semplicemente Ringo 2012. Si tratta oramai della diciassettesima uscita [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=agesofrock.wordpress.com&amp;blog=28292628&amp;post=1370&amp;subd=agesofrock&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://agesofrock.files.wordpress.com/2012/01/front4.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1393" title="front" src="http://agesofrock.files.wordpress.com/2012/01/front4.jpg?w=292&#038;h=300" alt="" width="292" height="300" /></a>A memoria non ricordo un album di una durata così breve, 29 minuti circa, caso più unico che raro non trattandosi di un EP; così, neanche a farlo apposta, in contemporanea con l&#8217;uscita di Sir Paul ci ritroviamo davanti questo ultimo lavoro di <strong>Ringo Starr</strong> intitolato molto semplicemente <strong>Ringo 2012</strong>. Si tratta oramai della diciassettesima uscita solista del batterista dei Fab Four che per la verità in carriera non ha raccolto larghi consensi, ove si eccettui per i primi quattro dischi; dopodiche le vendite sono andate vistosamente calando, risultati modesti e fiacchi per un musicista che evidentemente non è riuscito a trovare la propria strada maestra una volta terminata l&#8217;avventura con i <strong>Beatles</strong>. <span id="more-1370"></span></p>
<p>Probabilmente solo la voglia può spingere ancora un artista di questo tipo a proseguire una carriera avara di successi, non certo la fama o il denaro che non gli mancano davvero; non è mai stato un top-drummer, cantante modesto e dalla limitata estensione vocale, riesce però ancora a divertirsi facendo musica.</p>
<p>Non possedendo particolari doti di song-writing ha sempre bazzicato il territorio del pop con venature rock&#8217; n roll, rimanendo dunque in un alveo musicale che privilegia la semplicità e l&#8217;immediatezza. Va dato atto a Ringo quanto meno di essersi circondato sempre di ottimi collaboratori e questa nuova release non fa eccezione. Ci sono Joe Walsh (Eagles), Dave Stewart (ex Eurythmics), Edgar Winter, il grande contrabassista jazz Charlie Haden, Benmont Tench (tastierista di Tom Petty).</p>
<p>Il Cd è stato prodotto e scritto dallo stesso Ringo a Los Angeles; nove canzoni infarcite di ricordi che il batterista ha dichiarato essere dedicate alla sua Liverpool, tra queste segnalo anche una cover di Buddy Holly. Un pugno di songs oneste e sincere, senza particolari pretese; non brilla alcuna gemma indimenticabile ma comunque vale la pena di segnalare <strong>Slow Down </strong>scritta con Joe Walsh, dove il chitarrista permea il brano con un timbro molto americano e naturalmente Eagles.</p>
<p><strong>Wonderful </strong>mi pare il momento più riuscito e compiuto; Ringo canta con il suo vocione una melodia un pò banale ma il lavoro egregio della chitarra riscatta ed impreziosisce tutto l&#8217;andamento della traccia.</p>
<p>Buon esito anche per <strong>Wings</strong> dal tiro un pò più cadenzato e a tratti  &#8221;cattivo&#8221;.</p>
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<p>Piacevole anche la cover di <strong>Think It Over </strong>di Buddy Holly, pezzo semplice rivisitato con gusto che può in effetti fare ripensare al Ringo pre-Beatles. Di classe la prova di Haden al contrabbasso.</p>
<p>Gradevole r&#8217;n r è pure <strong>Rock Island Line</strong>.</p>
<p>In definitiva un album che probabilmente passerà inosservato o quasi, dedicato prevalentemente ai nostalgici o ai cosiddetti &#8220;completisti&#8221;. La caratura dei musicisti, la facilità dei brani, lo rendono sicuramente apprezzabile ma di carne al fuoco in effetti ce n&#8217;è poca, credo vada considerato un onesto divertissement e poco più.</p>
<p>Max</p>
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		<title>Love Reign O&#8217;er Me (Who,Quadrophenia,1973)</title>
		<link>http://agesofrock.wordpress.com/2012/01/25/love-reign-oer-me-whoquadrophenia1973/</link>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 10:39:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Max</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni Vintage]]></category>
		<category><![CDATA[Love Reign O'er Me]]></category>
		<category><![CDATA[Quadrophenia]]></category>
		<category><![CDATA[Recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Who]]></category>

