Starless (King Crimson,Red,1974)

Pubblicato: dicembre 26, 2011 in Recensioni Vintage
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Noi che ascoltiamo musica da tutta la vita siamo gente strana.
A guardarci oggi sembra che ci sia ben poco che ci stupisce e ci emoziona nella musica in circolazione, eppure quando ascoltiamo i nostri vecchi dischi, o ne parliamo, ci brilla una luce negli occhi, un guizzo di furore da iniziati che ci fa riconoscere tra di noi.
Non si tratta solo di appartenere alla stessa generazione, ma è l’aver provato le stesse emozioni, per le stesse cose, nello stesso momento.
Caso ha voluto che quel momento fosse quello in cui è cominciato tutto, e non lo dico con la presunzione di chi esprime giudizi di merito, ma perché è un dato di fatto.
Poi la musica, ovviamente, come ogni arte, ha avuto la sua evoluzione ed anche ora ci sono eccelsi musicisti e vengono prodotti splendidi dischi, ma tornare indietro di qualche decennio non è solo un nostro esercizio di nostalgia, bensì permette di comprendere come si è arrivati ad oggi.
Noi questa musica non l’abbiamo solo ascoltata, l’abbiamo vissuta sulla nostra pelle, talvolta quando eravamo giovanissimi e non sapevamo riconoscere le nostre emozioni, figuriamoci descriverle.
Provarci ora, dopo tanto tempo offre una personale chiave di lettura di un periodo magico, giusto perché si può liquidare la Storia con “mi piace” o “non mi piace” -ed è rispettabilissimo farlo- ma si può anche provare a comprenderla attraverso quello che hanno provato coloro che l’hanno vissuta.
Non c’è nessuna pretesa di oggettività: sono emozioni, solo emozioni.
Così, per iniziare questo viaggio nella memoria, comincio da Starless, quello che per me è il pezzo più bello del mondo.
E’ tratto da Red, disco dei King Crimson del 1974, da molti considerato la massima espressione di quella corrente musicale che viene definita Progressive Rock.
Avevo quattordici anni allora e, naturalmente, non avevo neanche il vago sentore che questa musica, che mi piaceva tanto, fosse il Progressive Rock, ma tanto non avrebbe cambiato nulla.
Per comporre un pezzo come Starless non basta essere tecnicamente eccelsi, bisogna avere il
coraggio di osare.
“It is spring, moonless night in the small town, starless and bible-black…” è l’incipit del dramma Under Milk Wood di Dylan Thomas, ispirazione della frase che ricorre nel testo interpretato da Wetton.
Starless inizia in modo classico, in una sinfonia di archi e mellotron che introducono la voce malinconica di Wetton, che pare miele colato, cullata dal carezzevole sax soprano di Collins e dal fraseggio di chitarra di Fripp, che insieme dipingono la melodia romantica di un tramonto di luminosa bellezza. Tutto l’oro che tinge il cielo immenso, evoca tuttavia il profondo senso di vacuità della nostra vita, malata di incurabile solitudine.
Quattro minuti di incanto: avrebbero potuto chiudere lì e sarebbe stato bellissimo, triste ma bellissimo.
Ma non era quello che volevano descrivere i King Crimson, sarebbe stato troppo facile.
Volevano invece far percepire quanto l’armonia non esista anche dentro di noi, quanto gli stessi occhi rapiti dalla luce dorata del cielo vedano solo buio nell’anima, un buio senza stelle.
Per farlo dovevano spezzare l’incanto: inizia la dissonanza, e con essa il coraggio di osare.
Ci vuole coraggio per muovere passi incerti a tentoni in quel buio, accompagnati dal tempo dispari del basso lento, soprattutto quando su due sole corde della Gibson di Fripp inizia a ripetersi in modo ossessivo un accordo che sale progressivamente di tono in modo tagliente e minaccioso.
Ad ogni salto entra uno strumento, cresce la tensione.
E tu resti lì, appeso a quell’accordo, ogni volta ti aspetti che finisca mentre ti monta un senso di attesa che gonfia il cuore.
Altri quattro minuti, ma di tormento. Si sale di tono, sempre più in alto e insieme si precipita nella nostra profondità, sempre più a fondo.
Poi, quando ormai la vertigine è insopportabile, la musica esplode, in modo convulso e caotico, quasi free jazz, esasperato e furibondo, velocissimo, aggressivo.
Ancora una volta ti ritrovi ad aspettare che smetta, e ad un tratto hai la breve illusione che sia davvero così, ma la ridda infernale ricomincia, ancora più dissonante, ognuno sembra andare per i fatti suoi al di fuori da ogni schema, in modo folle.
Altri due minuti, ti senti sfinito.
Ed ecco che quando ormai non sai più cosa aspettarti si riapre il tema iniziale, travolgente, questa volta con il sax che trascina verso un’ondata di luce abbagliante su un tappeto di basso e batteria di poderosa potenza.
Non ci si crede: hanno esagerato tutto.
Hanno rischiato per portarci con loro ad esplorare il buio senza stelle che talvolta impedisce alla nostra anima di far entrare la luce.
Tu lo hai sentito, hai visto il tramonto, sei stato sopraffatto dalla malinconia, hai visto tutto il tuo buio interiore, ne hai avuto paura, l’hai sentito esplodere.
Poi passi trentasette anni a riascoltare questo pezzo, resisti su quell’accordo anche se ogni volta sai che devi affrontare nuovamente tutta la tensione che provoca, perché ogni volta ti ricorda che alla bellezza, quella vera e profonda, si accede solo attraversando il buio ed affrontandolo.
Ma quando l’avrai accolta, quella bellezza farà parte di te, perchè tu fai parte di lei.
Tutte le volte che lo si ascolta esplode il cuore, nello stesso modo della prima volta.
Sempre.

