Steve Hogarth & Richard Barbieri Not the Weapon but the Hand 2012

Pubblicato: febbraio 17, 2012 in Recensioni Uscite 2012
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Questo è un disco che per vari motivi attendevo con molta curiosità, il mondo dei Marillion si incrocia con quello dei Porcupine Tree; il cantante Steve Hogarth insieme al tastierista Richard Barbieri rilasciano Not the Weapon but the Hand, uscita molto interessante che credo lascerà spazio a varie considerazioni. Tralasciando i curricula musicali dei due, oramai noti ai più, è importante rilevare come anche il resto della formazione sia piuttosto composito. Se da un lato troviamo Chris Maitland, primo batterista dei PT , da un altro troviamo Arran Ahmun (già batterista di John Martyn !) e al basso il longevo Danny Thompson, membro fondatore dei Pentangle (!), che in carriera vanta un numero pressochè infinito di collaborazioni. A chiudere il cerchio Dave Gregory, chitarrista storico degli XTC (!) che in passato ha lavorato pure su alcuni album dei PT.

Dunque una formazione alquanto eterogenea, con provenienze tra le più disparate (folk, new wave) e che trova comunque in un modo o in un altro un fil rouge, rappresentato dalle due band madri, Marillion e Porcospini. Non va dimenticata poi l’antica appartenenza di Barbieri ai Japan perchè come vedremo, anche questo si dimostrerà all’ascolto un ulteriore elemento da valutare.

Il disco è composto, strutturato, a vari livelli da tutte queste esperienze e sonorità e dunque per certi versi è abbastanza sorprendente; non si tratta di un tentativo puro e semplice di  “fusione” del sound dei due gruppi di provenienza, c’è dell’altro. I due mettono in campo sonorità e timbri (nel caso di Hogarth) che vanno aldilà dei confini abituali, si spingono in un territorio che se confina con il proprio di certo lo travalica. Non è un lavoro immediato e diretto, non è puramente emozionale ma allo stesso momento non fa ricorso ad esasperati tecnicismi. Come un buon vino d’annata va assaporato lentamente e lentamente si fa scoprire, svelandosi a poco a poco.

Sono otto le tracce che lo compongono per trequarti d’ora di una musica di atmosfera, abbastanza intimista che però non si chiude mai nello stretto recinto dell’ electronic o, peggio, scivola in un ambient ormai trita e ritrita. Ogni componente della formazione fornisce e fa percepire bene il proprio contributo.

Red Kite è il brano di apertura, introdotto da un lieve ed ipnotico arpeggio al piano di Barbieri sul quale si innesta il cantato inconfondibile di Hogarth. La voce dei Marillion abbraccia il pezzo con tonalità sommesse, talvolta quasi sussurrate, a sottolineare il carattere complessivo del lavoro. In retrovia il lavoro discreto e preciso della band, punteggiato da incisi brevi e calzanti della chitarra. Su di un delicato tappeto di tastiere Red Kite sfuma progressivamente.

A Cafe with Seven Souls si annuncia con un intro cupa e cadenzata, la voce del singer si fa ancor più delicata e tenue che in precedenza. La linea di basso conferisce ulteriore austerità e tono fosco al pezzo che mantiene questo andamento sino al termine.

Naked conferma questa indole sin qui totalmente intimista del Cd, dove il canto di Hogarth prosegue su tonalità molto soffuse, cadendo qualche volta in quell’ eccesso di “lamentazione” che lo può rendere discutibile. Incredibile il lavoro all’apparenza secondario svolto dalla ritmica; nel connubio con la trama intarsiata dalle tastiere di Barbieri colora per intero la traccia che però, a mio parere, è quella meno convincente.

A tale proposito giunge con perfetto tempismo Crack, che ha il pregio di movimentare il fluire della musica; come una sorta di lama taglia in due il disco con il suo ritmo più accentato. Da sottolineare nuovamente l’ottima prova del basso di Danny Thompson che dall’alto della sua esperienza conduce insieme ai synth verso quel territorio inesplorato di cui dicevo poc’anzi. Gran merito va sicuramente assegnato al tastierista dei PT, senz’altro più incline a sperimentare (come aveva dimostrato nel bellissimo album solista del 2008, Stranger Inside).

La chitarra di Dave Gregory e le note di un ipnotico carillon, accordi sognanti delle tastiere, aprono Your Beautiful Face. Su una splendida quanto misurata linea di basso Hogarth riprende il suo canto quasi mormorato. Echi “floydiani” si affacciano qua e la, contribuendo a sviluppare un’atmosfera di sicura presa. Non ci sono concessioni a soli deflagranti, a vocalizzi particolari; tutto appare calibrato e teso a comporre un quadro inquietante ma dal quale è difficile distogliere lo sguardo.

Una sorta di ritmo industrial, una ballad mid-tempo dove si affaccia per la prima volta un cantato più melodico. Così si annuncia Only Love Will Make You Free, brano più lungo dell’ album nel quale spiccano inserti che rimandano ai Marillion. Tuttociò circonda un interludio profondamente sussurrato e spurio rispetto all’ episodio. E’ l’ unica traccia dove in definitiva è presente un ritornello.

La seguente Lifting the Lid rappresenta a mio modo di vedere il passaggio più riuscito. Barbieri è immenso nel creare un tappeto sonoro in questo caso a dir poco emozionante, carico di suggestioni. L’alternanza di suoni tra piano e tastiere è affascinante. La voce punteggia a tratti un brano denso di pathos che mi sento di indicare come la pietra angolare del disco, una ballata sognante. Se nella precedente il tributo era verso i Marillion, qui non vi è dubbio che lo sia verso David Sylvian e i Japan.

La title track, brevissima, conclude il lavoro e musicalmente almeno rappresenta poco più di un filler.

Come detto dunque è un album che va scoperto gradualmente, richiede diversi ascolti. Mi è piaciuta molto l’idea di non cercare meramente di sovrapporre e/o miscelare Marillion e Porcupine Tree. Ne viene fuori così un prodotto se vogliamo ibrido, a parte, che poco concede tutto sommato ai rispettivi gruppi. La voce di Hogarth, i suoni di Barbieri (vera anima del progetto), certamente lo contraddistinguono ma in un ambito a sè stante, non strettamente progressive ma che penso troverà numerosi consensi.

Max

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