Erano passati tre anni da Design Your Universe e oggi finalmente è uscito il nuovo lavoro degli Epica dal titolo Requiem for the Indifferent. La giovane formazione olandese ha già al suo attivo sei album che non sono pochi tenendo conto che l’esordio data 2003. Produce il solito e collaudato Sascha Paeth e la line up del disco precedente viene ribadita in toto. La release è di nuovo per la label Nuclear Blast. Una nutrita serie di conferme che però partorisce qualcosa di nuovo. Dico subito che Requiem for the Indifferent riesce a sconfiggere quella fastidiosa sensazione che molto spesso avvolge le produzioni della maggior parte del Gothic Metal e cioè l’impressione di staticità e ripetizione delle quali ho avuto già modo di parlare recensendo altre uscite (Nightwish, Xandria,ecc..). Bisogna considerare pure che il valore di Simone Simons è a mio avviso notevole, tra le migliori del lotto; ma la carta vincente giocata dalla band è stata quella di ampliare gli orizzonti musicali pur sempre restando fedeli alle sonorità di origine. I brani non sono più scritti soltanto dalla bella singer o dal secondo chitarrista Mark Jansen: nel songwriting si sono inseriti anche il tastierista Coen Janssen ed il chitarrista Isaac Delahaye. Questo processo di scrittura più composito ha consentito al gruppo di aggiungere nuove idee, nuove sonorità. Il territorio nel quale si muovono è quello conosciuto ma sono riusciti a imprimergli più profondità. Non è difficile ascoltare dei solo molto incisivi di Delahaye, delle atmosfere forse più dure e un pò meno sognanti. Anche i pattern di batteria, le linee del basso, si sono fatte più spezzate, meno rotonde. I contest tra il timbro mezzosoprano di Simone ed il growl (o grunt) di Jansen e del batterista  Arien van Weesenbeek  si sono andati “inasprendo”.  Per i puristi non mancano le ballad, ce ne sono almeno due delle quali una stupenda.

Karma è l’opener dell’album, breve introduzione al solito epica e cinematografica, incentrata su di un coro che canta maestoso.

La partenza di Monopoly on Truth è bella decisa, vero biglietto da visita del disco. Da subito comincia l’antitesi tra la voce squillante e decisa della Simons e le parti cantate in “grunt” del duo Jansen-van Weesenbeek. Quello che più colpisce è però la grinta inusuale del pezzo, con una ritmica basso/batteria martellante e veloce. Le brevi pause imperniate sui vocalismi della cantante vengono spezzate da furiose ripartenze della band. Nella parte conclusiva un brevissimo solo di Delahaye regala un altro sprazzo di novità.

Il singolo Storm the Sorrow risulta come da copione più melodico ma non per questo meno valido; comincia a trasparire un’altra novità, personalmente molto gradita e cioè che le parti orchestrali, sempre presenti, recitano un ruolo meno invadente rispetto al passato. Gli Epica si ritagliano molto più spazio, hanno “incattivito” il suono e questo avvantaggia la dinamica del lavoro, rendendolo meno ridondante.

A questo punto giunge Delirium, una delle ballad più belle scritte dall’ensemble olandese. Un coro muto introduce le note romantiche di un piano sulle quali comincia il canto idilliaco della cantante. Melodia celestiale che, complice un arrangiamento curatissimo, si staglia nel firmamento dei loro brani meglio riusciti. Il giusto bilanciamento tra le parti, un intenso solo di chitarra, il calore del timbro vocale la rendono da ricordare.

Internal Warfare trova gli Epica pronti a ripartire come schiacciasassi. Andamento molto sincopato e quasi marziale nel quale si evidenzia ” l’antagonismo” tra la singer ed il suono aspro e quasi cupo della band. L’alchimia però funziona, quello che in teoria potrebbe essere una dissonanza finisce invece per diventare coinvolgente. Anche le parti di growl hanno acquisito più determinazione, concorrendo a ri-definire in qualche modo il sound del gruppo.

La title-track reca con sè echi orientali sia nel cantato che nella parte musicale introduttiva, forse non a caso. La traccia è il manifesto dell’intero Cd, tesa a rappresentare la percezione che alla luce della situazione economica e politica globale, si stia chiudendo un’era per fare spazio ad una nuova, concepita più nella cooperazione e meno nell’egoismo. La durata del pezzo è significativa, più di otto minuti nei quali gli Epica snocciolano un copione multiforme e più diversificato rispetto ad altre occasioni. I cori, l’orchestrazione hanno i loro momenti, i loro spazi, meno preponderanti.

Un brevissimo e toccante interludio di piano e archi, Anima, segna in qualche modo l’intervallo tra questa prima parte dell’album e la seguente.

Guilty Demeanor ha più la forma di “canzone”, all’interno della quale viene compiuto un passo indietro, in direzione di Design Your Universe per intenderci. Sin qui è il brano che più richiama la produzione precedente, con largo uso di cori ed arrangiamenti orchestrali.

Il malinconico arpeggio di una chitarra acustica da il la alla voce eterea di Simone Simons, in quella che posso definire una ballad mid-tempo, Deep Water Horizon. La prova  della cantante è superlativa, in un contesto sonoro che si muove sulla falsariga di Guilty Demeanor, pertanto più elaborato e ampolloso. L’ultima sezione della song fa riguadagnare verve alla band.

