Raramente l’uscita di un disco ruota così vorticosamente intorno alla figura di uno dei musicisti; questo ovviamente è il caso di Omertà, primo lavoro dei Adrenaline Mob. Il musicista in questione, manco a dirlo, è il grandissimo Mike Portnoy, il quale dopo la rottura con i Dream Theater si divide dietro le sue magiche pelli tra Transatlantic, Neal Morse, Flying Colors e qualche altra collaborazione sparsa qua e la. Non nascondo che anche io ero molto curioso di ascoltare Omertà per cercare di percepire lo stato di Mike; come ben si sa il divorzio dalla band storica è stato a dire poco tormentato e controverso, pertanto è interessante cercare di capire “musicalmente” lo stato d’animo del drummer. Ma andiamo con ordine…

Come dicevo questo è il primo Cd della band anche se in realtà è stato preceduto da un EP. Il gruppo, per quei pochi che non ne fossero a conoscenza, è formato dall’ ottimo Russell Allen, noto per essere la voce dei Symphony X; il fulmineo Mike Orlando alla chitarra , Portnoy alla batteria e John Moyer (ex Disturbed) al basso, subentrato in sostituzione di Paul Di Leo subito dopo la registrazione . Da ricordare poi che il missaggio è stato affidato a Jay Ruston ( proprio di recente al banco su Worship degli Anthrax). 

Il sound espresso dal gruppo è un metal dosato tra un giusto grado di potenza e un pizzico di dark. Niente di estremo quindi anche se non mancano pezzi molto tirati e pesanti, d’altronde difficilmente poteva non essere così. Dunque il “nostro” Mike si è creato un’altra nicchia; prog con i Transatlantic e/o Neal Morse, prog-classica-pop (a quanto si legge) con i Flying Colors dove peraltro ritroviamo l’immancabile Morse, heavy metal con Adrenaline Mob. Pare di capire dunque che Portnoy al momento intenda divertirsi suonando partiture diverse all’interno di realtà differenti. Probabilmente è un suo bisogno, una necessità. Vedremo in futuro se invece riprenderà il sopravvento l’idea di una collocazione in pianta stabile in una band.

Una sottolineatura particolare va  alla voce di Allen che trovo decisamente convincente; unisce potenza, ritmo e colore.  Mike Orlando alla chitarra in alcuni passaggi è spaventoso, dotato di tecnica sopraffina e di una velocità incredibile, per certi versi piuttosto vicino allo stile di Zakk Wylde.  Un plauso va anche al bassista che ha il compito non facile di dialogare con Portnoy e ci riesce egregiamente, con puntualità e misura.

L’album è aperto da un trittico incendiario, nell’ordine Undaunted, Psychosane e Indifferent. Le cito insieme, benchè diverse tra loro, perchè sono in sequenza e hanno una forza d’urto davvero notevole. Allen si sgola letteralmente in Undaunted (uscito come singolo) mentre Portnoy da subito segnali sulle sue condizioni, stratosferiche. Ritmo infernale, a tratti cupo, squarciato da rasoiate della chitarra di Orlando.

Un grande inizio ribadito appunto da Psychosane dove il tempo cambia grazie ad un incipit rutilante di basso e batteria. Il cantante esprime ancora una volta il meglio del suo repertorio, tutto il quartetto crea grande energia. In mezzo a rullate mozzafiato si erge di nuovo protagonista la chitarra, qui dai suoni variegati per effetto della magica pedaliera di Orlando.

Di gran carriera arriva Indifferent a completare questa triade. Il sound, sempre massivo, vira verso un heavy più melodico, più vicino agli anni ’80. Pezzo esplosivo dall’inizio alla fine nel quale fa specie notare che gli americani, essendo solo in quattro, si mostrano veramente delle bocche da fuoco, costruendo un muro di suono invalicabile.

Per riprendere respiro giunge a puntino All on the Line, ballad interpretata in modo sofferto, quasi accorato da Russell Allen. Non poteva mancare un solo di chitarra emozionante che si staglia breve e prepotente sul tappeto armonico del pezzo. Bella traccia, oltretutto ben posizionata in scaletta.

Con Hit the Wall si riprende a girare ad alti ritmi, riprendendo il filo del discorso interrotto da All on the Line. Unico brano che supera i sei minuti di durata, diviso idealmente in tre fasi. Un’ atmosfera vagamente “sabbath” (epoca Dio) viene sferzata da scale, tapping e svisate dello scatenato chitarrista per poi ridiscendere verso la parte conclusiva, compiendo una sintesi tra i due momenti precedenti.

Feelin’ Me si propone come un’ideale continuazione; comincia ad affiorare un pò di ripetitività pur se il livello del disco si mantiene sempre su quote apprezzabili. Metal vigoroso, deciso, magari i refrain sono un pò troppo intuibili. Inutile ripetere che gli interventi di Orlando sono devastanti mentre Portnoy e Di Leo al basso paiono instancabili.

Inaspettata, giunge una sorpresa; la cover di Come Undone, vecchia canzone dei ..Duran Duran nella quale al canto oltre ad Allen si disimpegna anche Lzzy Hale, valida singer degli Halestorm. Davvero curiosa la scelta di questa cover, nata (pare) quasi per scherzo. Il risultato finale a mio parere è buono, il pezzo viene pesantemente rivisto ed incattivito con un ottimo intreccio vocale tra i due cantanti.

Believe Me è un altro episodio metal melodico nel quale il ritornello la fa da padrone. A livello sonoro Portnoy conferma una “presenza” incredibile, orientando molto il resto della band. La sensazione è che il buon Mike si sia molto divertito durante la registrazione del Cd.

Down to the Floor segna un pò il passo, nel senso che, pur non essendo in sè da buttare, ricalca quasi pedissequamente molto di quanto sin qui già ascoltato. Ottime prove dei singoli ma il brano denota poca fantasia.

Risolleva parzialmente le sorti l’arrivo di Angel Sky, seconda ballad compresa nell’album. Forse più movimentata di All on the Line non ne ha però la medesima intensità. Pezzo comunque piacevole perchè tecnicamente siamo davanti a grossi calibri; la parte finale è la più godibile con numeri di alta scuola della chitarra.

Tocca a Freight Train l’onere di chiudere il discorso e a dire il vero la missione è fallita o quasi. Condensa (in peggio) quanto sentito e questo perchè affida le proprie sorti solo al tecnicismo. La costruzione della traccia è abbastanza prevedibile ma, quel che è peggio, il refrain l’affossa definitivamente. Da salvare comunque un crescendo in sincrono tra chitarra e batteria che è imperdibile.

Il disco viaggia a due velocità: parte a razzo con le migliori intenzioni e poi, gradualmente, tende a ripiegarsi su sè stesso, spegnendosi. Musicisti di valore indiscusso, ben combinati tra loro che forse hanno peccato un pò nel songwriting, restando troppo ancorati ad un modello senza almeno sfiorarne altri. Tutto sommato un buon disco metal, non memorabile; credo però che potrebbe essere appassionante vederli sul palco.

Max

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