A dispetto del titolo questo è il secondo album dei Chickenfoot, supergruppo americano capitanato da Joe Satriani e Sammy Hagar. A completare il quartetto Michael Anthony al basso (ex Van Halen) e nientepopòdimenoche Chad Smith alla batteria, il martello dei Red Hot Chili Peppers.

Sono sempre stato dubbioso sugli esiti discografici dei cosiddetti supergruppi perché troppo spesso la personalità dell’uno è finita per cozzare con quella degli altri. In parole povere, troppi galli in un pollaio, pure se armati delle migliori intenzioni. E’ anche vero che ci sono state delle piacevoli eccezioni e Chickenfoot,con l’album di esordio del 2009,è stata una di queste.

Francamente non ero certo che ci sarebbe stato un seguito,considerati anche i molteplici impegni del guitar-hero e di Smith che proprio di recente torna in tour con il nuovo lavoro dei RHCP. A tale proposito infatti nelle prossime date dei Chicken il suo posto verrà occupato da Kenny Aronoff, turnista americano che ha suonato con un numero indicibile di musicisti.

Invece mi sono dovuto ricredere ed ecco qua questo secondo capitolo Chickenfoot. Ho in esame la versione basic del CD, come spesso accade ne circola una seconda, doppia. Undici brani scritti da Hagar-Satriani, con l’eccezione di Different Devil dove partecipa anche Smith e il conlusivo No Change, a nome del gruppo.

Procedendo per esclusione cito due pezzi, Alright Alright e Different Devil, che sono quelli che in definitiva mi hanno impressionato meno,Intendiamoci, non sono da cestinare ma forse peccano un po’ di mordente, risultando alla fine un po’ più banali.

Per il resto c’è da scegliere, dalla introduttiva Last Temptation, brano classico se vogliamo ma degno biglietto da visita, al pezzo scelto come singolo, Big Foot, probabilmente dotato di un riff abbastanza immediato ed accattivante. Poi voglio sottolineare un trio di pezzi consecutivi che vedo un po’ come l’asse portante dell’album: Lighten Up, Come Closer e Three and Half  Letters. Lighten Up è un brano massiccio che ci regala un assolo di Satriani mozzafiato. Come Closer è una ballata mid tempo sinuosa ed intrigante abbellita da un calibrato lavoro di Smith alla batteria. Ma è proprio con  Three and Half  Letters invece che a mio parere si nota maggiormente il lavoro alle pelli di Smith, in un brano che è forse il più cattivo, più estremo, dell’album. Non a caso è anche il pezzo in cui Hagar rischia di più le sue corde vocali !

In ultimo voglio citare Dubai Blues, brano che potrebbe rientrare tranquillamente in una raccolta di classici hard-rock/blues, Satriani fa meraviglie !!

Va detto dunque che a conferma del precedente ci troviamo davanti a un lavoro puramente rock,molto solido, senza troppi svolazzi. Sano e vecchio hard-rock come oggi non se ne sente più,tra derive prog-death-gothic-grunge e chi più ne ha più ne metta. Pezzi ben costruiti grazie alla tecnica dei musicisti ma, ripeto, in modo molto diretto e non particolarmente elaborato. Probabilmente la forza dell’ album risiede proprio in questo.

Il sound viene impreziosito dalla tecnica sopraffina di Satriani cui va riconosciuto il merito di sapersi comunque mettere al servizio del gruppo, mantenendo spazi personali in modo abbastanza ragionato e organico, senza debordare esageratamente. Certo che quando parte, con la tecnica infinita di cui dispone, è un gran bel sentire, distribuendo perle su più brani. Non pago del suo ruolo ricopre anche quello di tastierista rimanendo un po’ dietro le quinte ma contribuendo ulteriormente a completare il quadro musicale della band.

Sammy Hagar ha 64 anni e la sua voce inevitabilmente comincia a risentirne, è fisiologico; ma guai ad aspettarsi un crollo (ahimè) stile Ian Gillan. Hagar dispone ancora di sufficiente benzina per tenere testa ai brani in scaletta. L’impatto è ancora valido, la potenza forse rispetto ai tempi dei Van Halen è naturalmente calata ma ancora se la cava egregiamente. Semmai permane un dubbio on stage, viste le tonalità sempre alte che è abituato a tenere.

Discorso particolare per Michael Anthony, da tutti ricordato come bassista storico dei Van Halen. E’ e rimane il classico bassista hard rock, possente, solido, un muro. Non ci troviamo certo di fronte ad un virtuoso dello strumento ma probabilmente le circostanze non glielo richiedono. In realtà con Smith alla batteria riesce a costruire un grande wall of sound, preciso, presente ed inscalfibile. Mai come in questo caso la ritmica è veramente il motore della band.

Su Chad c’è poco da aggiungere a quanto già scritto da più parti; noto chiaramente, come già nel primo album Chicken, un grande senso di libertà e divertimento musicale. Ho l’impressione che si esprima con grande scioltezza e forse maggiore libertà (uso di nuovo questo termine) rispetto alla band di appartenenza dove forse il sound è troppo definito e marcato. Si sente che si lascia andare divertendosi, con grande tecnica e potenza; come Satriani va lodato per la capacità di non diventare troppo “sormontante” rispetto al resto del gruppo e questa, ne sono certo, è prerogativa dei grandi!

Che dire dunque….un album riuscito per i motivi che ho citato, che si ascolta con entusiasmo dall’inizio alla fine, gustandosi a pieno ancora questo vecchio hard-rock che non morirà mai !

Max

Tracklist:

01. Last Temptation
02. Alright, Alright
03. Different Devil
04. Up Next
05. Lighten Up
06. Come Closer
07. Three and a Half Letters
08. Bigfoot
09. Dubai Blues
10. Something Going Wrong
11. No Change (Hidden Track)

Lineup:
Sammy Hagar – lead vocals, rhythm guitar
Joe Satriani – lead guitar, keyboards
Michael Anthony – bass guitar, backing vocals
Chad Smith – drums, percussion

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