Since I’ve Been Loving You (Led Zeppelin, Led Zeppelin III,1970)

Pubblicato: gennaio 16, 2012 in Recensioni Vintage
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E’ impossibile ascoltare i Led Zeppelin senza scomodare le viscere.

Ogni volta che si tenta di classificarli manca qualcosa, sfuggono ad una definizione: sono capaci di essere durissimi, ma allo stesso tempo dolcissimi, possono essere l’essenza del rock come del blues, pestano come fabbri, ma sono così sensuali che si sentono con la pancia.

Due cose vanno dette: erano tutti e quattro fenomeni assoluti di tecnica e creatività, talenti puri, ciascuno indispensabile agli altri e al gruppo a punto che quando morì John “Bonzo” Bonham, il gruppo si sciolse. E del resto, Bonzo era uno che accordava la batteria, rendendola non solo uno strumento ritmico, ma un elemento timbrico di tale inconfondibile natura, da costituire il colore della musica dei Led Zep: un suono secco, pieno, definito di ogni suo tocco, il suo sincopato, gli stop che in una frazione di secondo racchiudono il respiro che si strozza in gola per l’emozione…ecco, quello era Bonzo.

I loro primi cinque dischi sono tutti perfetti, ma il loro pezzo che amo di più è tratto da Led Zeppelin III, album del 1970, pubblicato almeno cinque anni prima che io potessi ascoltarlo e restarne folgorata.

Il testo di Since I’ve been loving you è dolorosamente straziante, parla di un povero cristo che si sbatte di lavoro da mane a sera per amore della sua donna, che lo tradisce senza ritegno.

L’organo è messo alla base del pezzo, potente, con rare fughe melodiche, ma frequenti guizzi umorali, mentre è  la batteria a definire la linea sulla quale voce e chitarra alternano il loro grido.

E già qui sta la prima nota di genio: un pezzo a due voci su un organo usato come ritmico e una batteria con velleità melodiche.

Cinque note gonfie sulle corde della chitarra e quel tu-tu-tu- tu-tum rotondo, inimitabile.

Inizia il preludio, con la sensuale svogliatezza del blues ma si interrompe allo stop della batteria in controtempo: un suono secco, nitidissimo.

E la prima punta di dolore arriva netta come un grumo di sangue che esplode in testa.

Entra la voce, strascicata, pacata, quasi un parlato, quello di un uomo che cerca di spiegare le sue ragioni: “I’ve been working from seven to eleven every night..”.

Ma mentre lo dice, a poco a poco si fa strada un inizio di rabbia: “I’ve really been the best, the best of fools…” si sente la fatica di chi cerca di mantenere il controllo, e tuttavia non riesce a trattenere la disperazione che traspare nella reiterazione ritmica di quel “because I love you baby, how I love you darlin’, how I love you baby, my, I love you girl, little girl…”

La musica segue il ritmo del respiro, delle sue pause, di quella calma che a poco a poco sembra sopraffatta dal dolore di fronte a tanta indifferenza.

Non le sta chiedendo un atto di misericordia, sta  dando della stronza alla donna che ama.

E parte il secondo embolo, ma questa volta arriva alla pancia.

Tum-tu-tum, e l’organo incombe finché tra arpeggi di chitarra e ritmo costante della batteria, il parlato diventa un grido, e poi ancora un sussurro, un tentativo di trovare qualche ragionevolezza nel diventare folli, ma l’incalzare di organo e batteria, come un’onda di ricordi di sapori, odori, mani sulla pelle lo rendono impossibile.

”…I said it kind of makes

my life a drag, drag, drag, drag, Lord, yeah, that’s right now, now. Since I’ve been lovin’ you, I’m about to lose my worried mind…”

Stop in controtempo ed ecco la magia sublime di una chitarra così bella da far male, un pianto rabbioso e dolce allo stesso tempo, arreso alla potenza illogica dell’amore.

Un singhiozzo di un minuto  e quindici secondi, straziante.

Stop…grido…silenzio…tum,…ricciolo di chitarra, breve fuga di organo, poco più di quattro note, ma bastano.

Silenzio… tu-tu-tum…grido…

“Said I’ve been crying

My tears they fell like rain,

Don’t you hear, Don’t you hear them falling,

Don’t you hear, Don’t you hear them falling.”

Questo uomo piange davanti alla donna che ama, le può perdonare tutto, ma è la sua l’indifferenza a farlo impazzire.

…poi tutto riprende ma non è più come prima, non c’è più alcuna possibilità di uscire da questo amore  così insensato da far perdere lucidamente la testa, il ritmo del respiro si rompe e  preme, il controtempo si lega a frequenti rollate rabbiose, l’organo diventa sacro, le parole biascicate in modo convulso, la chitarra pare aver perso l’accordatura…

“yeah, yeah, yeah, yeah, yeah.I’ve been working from seven, seven, seven to eleven every night….It kind a makes my life a drag, a drag, drag…grido…Ah yeah, it makes a drag…”

Ma quanto male fa amare così?

Si è spezzato tutto, ormai il sangue è arrivato alla testa e pulsa, pulsa finchè…tu,tu.tu.tu tututu tutum…e ancora…e ancora…e ancora una volta, poi è pace.

Ci si può perdere nella schiavitù senza scampo dei propri sensi? Sì, questo pezzo dimostra di sì.

Quando ho ascoltato per la prima volta questo pezzo avevo 15 anni e nella mia innocenza immaginavo che il sesso, dovesse essere così, avere questo andamento avvolgente e travolgente, questa intensità persino drammatica, ma così totalizzante e sensuale da far perdere la testa.

Qualche volta, quando l’innocenza l’ho perduta, ho provato qualcosa di molto simile e per questo mi considero privilegiata.

Ma è stato raro, così raro che credo che questo pezzo dimostri anche Dio c’è e, con il suo infinito senso dell’umorismo, mi prende in giro da una vita.

Clara

commenti
  1. Minestra di Riso scrive:

    emozione allo stato puro,
    sofferenza allo stato puro
    impotenza allo stato puro… si credo che Dio a volte si prenda beffa di noi legati alle emozioni allo stato animale,
    e i Led… non ci fanno dimenticare mai cosa siamo…

    quanti ne avevo quando li ho ascoltati per la prima volta… 46… ho smarrito il mio tempo ma lo sto ritrovando. tu pensa sono solo agli inizi. e “LedZeppelin IV” lo amo. Un saluto e complimenti Minestra di riso.

  2. Laura scrive:

    questo commento è superbo, credimi, non se ne legge di roba così…
    grazie

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