Clara

 
commenti
  1. massimo scrive:

    ciao…non ho mai letto una descrizione così bella…
    …anche per me Starless è il mio brano preferito…

    • Clara scrive:

      Grazie Massimo! è il nostro comune amore per i King Crimson che ci fa parlare la stessa lingua…
      Grazie a Max che mi ha dato l’occasione di scrivere sul questo ottimo blog: la musica e le emozioni che regala diventano ancora più potenti se si possono condividere.
      Del resto, come diceva Nietszche, “la vita, senza la musica, sarebbe un errore”.

      • massimo scrive:

        …girovagando ho trovato questo filmato…
        …c’è una bellissima versione di Starless…
        …e anche il resto è fantastico…

        …ciao…

      • Antonio scrive:

        Bella la tua lettura! ieri sera a Torino i KC hanno, tra gli altri suonato questo straordinario, incommensurabile pezzo…è stata indescrivibile l’emozione che ha creato!

  2. Andre scrive:

    Davvero molto emozionale!🙂
    Una relazione che fa capire davvero molto bene come interpretare o come è stata recepita questa canzone.
    Non conoscevo il pezzo essendo portato ad ascoltare altro, ma conoscevo bene Ian Wallace.
    E se ancora oggi, ormai 2012, a lezione si studiano ripartizioni di batteria di Bonham, Wallace, Paice, Berkeley e compagnia bella, vuol dire che siamo hanno davanti a pietre miliari!
    Ma questo non significa “la perfezione musicale”.
    Sono talenti di cuore. Nel loro essere stilisticamente non aggraziati, un po’ musicalmente “sporchi”, un po’ fuori dagli schemi di tempo e metronomo a loro piacimento, rendono tutto un ritratto di un filone musicale unico che è indimenticabile.
    Perchè l’artista di cuore, colpisce al cuore.
    Un artista fenomeno, con tutti i canoni di perfezione new age musicale, non riesce a trasmetterti questo.
    Ed è un’opinione personale che si può trasmettere anche agli artisti, musicisti, ragazzi che lo fanno nei locali per le città: se un musicista suona con il cuore lo riconosci subito.

    Complimenti!

    Andre

  3. Laura scrive:

    Starless è uno di quei brani che incidono graffi nel cuore
    di una bellezza sconvolgente, assoluta

  4. Paolo scrive:

    Assolutamente d’accordo, Starless è tutto, nascita e morte della musica stessa!

  5. Roberto scrive:

    Adoro Starless, posseggo Red in vinile, nel 1974 anche io avevo 14 anni …. ho scoperto solo recentemente (come tutti, allora non si chiamava così…) che la musica che adoriamo si chiama Progressive Rock e considero questa una delle più Belle recensioni mai scritte…!
    Brava Clara!

  6. dadda46 scrive:

    Grande, Clara!

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