Who Knows What Tomorrow May Bring (Traffic,Traffic,1968)

Pubblicato: gennaio 29, 2012 in Recensioni Vintage
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I Traffic sono una mia vecchia conoscenza.

Ci siamo conosciuti quando ero molto giovane, e lo erano anche loro, tuttavia io avevo appena iniziato la mia carriera di appassionata, mentre loro avevano già praticamente concluso la loro carriera di band mitologica.

C’era stata una simpatia, ma non molto di più. Ero presa da altre scoperte, frequentavo altre compagnie musicali, così è andata a finire che ci siamo persi di vista.

Ogni tanto capitava di incontrarci di nuovo ed era piacevole, ma ci si perdeva ancora dopo poco.

Sono passati alcuni anni ed io sono cambiata, loro -grazie al cielo- sono rimasti lì, con i loro capolavori intatti, ad attendere che il mio orecchio e il mio cuore fossero pronti.

Come talvolta succede con i vecchi amici, un giorno ci siamo incrociati per caso ed io li ho ascoltati con una maturità diversa. Ho scoperto aspetti che non avevo mai notato.

Ascolto dopo ascolto, prestando loro l’attenzione che meritavano, me ne sono innamorata.

Amore vero, travolgente, passionale, assoluto, fatto di attrazione fisica, stesso modo di sentire, stesso modo di comunicare.

Sono diventati l’amore della mia vita, quelli con cui voglio invecchiare, quelli che mi accolgono quando mi sento triste ed ho bisogno di ricaricare l’energia e che quando mi sento felice mi fanno percepire tutta la bellezza straordinaria della mia vita.

Non posso essere obiettiva nei confronti dei Traffic, non voglio neanche, benché sappia benissimo che nello scrivere una recensione, sebbene emozionale, dovrei frenare l’entusiasmo ed armarmi di equanimità.

Non mi interessa, scusatemi, ma li amo.

Li mando in loop e non ne esco più.

Sarà quell’alchimia fenomenale di generi e stili, sarà quell’afflato di jazz che li pervade, o forse il groove formidabile di certi pezzi, ma non posso mai dire di ascoltarli soltanto: li vivo, mi ci immergo.

Mi catturano e io mi lascio portare via, dove vogliono loro, mi fido.

Talvolta mi fisso su un intero disco, ma molto più spesso su un unico pezzo che faccio ripartire all’infinito, per seguire uno strumento alla volta e farmi poi riprendere dall’insieme, lasciandomi sorprendere da quanto posso essere infedele alla voce di Steve Winwood, alle sue magiche tastiere e alla sua sorprendente chitarra, o al favoloso sax di Chis Wood, o alla batteria sorniona di Jim Capaldi, o al basso di Dave Mason prima, o Rick Grech poi, capace di sedurre anche con sole cinque note.

Li amo, tutti.

Volendo parlare di loro, sono rimasta indecisa fino all’ultimo su una rosa di pezzi, uno più bello dell’altro, tutti difficilissimi.

Perciò ho aspettato, mi sono riascoltata tutta la discografia ed ho pazientemente atteso che fossero loro a venirmi a chiamare, come fanno sempre.

Traffic, 1968, quarta traccia, Who knows what tomorrow may bring: mi è entrata dentro un po’ alla volta finché non l’ho ritrovata tra le bonus tracks del CD di John Barleycorn, in versione live del 1970, mai incisa prima su dischi ufficiali, tenuta per il doppio del tempo, poco meno di sette minuti di groove irresistibile.

Un’apoteosi di note, tutte perfette, che si ricorrono e si sfidano sfrontatamente su un intreccio di assoli, che entrano in continuazione quando l’insieme si fa da parte per lasciare spazio al solista, sostenerlo per lasciarlo poi sfumare a lasciare spazio ad un altro solista.

Ma se si distoglie l’attenzione dal virtuoso di turno e si torna sull’insieme, ci si imbatte in un altro virtuoso, apparentemente più in ombra, che sta facendo cose sbalorditive senza alcun bisogno di avere i riflettori su di sè.

Sono stupefatta, ancora una volta, e ancora una volta mi perdo nella musica e devo farla ripartire dall’inizio perché non trovo più il filo dell’emozione che voleva abbandonarsi ai passaggi temerari tra falsetti e voce piena del mio adorato Steve, ma è stata rapita dall’ingresso del sax provocante dell’amato Chris.

Ma mentre sto per cedere alle sue scorribande e alle mezze note con le quali ammicca, falso ruvido che non è altro, arriva Jim, percussivo e geloso a ricordarmi la mia passione per i batteristi, con un incessante lavoro di piatti e rullate montanti in crescendo.

Abbasso la guardia, troppo perché non sia il giro di basso questa volta a farmi pensare che quello che la mia pancia vuole è solo lui, quel suono cupo che mi fa ondeggiare, lui che è il mio ritmo interiore, quello scuotersi morbido che è il mood sensuale con cui affronto la vita.

Ritorna la voce, ma io sono stordita.

Sono persa, mi hanno di nuovo tutta intera, sono posseduta dai Traffic, mi lascio andare e comincio a ballare, mi percepisco in ogni atomo e mi riconosco: sono io, sono loro, io sono loro, loro sono me.

Ma non è finita, ci pensa l’ingresso dell’Hammond a farmi impazzire con le sue modulazioni spericolate: mi mordo le labbra, chiudo gli occhi e lascio che il piacere puro scorra lungo le fibre del mio corpo che si muove con loro.

Qualsiasi cosa stia facendo, è a loro che la sto dedicando, alla chitarra inattesa che fa capolino dalle retrovie, a quell’organo prepotente che sfida una batteria sempre più sfacciata e a quel basso che continua a pulsare nel fondo della mia pancia.

Chiudono spettacolari in un’apoteosi.

Mi hanno stremata per sette minuti, ma ancora, alla centesima volta consecutiva che li ascolto, non ho capito del tutto, sento che c’è dell’altro, che posso provare dell’altro.

Li faccio ripartire e ricomincio, questa volta voglio seguire solo l’Hammond, lo giuro.

Ma ritorna il sax, e poi ancora la batteria, poi il basso, poi la voce, poi di nuovo l’Hammond, poi…e quel groove si impadronisce di me…

Non mi resta che farli partire di nuovo.

Maledetta infedeltà, benedetti Traffic.

C’è poco da fare, li amo, ed è amore vero.

Mi riempiono, ma non ne ho mai abbastanza.

 Clara

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