Paul Weller Sonik Kicks 2012

Pubblicato: marzo 13, 2012 in Recensioni Uscite 2012
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In Inghilterra è da tempo considerato un’icona, una sorta di intoccabile talismano nazionale. Una delle figure rock più amate e celebrate del Regno Unito; Paul Weller, già leader storico dei Jam e degli Style Council rilascia il suo nuovo Sonik Kicks, undicesimo album solista. Il cantante- chitarrista, all’alba dei suoi 54 anni, torna con un lavoro multiforme e diversificato, una raccolta di canzoni piene di grinta e cuore. Una carriera lunga e differenziata in periodi ben precisi; dal punk/new wave dei Jam, all’elegante  pop-rock & soul degli Style Council. Sino all’abbrivio della sua carriera solista che ha abbracciato anche confini funk, jazzy. Divenuto anche un simbolo mod ha ispirato con i propri gruppi e da solo alcune delle più importanti band della scena brit-pop, come Blur e Oasis con i quali ha collaborato.

L’ultimo capitolo datava 2010, rappresentato da Wake Up the Nation, album pluripremiato ma abbastanza controverso. Personalmente non mi aveva entusiasmato; da notare però che segnava il ritorno alla collaborazione in studio con il bassista dei Jam, Bruce Foxton. Ben altre sensazioni mi aveva regalato ad esempio As Is Now, pur se a dispetto di scarso successo di vendite. Come si vede talvolta i gusti musicali sono del tutto soggettivi…

Con Sonik Kicks Weller prosegue il suo cammino, distaccandosi abbastanza dalla release precedente; presenta un gruppo di songs piuttosto diverse una dall’ altra, pescando a ritroso talvolta anche in sonorità per lui inusuali. La voce inconfondibile, leggermente abrasa e la sua chitarra vengono accompagnate da compagni di viaggio ben noti, come Noel Gallagher, il chitarrista Aziz Ibrahim, Graham Coxon (Blur), Steve Craddock.

Quattordici canzoni compongono il disco due delle quali ( Sleep of the Serene e Twilight) sono strumentali. La prima vede le chitarre di Weller e Ibrahim, contrappuntate da degli archi, incrociarsi in una sorta di battaglia rumoristica tesa a creare un’atmosfera sospesa. Twilight è un brevissimo interludio noise, solo venti secondi.

L’opener è affidata a Green che ricorda da vicino il vecchio sound “krautrock”; un cantato quasi declamato, una sorta di Lou Reed style con timbro diverso. Ritmo ipnotico e cadenzato, un inizio piuttosto insolito per PW.

La seguente The Attic fa ritrovare un Paul Weller più abituale e conosciuto, coadiuvato alla chitarra da Noel Gallagher. Una canzone più aderente al repertorio del musicista, forse eccessivamente breve.

Ancora krautrock con Kling I Klang, pezzo dall’andamento quasi da caffè-concerto. La voce tagliente si disimpegna abilmente su un tappeto di suoni che a mio avviso è però piuttosto avulso dal resto.

Bella ed intensa ballad By the Waters; ancora gli archi di Sean O’Hagan e il canto molto british di Paul, sullo sfondo accompagnati dalla chitarra acustica di Aziz Ibrahim.

Brano molto “brit”, The Dangerous Age, è una riflessione ironica del musicista sulla sua età, quella famosa mezza età che rende spesso “più riflessivi”.

Con Study in Blue c’è un parziale salto all’indietro. Cantato in coppia con la giovane moglie Hannah Andrews, è un brano suadente e di atmosfera, da club. Lo vedo come un bel tributo ai tempi degli Style Council.

Basato su scritti della figlia, Dragonfly vede la partecipazione di Graham Coxon all’ Hammond. Brano di stampo psichedelico, un sound spaziale, con una bella parte di chitarra finale. A mio parere avrebbe potuto svilupparlo maggiormente.

When Your Garden’s Overgrown si porta con sè echi di un beat inglese lontano, con un arrangiamento apparentemente un poco sconclusionato. Ricorda vagamente certi passaggi dei Beatles o dei Kinks.

Around the Lake è il primo singolo estratto dal disco. Ancora effetti kraut per un pezzo breve ed ipnotico, quasi monotono nel suo andamento spigoloso.

Steve Craddock è co-autore di Drifters, oltreche impegnato alla chitarra. Un insieme di stili, di influenze, che vanno dal folk alla psichedelia, dal jazz al flamenco. Pezzo particolarissimo.

Recentemente Weller ha dichiarato di avere scritto Paperchase colpito dalla morte di Amy Winehouse. Brano anche questo atipico per la sua struttura, con il quale Paul prova una volta di più a stupire, uscendo dai canoni consueti. Nuovamente atmosfere che rimandano alla psichedelia di fine anni ’60.

La chiusa è affidata ad un bel brano pop, Be Happy Children, nel quale l’ex Jam canta con tutto il calore di un tempo, accompagnato nei cori da due figli. Niente di sensazionale ma molto “catchy”, di pronta presa.

Un disco dunque abbastanza a sè stante, difficilmente classificabile. C’è della sperimentazione, l’artista non si siede sugli allori ma cerca invece di battere nuove strade e di questo gli va reso merito. Le canzoni paiono abbastanza slegate tra loro, senza un filo conduttore; tra queste manca l’acuto indimenticabile anche se voglio menzionare su tutte Study in Blue. Resta però la sensazione di un lavoro non approfondito, lasciato a metà L’ affetto che ho per Paul Weller me lo fa apprezzare ma a chi è interessato suggerisco di non fermarsi al primo ascolto, resterebbe perplesso.

Max

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