Stay the Course scuote dal torpore e vede nuovamente la band dirigere il timone con decisione verso sonorità più metal. Raramente ho ascoltato gli Epica così granitici, il brano ha la forza di un tornado. Il consueto raffronto tra vocalist viene esasperato con ottimi risultati. Voglio sottolineare anche il lavoro prezioso e possente di Yves Huts al basso.

Il Cd ha ripreso dunque a correre e Deter the Tyrant ne è ulteriore conferma. Anche il suono delle chitarre si è notevolmente irrobustito, le tastiere di Coen Janssen svolgono un lavoro estenuante diventando un pilastro insostituibile. Tanto vigore, molta più determinazione nel suono della band. Un altro solo veloce di Delahaye innalza ancor più, se possibile, l’intensità del brano.

Avalanche comincia in maniera soffusa e tenue nel cantato della Simons, per poi spaccarsi  repentinamente nel tempo e nel ritmo. Questa nuova strada tracciata, questi equilibri stravolti all’interno degli arrangiamenti, danno alla band un altro impatto, quasi “fisico”.

Poco meno di dieci minuti la durata di Serenade of Self-Destruction, la traccia più lunga, una mini suite. I musicisti tutti sono coinvolti al cento per cento, le parti vocali sono ridotte in confronto al solito; non è un brano strumentale ma poco ci manca. Archi, cori e orchestrazione si alternano in modo bilanciato ma sono comunque a sostegno del gruppo e non viceversa. In una parola, coinvolgente.

Posso dire dunque che gli Epica sono riusciti la dove molti hanno fallito o rinunciato, hanno cioè redistribuito a vantaggio della band le parti musicali, sfoltendo gli arrangiamenti e dando loro un peso diverso. Ecco che quindi la forza e le qualità del combo risaltano maggiormente rendendo più scorrevole e meno farraginoso l’ascolto. La loro musica non è più solo immaginifica ma anche concreta, palpabile. Per la capacità di sorprendermi va a loro il mio plauso.

Max

commenti
  1. Serenade of Self-Destruction per la verità ha molte parti vocali. Probabilmente hai ascoltato la versione strumentale che per errore è stata inserita nei primi album distribuiti.

    • Max scrive:

      E’ possibile, considerando che l’album esce in 7 edizioni differenti tra cd e vinile; io ho un’edizione digipack. Ad ogni modo ti ringrazio per la segnalazione che mi ha dato modo di ascoltare la versione cantata.

      • Simo scrive:

        Sei incappato nell’errore di mixaggio che è capitato a molti altri fan.
        Sono in commercio cd ( soprattutto digipack ) nei quali, NON VOLONTARIAMENTE, è presente solo la parte strumentale.
        In altri cd è presente, invece, nell’intero cd SOLO la voce di Simone Simons.
        Questa volta hanno combinato un po’ di confusione in mixaggio e stanno cercando di porre rimedio. ( Fonte: Forum Epica Ufficiale )

      • Max scrive:

        Interessante perchè da modo di ascoltare due versioni dello stesso brano che prendono una piega differente…

  2. Simo scrive:

    Buona recensione però vorrei porre l’attenzione su alcune cose che a mio parere non sono state citate.
    Prima di tutto mi permetto di correggerti sul produttore. Probabilmente a causa di una svista hai dimenticato la “h” in Sascha Paeth🙂 Nulla di grave ma è bene farlo notare😀

    Ora passiamo al cd. Concordo su quello che hai scritto eccetto sul fatto che ormai gli Epica non sono più Gothic Metal.. sono più Symphonyc che Gothic.
    Monopoly on Truth invece ha il difetto di avere quella prima parte ( per inteso i primi 3 minuti ) che appesantiscono la canzone, non a livello musicale ma proprio a livello di ascolto. In un primo momento potrebbe portare l’ascoltatore alla noia o a saltare direttamente alla seconda parte..più varia strumentalmente e straordinariamente coinvolgente.
    Poi ritengo che per quanto bella sia Anima, questa sia buttata un po’ li nel cd. Credo sia un’interlude dal buon potenziale ma che messa nel contesto di questo cd non abbia né capo, né coda in quanto non introduce Guilty Demeanor né, tantomeno, si lega alla fine della title – track brutalmente tagliata. Parlando di tagli brutali un’altra vittima di questo è Deep Water Horizon ( che, introducendo il parere di fan, mi piace da matti ).
    Ultima “critica” tocca a Guilty Demeanor che per quanto il ritornello sia coinvolgente è decisamente abusato. Difatti in questa canzone il ritornello è usato 5-6 volte in 3 minuti di canzone.. direi decisamente troppo.

    Detto questo ritengo che ci troviamo di fronte ottimo album. Molto complesso da assimilare ai primi ascolti e decisamente variegato strumentalmente, non solo nel complesso ma anche all’interno delle singole canzoni, con continui cambi di tempo ( un esempio lampante è la title – track ) ma in ogni caso che fa il suo effetto su chi lo sente. È meno immediato di Design Your Universe ( e anche piu spezzato in quanto l’interlude non lega bene le 2 canzoni e l’intro è un po’ forzata e pretenziosa ) e questo su alcuni fans ha contribuito a distaccarsi da questo cd ai primi ascolti. Tuttavia se ascoltato più volte se ne riesce a comprendere il vero potenziale.

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