Quando il tempo me lo concede mi piace cercare in giro qualche nome a me sconosciuto. Così mi sono imbattuto in questo Osmosis, seconda e ultima fatica dei padovani Astralia. Il gruppo prog ha avuto fino ad ora qualche problema di stabilità in merito alla formazione ma pare avere trovato un suo assetto. Ruota intorno alla personalità del bassista Riccardo Loriggiola, affiancato dal fratello Massimo alla batteria, Giovanni Binato alla chitarra, Riccardo Pozzobon alle tastiere e Corrado Ruzzon voce e chitarra. Nel disco però la voce è ancora quella di Massimiliano Biolo e alle tastiere troviamo Dario Andreella, che hanno lasciato la band subito dopo.

Dico subito che il Cd è davvero una piacevole sorpresa: sono chiari e molteplici i riferimenti al passato prog ma proprio per la loro varietà l’opera è interessante. Non si tratta di considerarlo alla stregua di un enorme calderone, un guazzabuglio indistinto di richiami, tutt’altro. A mio parere gli Astralia fanno dell’eclettismo e della varietà le loro armi migliori, coniugando i gloriosi fasti del progressive a sonorità attuali, passando attraverso doti tecniche non comuni.

Andando a ripercorrere quello che è stato l’ ascolto devo obbligatoriamente spendere due parole sulla cover che trovo perfettamente intonata e di rara intensità.

Sono nove le tracce che compongono il disco e ognuna di esse, pur legata in qualche modo alle altre da un filo immaginario, riserva singolari emozioni e sensazioni.

Un organo inquietante apre Let me Loose, opening track dal ritmo coinvolgente e variato. Stacchi e ripartenze si susseguono nella migliore tradizione del genere. Di spessore la presenza vocale del cantante Biolo.

Glove Box, uno degli episodi più stimolanti, nel quale ad un riff duro e cupo, tagliente come un laser si intervallano aperture sinfoniche e corali con chitarra e tastiere in evidenza.

Storm Cloudings mi ha fatto letteralmente sobbalzare perchè mi ha rispedito indietro nel tempo dalle parti dei “corrieri cosmici” tedeschi, uno strumentale che potrebbe tranquillamente essere stato scritto da Tangerine Dream o Popol Vuh.

Neanche il tempo di riaprire gli occhi e le note di Chatter Box proiettano con il loro ritmo in un territorio quasi fusion per poi decollare con una partenza lampo di crimsoniana memoria.

Una delle migliori prove vocali di Biolo è decisamente in The Flock, traccia dalla costruzione meno immediata ma non per questo meno godibile.

La breve title track, Osmosis, è un pastique sonoro delicato e ruvido al tempo stesso, un viaggio nei ricordi e nella memoria contrappuntato da una chitarra carica di effetti.

Il pezzo più grintoso è sicuramente Mark One, i riferimenti al Re Cremisi sono piuttosto evidenti ma non per questo meno graditi anche perchè, mi ripeto, questi ragazzi suonano davvero bene ! Sonorità distorte, estreme, sul baratro del caos dal quale solo una provvidenziale chitarra metterà al riparo.

Una pittura romantica, un omaggio sinfonico; questa è After the Hypgnosis, dove la chitarra fa la parte del leone insieme alla voce. Non mi è possibile fare a meno di pensare ai Genesis che furono ascoltandolo e lo trovo assolutamente solare, positivo e impregnato di tanta dolcezza.

Dedalo’s Torment conclude il disco ma è una tappa finale ardua ed importante, il brano più lungo (oltre 10 minuti). L ‘abbrivio è definitivamente prog-metal per poi deviare verso sonorità più complesse e decisamente classiche, con un gran finale riservato all’organo che appare solenne ed impressionante.

Nel music businness di oggi emergere è molto più difficile di una volta, il panorama è abbastanza ingessato e costretto ormai dalle logiche di mercato, spesso a discapito della qualità. Gli sforzi che un gruppo deve fare sono enormi e sovente vani, nel tentativo di non rimanere per sempre un gruppo di nicchia. Auguro agli Osmosis di riuscirvi, magari cercando di fare molti concerti come opening act di gruppi noti. Se lo meritano.

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