Opeth – Heritage 2011

Pubblicato: ottobre 14, 2011 in Recensioni Uscite 2011
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Contro tutto e contro tutti, sin dalla copertina colma di immagini simboliche. Questo in breve è il messaggio che ha lanciato Mikael Åkerfeldt, leader degli Opeth, che cura anche la produzione del disco su etichetta Roadrunner. La band svedese prende le distanze in modo piuttosto netto dal progressive death metal del passato virando decisamente verso lidi molto più prog; contribuisce a questo anche l’abbandono dell’uso del “growl” nel cantato da parte di Åkerfeldt. Ma se nel precedente Watershed si coglievano in alcuni passaggi  riferimenti a fusion e rock-jazz qua è anche possibile che la “longa manus” di Steven Wilson (presente al mixer) abbia potuto orientare in qualche modo il percorso degli Opeth.

Sta di fatto che ne è uscito un lavoro totalmente diverso dai precedenti, che ha spiazzato e deluso molti dei fans della prima ora i quali, in qualche modo, si sono sentiti traditi. La carriera di una band però è fatta anche di fasi diverse, di cambiamenti, talvolta persino di ripensamenti. Ecco perché invece accolgo con estremo piacere questo mutamento in favore di altre sonorità; lo vedo anche come il tentativo di un artista, o di un gruppo, di scrollarsi di dosso un’etichetta per spaziare in altro ambito. E in fin dei conti gli Opeth non ci presentano un Cd di canti gregoriani bensì incentrato solamente su uno dei due ingredienti principali sui quali poggia la loro architrave sonora. Non penso saranno principalmente i numeri di vendita a stabilire se sia stata una decisione giusta o meno ma credo che questo lo definirà meglio il tempo. Alla lunga mi sento di dire che verranno premiati; non per altro, semplicemente perché Heritage è un bel disco.

Le dolenti note di un piano accompagnano Heritage, title-track introduttiva, che in quei due minuti restituiscono sensazione di profonda solitudine, pomeriggi lividi nei silenziosi territori del Nord.

Il pezzo seguente è The Devil’s Orchard, uscito anche some singolo a lanciare l’album. Ben costruito, mosso, bello il cantato di Mikael, dipana una tela piuttosto composta ma mai eccessivamente intricata, con un mini assolo di chitarra finale che è una chicca.

Trovo I Feel the Dark  particolarmente riuscito; la coppia Mendez – Axenrot stende un efficacissimo tappeto ritmico sul quale vanno ad innestarsi, alternativamente, voce,chitarra e tastiere. Fine primo tempo. Dalla metà esatta si cambia, l’atmosfera si fa dapprima più eterea e poi esplode con un andamento epico e solenne e , di nuovo, diviene ancora più rarefatta.

Se vogliamo trovare un qualche vago riferimento al passato della band lo possiamo identificare con Slither, breve e veloce cavalcata priva della potenza di un tempo che purtroppo termina con una parte abbastanza piatta e fuori contesto.

L’atmosfera che emana Nepenthe è quasi di attesa, con in primo piano la bella voce di Åkerfeldt ma all’improvviso una variazione totalmente crimsoniana ci ricorda che in qualche modo c’è anche lo zampino di qualcun altro (SW). Improvvise impennate, feroci cadute, galleggiare nello spazio, tutto in un breve lasso di tempo fino a che la voce del leader riporta tutto sulle coordinate iniziali.

Un ripetuto arpeggio di chitarra, un dolce andamento punteggiato dalle tastiere di Wiberg, poi l’ingresso del duo basso- batteria sconvolge in qualche modo l’ordine iniziale che si andava costituendo: Haxprocess è un pezzo molto,molto distante dalla discografia più nota degli Opeth ma è splendido e vario, a mio modo di vedere ben arrangiato.

Le percussioni lontane di Alex Acuna (Weather Report) e poi il piano, solenne ed ancora ad evocare tristezza; su questa base comincia a cantare M.A. per Famine, il brano più lungo. Una potente rullata di Axenrot squarcia questa sorta di velo e di lì la band parte per un’altra scorribanda prog che tanto rimanda,in alcuni momenti, a fasti degli anni ’70, con echi ancora una volta cremisi ma anche dei vecchi Tull.

Probabilmente sono proprio le linee di basso di Mendez quelle che hanno ispirato The Lines in My Hand, episodio forse minore nell’economia del lavoro ma non per questo da trascurare, sicuramente uno dei più energetici in assoluto.

Folklore a mio parere è lo specchio del plot, condensando in sé tutto quanto ho detto in apertura sulla particolarità di questo nuovo Heritage. Vi sono racchiusi tutti gli elementi che negli anni hanno fatte le fortune del progressive, evidenziando la tecnica dei musicisti, gli arrangiamenti, la capacità di comunicare emozioni con la voce e le note, sovente evocative, talvolta sospese, tese tutte a formare un magico puzzle sonoro che si completa con un finale spettacolare.

La chiusa è riservata a Marrow of the Earth , meraviglioso quadretto acustico con le chitarre di Åkerfeldt e Fredrik Akesson in primo piano.

Terminato il lavoro in studio  il tastierista Wiberg ha lasciato la band. Max

Tracklist:

1.”Heritage”  2:05
2.”The Devil’s Orchard”  6:40
3.”I Feel the Dark”  6:40
4.”Slither”  4:03
5.”Nepenthe”  5:40
6.”Häxprocess”  6:57
7.”Famine”  8:32
8.”The Lines in My Hand”  3:49
9.”Folklore”  8:19
10.”Marrow of the Earth”  4:19
11.”Pyre” 5:32
12.”Face in the Snow” 4:04

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