Dream Theater – A Dramatic Turn of Events 2011

Pubblicato: ottobre 13, 2011 in Recensioni Uscite 2011
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Sulla gestazione del nuovo album dei DT è già stato detto tutto e di più, il titolo dell’opera riassume in breve i fatti.

Tralascio per intero il “dopo” fatto di rimpianti in un primo momento e polemiche, dichiarazioni al veleno e pare persino querele in seguito. Tutto ciò passando attraverso una soap opera il cui soggetto principale era la sostituzione dell’immenso Mike Portnoy alla batteria, allontanato o autosospesosi dalla formazione, non è ancora ben chiaro. La scelta finale, come noto, è caduta sul velocissimo Mike Mangini, già drummer degli Annihilator e Mr. Steve Vai !

C’è da dire che poche band hanno dalla loro dei supporter caldi e affezionati simil curva da stadio come nel caso dei Dream; per contrappasso gli “avversari” li detestano, non ci sono proprio vie di mezzo.

Dunque l’attesa per la tribolata release era altissima  tra dubbi, incertezze e curiosità.

Bene : sono arrivato credo al quinto o sesto ascolto e mi sento di dire che …ci siamo ! A Dramatic Turn of Events è un bell’album, vigoroso come sempre ma anche con reminiscenze di un luminoso passato verso sonorità meno estreme, una sorta di compromesso piuttosto riuscito tra le due facce del gruppo. Ritenere possibile a distanza di tanti anni ripetere i fasti di Images and Words è illusorio, troppa acqua è passata sotto i ponti. Allontanarsi da Systematic Chaos è invece auspicabile e possibile, come hanno dimostrato in questa occasione.

Mi sono concesso questa breve digressione di confronto, pur se a grandi linee, perché nella produzione dei DT ci sono dei veri e propri spartiacque che segnano un cambiamento di indirizzo. Doveroso citarli per comprendere meglio lo svolgimento di questo nuovo Cd.

Mangini recita il suo ruolo a meraviglia e sono molto curioso di avere riprove live: talvolta magari da la sensazione di doversi ancora un pò rodare con gli altri ma il suo levare e battere è portentoso, oltre che terrificante. A mio parere riesce almeno su disco a non fare rimpiangere Portnoy, cosa che avevo seri dubbi potesse avvenire. Tutto il sound della band, pur nella sua iperbole immancabile fatta di potenza, velocità e tecnica allo stato puro, pare scorrere molto lineare, forse meno condizionato dalla presenza musicale di Portnoy che negli ultimi anni era forse diventata esondante.

Tutti gli altri membri si presentano come sempre all’ altezza della situazione, axe-man Petrucci ora regge le fila della band e pur offrendo,al solito, grandi conferme delle sue doti, si dedica maggiormente alla cucitura fra i vari reparti. Rudess trovo che migliori ad ogni uscita, come il buon vino si impreziosisce col passare del tempo; le architetture delle sue tastiere risultano determinanti in più occasioni. La sorpresa, se vogliamo, è il basso di Myung, molto più presente, si “sente” proprio di più. Ed è una gran bella cosa, considerando l’immensa tecnica del bassista di Chicago. L’unica nota dolente mi pare rappresentata da LaBrie la cui voce stenta talvolta a tenere il passo con il resto dell’impianto sonoro; mi sono sempre chiesto come abbia fatto in passato a reggere l’urto e di questo gliene ho sempre reso merito. Dotato di una notevolissima estensione vocale, ho la sensazione che cominci a cedere un po’.

Undici brani compongono l’album che come sempre, per essere apprezzato sino in fondo, richiede qualche ascolto e una certa dose di “impegno” e concentrazione. Le prodezze tecniche, i tempi impossibili, la velocità di esecuzione vogliono un ascolto stile vecchi tempi, non sono certo i pezzi in onda su Mtv .

In particolare mi sento di indicare Breaking all Illusions come la track decisiva,perfetta del disco. Brano più lungo,oltre 12 minuti, si sviluppa su un tema arioso tipico dei DT di un tempo, dove Mangini non fa certo rimpiangere il vecchio Port. La struttura come sempre lascia spazi ad ognuno, fino circa alla metà, quando Petrucci suona un breve ed efficace bridge, anteprima di uno splendido assolo, appannaggio suo e di pochi altri. L’intervento delle tastiere concorre nuovamente a spargere inquietudine e sospensione, seguito dal duo Myung/Mangini. Per poi ritornare, come una liberazione, al tema principale ed a un finale epico in cui Mangini fa due rullate spaventose.

Molto bella e composita è Outcry ma è sicuramente quella che richiede più attenti e numerosi ascolti prima di essere metabolizzata. Romatiche e delicate le ballad Far from Heaven e la conclusiva Beneath the Surface, con un LaBrie che una volta tanto non è costretto a dannarsi l’anima e può cantare con molto sentimento, accompagnato dal suono del piano di Jordan Rudess prima e dalla chitarra di Petrucci poi.

Da menzionare infine l’iniziale On the Backs of Angels non fosse altro perché, essendo il primo brano, rappresenta l’esordio di Mangini. Gran tiro dall’inizio fino in fondo da parte di tutti, a segnare come una linea di continuità con il più recente passato, così come Bridges in the Sky, raffica di suoni a velocità siderale; Mike M. mostra una indipendenza di gambe e braccia sensazionale, bello e “aperto” il cantato di Labrie che conduce ad un finale a dir poco rutilante del pezzo ( credo che live abbia una resa pazzesca ).

Gran bella ballad, veramente Dream Theater, è This is the Life dal titolo vagamente polemico (chissà verso chi….).

Penso di essere arrivato in fondo;  disco di soddisfazione e godimento. Nonostante il parto molto difficoltoso il risultato è decisamente buono; a mio parere si sono stemperati certi eccessi a vantaggio dell’insieme. Volendo guardare avanti provo ad immaginare un ulteriore piccolo sforzo della band a limitare il dilatarsi dei brani, rinunciando giusto ad un 10% di tecnicismo, per devolverlo a favore del cuore e dell’immediatezza. Credo farebbero nuovamente un balzo in avanti.

Tracklist:

On the Backs of Angels – 8:46
Build Me Up, Break Me Down – 6:59
Lost Not Forgotten – 10:11
This Is the Life – 6:57
Bridges in the Sky – 11:01
Outcry – 11:24
Far from Heaven – 3:56
Breaking All Illusions – 12:25
Beneath the Surface – 5:26

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