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		<description><![CDATA[Le parole hanno importanza. E’ raro che si senta pronunciare da un appassionato di musica della mia generazione la parola “canzone”. Noi diciamo “pezzi”, “brani”, “tracce” e non si tratta di una mera ricerca di sinonimi: quelle che ascoltavamo noi, anche quando avevano la forma di canzone, erano pezzi, tasselli di un quadro più ampio, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=agesofrock.wordpress.com&amp;blog=28292628&amp;post=1364&amp;subd=agesofrock&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le parole hanno importanza.</p>
<p>E’ raro che si senta pronunciare da un appassionato di musica della mia generazione la parola “canzone”. Noi diciamo “pezzi”, “brani”, “tracce” e non si tratta di una mera ricerca di sinonimi: quelle che ascoltavamo noi, anche quando avevano la forma di canzone, erano pezzi, tasselli di un quadro più ampio, brani in quanto brandelli di emozioni che andavano ricercate nell’insieme di ogni disco, sulle tracce incise nel vinile che ci indicavano il sentiero.</p>
<p>I dischi dovevano essere ascoltati dall’inizio alla fine, solo allora il viaggio sarebbe stato compiuto.<span id="more-1364"></span></p>
<p>Il filo conduttore era spesso da ricercare solo attraverso le atmosfere, ma talvolta era dichiarato, come nei concept album che si sviluppavano intorno ad un tema, e ancora di più nelle opere rock, che raccontavano vere e proprie storie.</p>
<p>Noi siamo figli di questi significati, senza i quali, per quanto bella potesse essere la musica, il suo potere dirompente non ci avrebbe ugualmente toccati, sarebbe stata un’esperienza vissuta da spettatori e non da protagonisti.</p>
<p>Invece, in ogni disco c’eravamo dentro noi, con tutti i nostri dubbi, le nostre passioni, le sensazioni, le aspettative a cui veniva data voce e corpo.</p>
<p>Tutti ci siamo identificati in qualche tratto di Jimmy Cooper, il giovane mod alla disperata ricerca di identità protagonista di <strong>Quadrophenia</strong>, opera rock degli <strong>Who</strong> datata 1973.</p>
<p>Jimmy vive un lacerante conflitto con l’ambiente che lo circonda e cerca nell’appartenenza ad un gruppo, nel seguirne le regole e la moda, di costruire un’immagine di sé che invece tra droghe, feste e battaglie con gruppi rivali, si dissolve e si frammenta rivelando sempre di più la maschera, e facendogli perdere di vista il confine tra gioco e realtà.</p>
<p>Jimmy sembra percepirlo, a tratti, nella domanda che ricorre per tutto il disco: “<em>can you see the real me?</em>” che pone alla madre, allo psichiatra e a se stesso per primo.</p>
<p>Chi non è stato Jimmy, benché non così esasperato, almeno una volta?</p>
<p>Mano a mano che le illusioni di Jimmy cadono, traccia dopo traccia, si risveglia una rabbia che lo porta ad averne abbastanza di tutto e di tutti, ma con essa affiora anche la lucidità di guardare la realtà: “<em>Is it me for a moment</em>?”.</p>
<p>Vittima dell’ennesima delusione una volta arrivato a Brighton, dopo essere stato cacciato da casa, aver lasciato il lavoro ed aver perso la ragazza, Jimmy ruba una barca e si lascia portare dalla corrente deciso a morire, ma all’ultimo momento si aggrappa ad una roccia: sono le sue illusioni quelle che moriranno, portate via dalle onde.</p>
<p>Jimmy si ritrova sotto la pioggia, purificato.</p>
<p>Ritrova se stesso.</p>
<p>&#8230;pioggia, intro di pianoforte cupo e malinconico, timpani in crescendo come un boato, gong&#8230;</p>
<p>&#8230;pianoforte come gocce di pioggia, e ancora pioggia&#8230;</p>
<p>La voce entra su lampi di synth.</p>
<p><em>“Only love can make it rain the way the beach is kissed by the sea. Only love can make it rain like the sweat of lovers&#8217; laying in the fields.”</em></p>
<p>Se Jimmy aspettava un segno dal cielo, è arrivato.</p>
<p>E allora grida.</p>
<p><em>“<strong>Love reign o’er me</strong>”</em>.</p>
<p>E’ un’invocazione all’amore, l’unica cosa che veramente conti, l’unica forza in grado di  renderci unici e interi.</p>
<p>Jimmy sembra prenderne consapevolezza, lo dichiara su tuoni di batteria e una tempesta di synth:</p>
<p><em>“Only love can bring the rain that makes you yearn to the sky. Only love can bring the rain that falls like tears from on high”. </em></p>
<p>E allora grida ancora.</p>
<p><em>“Love reign o’er me”</em></p>
<p>Ha capito: il suo è grido ancora più furioso, su bagliori di chitarra e basso, ma è la furia di chi vuole con tutto se stesso abbracciare la vita.</p>
<p>Jimmy è in pieno tumulto, ha bisogno di quell’amore che cade come pioggia su di lui, lo vuole bere, riempirsene.</p>
<p><em>“I need a drink of cool cool rain” </em></p>
<p>E si lascia avvolgere dalla bufera orchestrale delle sue emozioni, tra sciabolate di synth e chitarra, il basso cupo, il martellamento di una batteria tuonante.</p>
<p>Sembra calmarsi, invece grida ancora, lancia un grido perentorio.</p>
