When the Music’s Over (Doors, Absolutely Live, 1970)

Pubblicato: marzo 12, 2012 in Recensioni Vintage
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Perché mi è venuta voglia di scrivere qualcosa sui Doors? Su di loro è stato già detto e scritto di tutto, esistono decine di titoli di libri che analizzano al millimetro la loro musica, i loro testi e la loro storia.

Perché io, che da ragazzina li detestavo e mi sentivo oppressa dal peso del mito di Jim Morrison, morto giovane e bellissimo, che continuava a guardarmi con il suo broncio sfacciato dai manifesti appesi alle pareti delle camere degli amici?

Non ce la facevo proprio a tollerare la figura del Re Lucertola, dello sciamano del rock, che dialogava con la morte e inneggiava ad una libertà raggiungibile solo sfondando quel muro che separava dall’altra parte, quella in cui la percezione è in grado di cogliere quello che la nostra mente limitata ci preclude. Allora avevo già da fare i conti con i tormenti della mia adolescenza reale, ci sarebbe mancato solo che avessi varcato le porte della percezione…

Allora perché parlarne?

Perché è una mattina qualunque, esco di casa presto per andare al lavoro, ancora intontita di sonno e con la sensazione che la sveglia sia stata una violenza, che mi ha strappata troppo presto dal tepore del letto. Salgo in macchina, collego l’ i-Pod allo stereo, mi preparo una sigaretta e sono pronta a partire.

Ecco che subito, a volume altissimo, le note taglienti dell’organo di Ray Manzarek riempiono la macchina…When the music’s over...

Ho davanti a me circa un quarto d’ora di strada, giusto il tempo per ascoltare una delle dieci versioni del pezzo che ho nella playlist, una di seguito all’altra, da quella in studio del loro secondo disco, Strange Days del 1967, ad una serie di esecuzioni dal vivo. Adoro i Doors dal vivo, possono dilatare all’infinito ogni pezzo, si sente in ogni passaggio come il gruppo sostiene l’enfasi teatrale e declamatoria di Jim Morrison, prendendosi la libertà di improvvisare in un rituale che non si ripete mai allo stesso modo, ma sempre mi porta all’ipnosi. Tanto non ho bisogno di concentrarmi sulla strada, la conosco a memoria.

La versione di Absolutely Live, doppio album dal vivo dei Doors datato 1970, è quella che preferisco, sedici minuti di splendore che mi accompagnano lungo le tappe del tragitto.

John Densmore sostiene con la batteria l’avvio di organo e una sua rullata feroce introduce il grido di Morrison sulla prima curva.

Sull’esplosione strumentale parte anche il giro di basso, sei note identiche per tutto il pezzo: lascio che sia quello il ritmo dell’andatura, lo faccio mio, entro in trance subito, ma inizio anche a svegliarmi, a lasciare che i pensieri scorrano mentre i sensi si fanno più acuti.

La chitarra esotica di Robbie Krieger sottolinea il cantato cantilenante di Morrison in ogni passaggio e mi porta alla prima rotonda, mentre già danzo nel fuoco, come la musica mi chiede di fare, perché lei è la mia amica speciale, until the end...all’assolo magnifico della chitarra ho già smesso di pensare, lascio solo che scorrano le immagini di un film esterno a me: io sono altrove.

Al primo semaforo ho cancellato my subsciprion to the resurrection e sono nel pieno del delirio psichedelico quando imbocco una serie di rotonde, immune dalla normalità di quella strada e di quella vita quotidiana, portata in un’altra dimensione da un sapiente gioco di vuoti e pieni, di pause, di incisi, di stacchi di batteria e da quel basso ipnotico che non mi molla e riprende sempre le fila delle brevi fughe dal coro dell’organo e della chitarra.

É sul rettilineo che sento the scream of the butterfly e mi viene da ridere: quanto genio visionario c’era in Jim Morrison, che ha fatto del titolo di un film a luci rosse uno dei versi più potenti della sua poetica musicale…ma il rito sciamanico non concede pause e seguo il Re Lucertola che appoggia l’orecchio al terreno per sentire il grido di dolore della terra,   straziata dall’uomo in nome di un progresso che tuttavia l’ha allontanato dalla sua natura più pura e profonda. Silenzio, suoni scarni, due note di basso sullo sfondo, la terra parla…Jim declama e dialoga con il pubblico…questo mondo possiamo riprendercelo…we want the world and we want it…now….sul grido di Jim sono all’ultima rotonda e la piena strumentale dilatata, distorta, ossessiva mi trascina a destinazione attraverso la brutta zona industriale alla mia sinistra e la campagna immersa nella bruma del mattino alla mia destra.

L’assolo di Manzarek apre sulla chitarra -questa volta morbidissima- di Krieger, mentre svolto sul ponte, con il sole in faccia e di nuovo quel giro di basso che riporta al tema dell’inizio, di quando ero ancora intorpidita dal sonno…when the music’s over, turn up the lights…for music is your special friend…dance on fire as it intends…music is your only friend…until the end….

Sono arrivata a destinazione, perfettamente lucida, sono pronta a vivere la mia giornata normale senza lasciare che la routine mi spenga, ben sapendo che una parte di me è salva, integra, pronta a recepire quei segni mistici e misteriosi che la vita manda in ogni istante. Il rito catartico ancora una volta ha sortito il suo effetto.

Non li amavo perché mi facevano paura, ora ne ho bisogno per entrare in contatto con la parte profonda di me, quella più viva e perennemente in trasformazione.

Il mio prossimo tatuaggio sarà una lucertola.

Ecco perché parlare dei Doors. Until the end…

Clara

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