Glass Hammer Cor Cordium 2011

Pubblicato: novembre 29, 2011 in Recensioni Uscite 2011
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Quando quattro anni fa mi sono imbattuto nei Glass Hammer per la prima volta sono rimasto stupito e dubbioso allo stesso momento. Nella track-list di Culture of Ascent era presente South Side of the Sky degli Yes e Jon Anderson prestava la sua voce. Le domande principali che mi ronzavano in testa erano : chi sono e perchè lo fanno ? Sono una cover-band, una tribute-band ?  Il cantante in realtà è Jon Anderson ? Il bassista è Chris Squire ? Se sono loro perchè usare degli pseudonimi ? Insomma, in una parola, sono uguali agli Yes !!  Nel 2010 poi con l’uscita di If questi sentimenti non solo hanno trovato conferma ma anzi, ne sono usciti rafforzati  Così ho cominciato a documentarmi e ho scoperto alcune cose, la prima delle quali era che non si trattava degli Yes sotto mentite spoglie ma di una band americana, precisamente del Tennessee, dedita neanche tanto al new prog ma veri e propri paladini dell’autentico progressive d’antan. Hanno esordito nel 1993 e con questo hanno rilasciato dodici album, molti dei quali presentati da  bellissime copertine recanti il logo del gruppo disegnato ( manco a dirlo) da Roger Dean. I testi pescano a piene mani dalla letteratura fantasy (Tolkien ad esempio) ed i suoni oscillano costantemente tra evidentissimi riferimenti a Yes e a Emerson, Lake & Palmer.

Steve Babb (basso) e Fred Schendel (tastiere e chitarra) sono dalle origini il fulcro del gruppo; alle pelli evoluisce l’ottimo Randall Williams mentre il chitarrista è Alan Shikoh. Voice del gruppo è Jon (!!) Davison che quasi costantemente si avvicina nel timbro in modo inverosimile a Jon Anderson. Balza agli occhi anche il fatto che, considerando la musica che suonano, siano statunitensi e non inglesi.

Dunque, dopo l’uscita nel 2010 di If, in sè e per sè disco suonato veramente bene, tornano con Cor Cordium ( il cui significato penso sia da attibuire al poeta romantico inglese Shelley). Sei brani compongono l’album, tre dei quali piuttosto lunghi ed uno addirittura una suite di oltre diciotto minuti. Uno schema abbastanza classico per il progressive.

Nonostante il mio impegno ad evitare ogni pregiudiziale si ripropongono durante l’ascolto le medesime domande del passato. La sonorità complessiva della band, le relative parti soliste e sopratutto la voce di Davison….

Nothing Box è il brano di apertura e adempie a questo in maniera nobile; i GH proseguono sul solco tracciato in precedenza e offrono uno spaccato totale dei loro gusti musicali e della loro tecnica, davvero invidiabile. Gli elementi tipici, fondanti, del prog  ci sono tutti ed in particolare, mi spiace ripetermi, degli Yes. Tappeti di tastiere, assoli da brivido, una ritmica volutamente un pò “d’epoca” ma non per questo meno efficace, tutt’altro. La parte conclusiva del brano è di grande spessore, suggestiva.

One Heart con la sua intro semi-acustica ed i splendidi cori proietta se mai è possibile ancora di più nel mondo primigenio di yessiana memoria; la parte di Shikoh alla chitarra è veramente fedele rispetto alla lezione di Steve Howe e durante l’ascolto viene nuovamente da chiedersi chi siano realmente i musicisti. Perchè quanto a talento la band americana ha poco da imparare.

A seguire Salvation Station, pezzo che suona lievemente incerto ed intelocutorio, un mezzo passaggio a vuoto.

Arriva pronto il riscatto con Dear Daddy, il cui incedere tranquillo e placido viene impreziosito da inserti di chitarra su un fondo dolce e romatico preparato dalle tastiere di Schendel. Davison al solito canta avvicinandosi incredibilmente ad Anderson ed il tutto va a formare una sorta di ballata prog piacevole e ben suonata. Negli ultimi tre minuti il brano aumenta d’intensità pur continuando a ruotare intorno al tema centrale per poi sfumare lentamente.

 

Il piatto forte dell’ album è la suite intitolata To Someone. Grandissimo lavoro di basso e batteria fa da ouverture al pezzo più lungo, ben diciotto minuti. Stacchi di tastiere celestiali che salutano la grandezza di Wakeman, arpeggi malinconici di una chitarra acustica, la voce “alta” del singer che prende sempre maggior forza durante il fluire della musica. Ma verso la metà un arpeggio di piano sposta completamente la sonorità verso Tony Banks ed i Genesis, salvo venire repentinamente interrotto da un cammeo alle tastiere che pare suonato da Keith Emerson in persona. To Someone codifica se possibile tutte le fonti di ispirazione della band, in maniera chiara ed inequivocabile, forse anche eccessiva.

Termina il lavoro She, A Lonely Tower dove il rischio di confondere definitivamente il vocalist con l’ illustre mentore è totale. La voce di Davison a tratti è di una similitudine impressionante; il gruppo srotola con sapienza e maestria il tema portante, contrappuntandolo in modo organico con interventi ora della chitarra, ora del piano o delle tastiere. Drumming e bass compiono mirabilie, controtempi, stop improvvisi. Insomma, il catalogo è completo.

Probabilmente però il problema è proprio questo: i Glass Hammer suonano benissimo, gioia per le orecchie degli amanti del progressive, sopratutto quello dei vecchi tempi. Hanno tecnica e fantasia sullo strumento, doti che non appartengono a tutti ed anche questo Cor Cordium è suonato divinamente. Ma le domande che mi ponevo all’inizio purtroppo restano in essere. Ha senso continuare a replicare “tout court” il suono di una band tra le più grandi della storia che, tra parentesi, è ancora in vita ? Sopratutto, ha senso continuare a farlo negli anni ?

 

 

Tracklist:
01. Nothing Box (10:53)
02. One Heart (6:20)
03. Salvation Station (5:08)
04. Dear Daddy (10:30)
05. To Someone (18:15)
06. She, A Lonely Tower (10:57)

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