<p><em>“Love Reign o’er me”</em></p>
<p>E’ il richiamo alla forza rivitalizzante dell’amore, scagliato verso il cielo con tutta l’energia che ha in corpo, con la determinazione di chi afferma un suo diritto, su un drumming frenetico e una chitarra lampeggiante.</p>
<p><em>“Love Reign o’er me&#8230;Love&#8230;”</em></p>
<p>Quadrophenia si chiude così, con una drummata solenne e una rasoiata di chitarra, la cesura con la vecchia vita.</p>
<p>Il rito di passaggio è concluso: Jimmy voleva morire, invece si aggrappa all’amore, con un  istinto di sopravvivenza selvaggio.</p>
<p>Love Reign o’er me è un pezzo epico.</p>
<p>Taluni ritengono che un’opera rock fosse un saccheggio dalla musica classica, dall’opera o dal musical, ma sbagliano: era il modo di esprimersi di una generazione per la quale il gap con i propri genitori era diventato un abisso. Avevamo bisogno di un nuovo linguaggio, che fosse il nostro.</p>
<p>Il rock aveva la capacità di utilizzare modelli del passato, stravolgerli e riempirli di significati nuovi.</p>
<p>Gli Who sono stati molto probabilmente coloro che hanno dato la voce più leggendaria a questi significati.</p>
<p>Quadrophenia è un album epocale che dovrebbe essere ascoltato spesso, per ricordarci  cosa e chi siamo stati.</p>
<p>O comunque perché è bellissimo, e basta.</p>
<p>Clara</p>
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		<title>Anneke Van Giersbergen Everything Is Changing 2012</title>
		<link>http://agesofrock.wordpress.com/2012/01/21/anneke-van-giersbergen-everything-is-changing-2012/</link>
		<comments>http://agesofrock.wordpress.com/2012/01/21/anneke-van-giersbergen-everything-is-changing-2012/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 15:38:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Max</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni Uscite 2012]]></category>
		<category><![CDATA[Anneke Van Giersbergen]]></category>
		<category><![CDATA[Everything Is Changing]]></category>
		<category><![CDATA[Feel Alive]]></category>
		<category><![CDATA[gothic metal]]></category>
		<category><![CDATA[Recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Take Me Home]]></category>
		<category><![CDATA[The Gathering]]></category>

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		<description><![CDATA[Torna una delle più belle voci femminili del panorama rock degli ultimi anni, Anneke Van Giersbergen, già singer storica degli olandesi The Gathering. Sono trascorsi quasi cinque anni da quando ha lasciato la band e ha intrapreso una carriera solista inframezzata da numerose collaborazioni con nomi importanti della scena internazionale (Ayreon, Within Temptation, Devin Townsend, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=agesofrock.wordpress.com&amp;blog=28292628&amp;post=1323&amp;subd=agesofrock&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://agesofrock.files.wordpress.com/2012/01/front3.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1362" title="front" src="http://agesofrock.files.wordpress.com/2012/01/front3.jpg?w=300&#038;h=300" alt="" width="300" height="300" /></a>Torna una delle più belle voci femminili del panorama rock degli ultimi anni, <strong>Anneke Van Giersbergen</strong>, già singer storica degli olandesi <strong>The Gathering</strong>. Sono trascorsi quasi cinque anni da quando ha lasciato la band e ha intrapreso una carriera solista inframezzata da numerose collaborazioni con nomi importanti della scena internazionale (Ayreon, Within Temptation, Devin Townsend, Anathema tra gli altri). I lavori composti con la nuova band (<strong>Agua de Annique</strong>) della quale fa parte anche il marito nel ruolo di batterista si sono fatti apprezzare sin qua più che altro per le doti della bionda vocalist; musicalmente invece si sono rivelati abbastanza modesti. Per una voce del suo calibro, per chi ha ancora nelle orecchie Mandylion o Souvenirs è stato purtroppo un bel balzo all&#8217; indietro. Come accade spesso, se svaniscono determinate alchimie, ricreare la magia non sempre è facile e talvolta può non bastare una grandissima tecnica o un nome oramai già affermato.<span id="more-1323"></span></p>
<p>In questo caso AVG sceglie di metterci la faccia a 360 gradi, con una nuova release a suo nome intitolata <strong>Everything Is Changing</strong>. In effetti qualcosa pare cambiato rispetto alle ultime prove e non mi riferisco solo al colore dei capelli. I brani hanno nuovamente acquisito maggiore profondità e spessore; continua a tratti la navigazione su di un terreno un pò scivoloso e vicino in alcuni frangenti ad un pop pur di classe ma emergono anche episodi più di sostanza, che in certa maniera possono costituire un ponte ideale con le esperienze di un tempo.</p>
