Bruce Springsteen Wrecking Ball 2012

Pubblicato: febbraio 23, 2012 in Recensioni Uscite 2012
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L’ennesimo, atteso e gradito capitolo del Boss ! L’ultimo nel quale purtroppo sarà possibile ascoltare le note del sax di Clarence Clemmons, scomparso recentemente. Oramai piuttosto stempiato, con la sua fida Telecaster a tracolla, il rocker del New Jersey rilascia Wrecking Ball, album n.17 in studio di una lunga e fulgida carriera. Grande è l’attesa anche per il tour che toccherà l’Italia nel mese di giugno e dunque questo nuovo album casca a pennello per valutarne in anteprima le potenzialità.

Musicista ormai di lungo corso che ha attraversato nel suo percorso varie fasi; sfacciatamente rock, intimista e triste (aggiungerei a più riprese) e poi ancora quella che rappresenta l’ultima e più recente stagione, fatta di un rock più maturo e consapevole, forse meno di impatto ma sempre dai testi importanti e rivolti assolutamente ai temi più di attualità.

Come sempre, quando mi trovo a parlare di musicisti di questo calibro, ho ancora come un malcelato senso di impotenza davanti all’evidenza del tempo che trascorre, anche per le rockstar. Spesso purtroppo questo coincide con un appannamento dei contenuti musicali, peraltro comprensibile; nel caso di Bruce Springsteen la regola vale a metà, nel senso che se è vero che da anni a questa parte raramente sforna gioielli riesce comunque a mantenere un livello medio-alto della sua musica. Wrecking Ball conferma il trend e anzi, a parer mio,  poco ha da invidiare alle uscite precedenti, Working on a Dream (2009) e Magic (2007).

Undici brani di rock americano, rock della provincia, della strada, dei perdenti e della consueta galleria di personaggi che Springsteen illustra dal lontano 1973, suonato come sempre con passione ed intensità; accompagnato dalla fida E Street Band e da un nutrito manipolo di ospiti e collaboratori, tra i quali mi preme ricordare Steve Jordan, Tom Morello (!), il sassofonista Stan Harrison. In più la New York String Section completa il roster con la sua orchestrazione in tre pezzi. Co-produce e suona Ron Aniello.

Come accennato i testi fanno espliciti riferimenti alle difficoltà economiche odierne, alle guerre, al disastroso uragano Katrina; sono fatti di preghiere e di proteste contro palesi ingiustizie. Tutti temi non nuovi per il Boss ma che gli fanno onore e ne testimoniano la coerenza; trattati sempre con amarezza,  ironia e talvolta sarcasmo.

Il singolo We Take Care of Our Own introduce all’ascolto del disco, fitto fraseggio tra la voce del chitarrista e la band, un tipico rock cadenzato in stile Springsteen. Assolutamente niente di nuovo o sconvolgente, i consueti chorus di Patti Scialfa e gli archi dell’orchestra: ma la sua forza sta proprio qua, nell’integrità, nella sua intrinseca genuinità.

Discorso che si può estendere anche alla successiva Easy Money, traccia dalla musicalità completamente differente, quasi country-gospel. Bruce imbraccia il banjo per offrirci con il suo accompagnamento l’ennesimo spaccato di quell’America che non è solo New York e le grandi metropoli. Un arrangiamento davvero corale, con tanto di inserto solista di violino, lo rende totalmente “american”. Alle pelli in questo caso il grande Steve Jordan (John Mayer, Pino Palladino).

Shackled and Drawn si muove anch’essa sulle stesse frequenze, implementata come la precedente dalla prestazione del Victorious Gospel Choir. Traccia dai contorni un pò tenui, forse una inutile ripetizione di Easy Money.

A risollevare le sorti del lavoro arriva Jack of All Trades, amara e drammatica ballata cantata al piano con la usuale passione da Bruce. Questo episodio vede la partecipazione di Tom Morello alla chitarra mentre il sax è suonato da Stan Harrison. Il suono marziale e denso di una tromba in sottofondo punteggia alcuni passaggi del brano che ritengo sia uno dei più interessanti. Molto ispirato e di sostanza il solo di Morello nel finale.

Death to my Hometown si presenta come una danza celtica, lontani echi di cornamuse riprodotti da fiati e tastiere. Un brano arrabbiato e dispiaciuto verso il proprio Paese, del quale evidentemente Springsteen va fiero ma al contempo non ne condivide varie politiche.

Un altro episodio bello e significativo è senz’altro rappresentato da This Depression, bella e pregnante ballad in cui il Boss con il suo inconfondibile timbro racconta della perdita del lavoro e delle sue drammatiche conseguenze, argomento purtroppo di triste attualità. Notevoli i suoni quasi disperati della chitarra che caratterizzano e colorano il brano.

La title-track rimane uno dei passaggi meglio concepiti e riusciti. Trascinante e meno amara delle precedenti è un’ accorata esortazione affinchè quella “palla da demolizione” distrugga e porti via con sè tutte le iniquità sociali ed economiche che affliggono pesantemente gli States. Risulta evidente il tormento del musicista e dell’uomo deluso, in parte almeno, dalla politica e i risultati del governo Obama. A occhio comunque sarà uno dei nuovi cavalli di battaglia on stage anche se…Clemmons purtroppo non potrà essere della partita.

You’ve Got It è un’altra ballata che comincia con un’ intro acustica per “elettrificarsi” poco dopo. Una canzone d’amore abbastanza a sè all’interno del plot ma della quale si sentiva fortemente il bisogno. Un anelito di felicità in mezzo a tanta negatività e tristezza, un gancio al quale aggrapparsi, grazie alla voce del Boss e a magnifici intarsi dell’elettrica.

Rocky Ground è forse la traccia più atipica, dove peraltro su di un ritmo piuttosto sincopato, quasi hip-hop, il canto di Bruce si alterna o sovrappone a quello della brava Michelle Moore, su un tappeto a più voci in sottofondo preparato dal coro gospel.

Veniamo al brano che più mi è piaciuto, sto parlando di Land of Hope and Dreams, dove la presenza del grande amico Clarence è puntuale e straripante nella sua parte. Come la title track non è un pezzo inedito, pur se è stato decisamente rivisto e ri-arrangiato. Rivolgendomi in particolare agli amanti di Bruce dico che in questo caso, più delle parole, conta l’ascolto. Si ritrovano lo Springsteen e la E Street Band più apprezzati, tutta grinta e cuore. Senza dubbio lo individuo come un altro passaggio live fondamentale.

We are Alive completa il disco; brano acustico e poi dallo strano andamento stile mariachi messicano, è un invocazione al rispetto per le persone decedute e quindi per il loro lavoro e la loro vita, vissuta comunque facendo sacrifici e tra tante difficoltà. Un invito dunque a ricordare.

Non si tratta certo del più bel disco di Springsteen; è un lavoro composito, che vede il musicista incazzato (mi si passi il francesismo) forse come mai negli anni precedenti. Un album che sicuramente sconta anche una visione delle cose più amara, che non può essere quella di un ventenne ma che si mantiene comunque su un buono standard qualitativo. Come detto ci sono all’interno degli ottimi episodi, manca il diamante grezzo. La cosa più importante però è che il Boss ci sia ancora e continui a raccontarci le sue storie.

Max

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