Firth of Fifth (Genesis,Selling England by the Pound,1973)

Pubblicato: gennaio 2, 2012 in Recensioni Vintage
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Lo sapevo che sarebbe uscito, sapevo esattamente la data e l’ora, l’avevo letto su una rivista.

Un mio compagno di scuola mi aveva fatto ascoltare The Musical Box e tra i Genesis e me era stato amore a prima vista: Trespass, Foxtrot e Nursery Crime li avevo consumati.

Sapevo che sarebbe uscito Selling England by The Pound, lo aspettavo davanti alla vetrina del negozio, che doveva ancora aprire.

Probabilmente sono stata la prima a comperarlo a Bologna, a scatola chiusa, sulla fiducia. Rischiavo una paghetta. Era il 1973.

Con quel vinile tra le mani ero felice, già la copertina era bellissima.

Sulle copertine dei vinili noi di questa generazione ci si passavano i pomeriggi, le  nascondevamo sotto i libri di latino o matematica perché le nostre madri non si accorgessero che non stavamo studiando.

In realtà noi stavamo studiando moltissimo, era un’avventura cercare di tradurre testi spesso intraducibili, ricchi di citazioni, giochi di parole, immagini rubate alle mitologie, alimentava quella passione che stava crescendo, come stavamo crescendo noi.

Quando un disco non si poteva comperare, ce lo facevamo prestare da qualche amico più fortunato, lo registravamo su quelle assurde cassette che dopo un po’ si sbobinavano, cominciavano a gracchiare e, soprattutto, toccava avvolgere e riavvolgere per trovare il pezzo che volevamo ascoltare. In quei casi, i testi li copiavamo su un quaderno, con la pazienza febbrile degli amanuensi.

Mai avremmo immaginato che nell’arco di una generazione sarebbe stato tutto a portata di un clic.

Io non vedevo l’ora di ascoltare quel Selling England by The Pound, che nell’edizione italiana aveva tutti i testi tradotti: una meraviglia.

Già l’incipit del disco era folgorante e il secondo pezzo indimenticabile, ma il capolavoro era lì, sui solchi della terza traccia: Firth of Fifth.

Ma cosa significava?

Il Forth è un breve fiume della Scozia che descrive un corso di curve sinuose fino all’ultimo tratto, che pare aprirsi come un lago prima dell’estuario, il Firth of Forth…fourth, fifth, i cinque Genesis, Firth of Fifth…

Era una gioiosa scoperta per una generazione, lontanissima da Wikipedia, che risolveva i propri dubbi in biblioteca.

Firth of Fifth è per me un brano pittorico, con un impatto descrittivo fortissimo.

Lo apre con eleganza Tony Banks al piano, turbinando con la festosa grazia di una sorgente.

Dopo un minuto si introduce la voce di Peter Gabriel, che dipinge un quadro elegiaco, sostenuto da un insieme orchestrale armonioso come un fiume che scorre nel suo letto, immerso in un paesaggio colmo di bellezza e di storia.

Lambisce montagne, lillà, cascate, radure che vi si riflettono, benché sotto la sua superficie si nascondano insospettabili insidie.

Lungo il suo corso si vedono case, uomini, pecore che restano chiuse nel loro recinto, pur avendo la possibilità di uscirne, rassicurate dal panorama immobile se non fosse per il fluire delle acque.

La città è nascosta alla vista, come un cancro che divora le nostre individualità.

Ma qualcosa ci deve essere svelato, c’è un altrove che ci chiama.

Timidamente, tra il vento che soffia sul piano, il flauto soave di Peter Gabriel ci attira come un canto di sirene verso il fiume. I tocchi di Collins sono lievi come a non voler spezzare la suggestione.

Non possiamo fare a meno di farci trasportare da questo incanto, di seguire quella dolcezza che ci cattura e ci guida con garbo verso le acque impetuose del piano di Banks, che diviene presto protagonista della scena.

Phil Collins lo segue, calibra ogni colpo con crescente intensità e quando, dopo un incedere tumultuoso, fa irruzione il synth, siamo nel mezzo delle rapide, rotoliamo, scrosciamo con loro, siamo in balia delle acque, perduti.

Ma ormai è troppo tardi per tornare indietro e, anche se fosse possibile, non lo faremmo.

Se si nasce naviganti, al richiamo della corrente non si può resistere.

Ci lasciamo trasportare inermi, finché non arriva Steve Hackett a salvarci e a guidarci lungo le anse morbide del fiume, con le sue note lunghissime e commoventi.

Ad ogni curva il fiume si apre, scivola sui ciottoli dell’acustica di Rutherford, ad ogni ansa Collins carica la piena sempre più maestosa della chitarra elettrica di Hackett.

Siamo nel flusso di una marea e navighiamo con loro verso l’oceano, il mondo più grande che abbiamo scelto di esplorare, sopraffatti dalla dolcezza e allo stesso tempo dall’intensità di questo viaggio.

Sembra non dover mai terminare, vorremmo che non terminasse mai.

Invece arriviamo a vedere il grande mare.

Nella calma della foce ci aspetta Peter Gabriel, di nuovo sull’insieme orchestrale, a ricordarci che questa esperienza incredibile ha chiesto come tributo la nostra anima.

Le pecore resteranno nel recinto, sarà un pastore a portarle altrove: noi siamo solo un breve sogno di assoluto nel flusso del perenne cambiamento.

Ad ogni cambiamento ne seguirà un altro, il tempo non si ferma, tutto scorre.

Tony Banks dissolve il nostro sogno nell’oceano sulle note lievi del tema iniziale.

Eppure noi eravamo, inconsapevoli naviganti, nel bel mezzo di un cambiamento epocale e non avremmo potuto evitarlo.

Potevamo tuttavia restare nelle nostre sicurezze, accettare la vita che altri avevano deciso per noi, soffocare l’anelito di libertà, l’illusione di essere i protagonisti immortali della vita e del mondo che sognavamo, ma non l’abbiamo fatto.

Lo stiamo ancora pagando, in un certo senso, ma abbiamo guadagnato la capacità di commuoverci per un assolo di chitarra, e questo non ha prezzo.

Clara

commenti
  1. paolo stradi scrive:

    Ma allora non sono soltanto io ad essere cresciuto navigando su quel fiume mitico…Ciao Clara…e il naufragar m’è dolce…

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