<p>L&#8217;album è stato registrato principalmente nello studio di Anneke ed è prodotto da Daniel Cardoso, giovane e talentuoso polistrumentista portoghese che suona chitarra, basso e tastiere. Composto da dodici tracce che scorrono via piacevolmente e fanno apprezzare la timbrica della cantante; siamo distanti dalle sonorità gothic metal, il lirismo è presente in modo misurato ma&#8230;.</p>
<p>Il primo singolo estratto, <strong>Feel Alive</strong>, tiene a battesimo il disco; la voce angelica ma determinata della singer si staglia su riff via via più decisi e potenti per un inizio che promette bene.</p>
<p>Un intro quasi roboante apre la seguente <strong>You Want to Be Free </strong>dove certe sonorità del glorioso passato riaffiorano gradevolmente. Un fragile sovrapporsi di chiaro-scuri caratterizza l&#8217;andamento del brano.</p>
<p>La title track è un pezzo delicato, una  dolce ballata nella quale la Van Giersbergen fa sfoggio di tutta la sua bravura. Con timbri caldissimi colora una melodia appassionata che a mio parere presenta qualche vaga eco &#8220;wilsoniana&#8221;. Ottima in questo caso la produzione, pastosa e piena senza però diventare ingombrante.</p>
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<p><strong>Take Me Home </strong>è il secondo singolo preso dal Cd e qui il ritmo e l&#8217;intensità cambiano totalmente; molto più serrato, con improvvise aperture vocali e musicali ben riconoscibili. Una traccia che non avrebbe stonato assolutamente all&#8217;interno di una produzione di &#8220;qualche&#8221; anno fa.</p>
<p>Ecco riaffacciarsi un cantato più lirico e gothic in<strong> I Wake Up</strong>, song dalla costruzione movimentata e un pò atipica rispetto alle ultime cose della cantante. Il ritornare con lo sguardo a suoni d&#8217;annata è qualcosa più di un&#8217; impressione.</p>
<p><strong>Circles</strong> non è solo un&#8217;altra ballad, è un vero colpo al cuore; un piano punteggia lo svolgersi del tema e su di esso si erge monumentale la voce tenera e pura di Anneke, capace di suscitare davvero tante emozioni.</p>
<p>Ulterirore passo compiuto nella direzione più &#8220;pesante&#8221; è <strong>My Boy</strong>, brano se vogliamo ingannevole; dopo una prima parte melodica e a forti tinte armoniche con linee di basso molto piene, il pezzo decolla e con esso anche la voce della cantante. Questo schema si ripete due volte con esito positivo, molto piacevole da ascoltare.</p>
<p>Con <strong>Stay </strong>a mio parere ci si avvicina non poco all&#8217;era Gathering; interpretazione perfetta di AVG, suoni decisamente più duri e diretti senza però mai perdere di vista il giusto incipit melodico. Brano carico di tensione che va crescendo man mano, illuminato da una prova vocale a dire poco espressiva.</p>
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<p>In una sorta di gioco di specchi, a rimando arriva <strong>Hope, Pray, Dance, Play </strong>. La melodia prende il sopravvento ma le sonorità rimangono dure e piene, una ritmica instancabile guida un giro che solo all&#8217;apparenza può sembrare facile. Ascoltandolo più volte si può notare che il pattern in realtà è più complesso di quel che sembra.</p>
<p><strong>Slow Me Down </strong>è la song che meno mi ha convinto; non è brutta di per sè ma la trovo abbastanza piatta e prevedibile. Tutto sommato una piccola scivolata si può anche concedere, difficilmente non accade.</p>
<p>Si torna a volare molto più in alto con <strong>Too Late</strong>, impatto sonoro notevole e grande spinta. Ineccepibile al solito la prestazione della cantante, tornata all&#8217;occorrenza anche a graffiare e a trasmettere maggiore aggressività.</p>
<p>Si chiude infine con <strong>1000 Miles Away from Home</strong>, brano dall&#8217;atmosfera suggestiva e angosciata; canto e controcanto conducono inevitabilmente in territorio gothic. Un pezzo bellissimo e affascinante dal quale lasciarsi trasportare, ottima chiusura dell&#8217;album.</p>
<p>Tante cose sono cambiate nella vita della bella Anneke, non ultima la nascita di un figlio pochi anni fa. Altre stanno cambiando nella sua musica che finalmente riesce di nuovo a decollare, a guardare avanti ma con un occhio di riguardo al suo importante passato. Forse adesso è il momento di osare ancora qualcosa per potere uscire da un ambito un pò troppo di nicchia.</p>
<p>Lo merita.</p>
<p>Max</p>
<p><strong>  </strong></p>
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