Ho atteso il nuovo album dei Gazpacho con molta curiosità perchè a differenza di buona parte degli appassionati il precedente Missa Atropos (2010) mi era parso uno dei punti più alti della loro discografia. Lavoro abbastanza anomalo, dove se possibile i toni malinconici si incupivano maggiormente, un concept brumoso, introspettivo ma davvero emozionante. Dunque ecco qua March of Ghosts, settima fatica del sestetto norvegese sin qui molto prolifico. Pur collocati nell’ambito del Progressive hanno sin qua mostrato vari aspetti sui quali fondano il loro sound, comprendenti elementi folk, spruzzate psichedeliche e molte altre sfumature di varia natura. Su tutto comunque aleggia sempre un velo di malinconia, di tristezza, che permea ogni singola traccia dei loro Cd. Chi non li ama perdutamente, chi li apprezza ma non ne è travolto, più volte ha puntato il dito su una certa ed eccessiva “lamentosità” del cantato e delle atmosfere; io credo che in realtà sia una delle peculiarità della band, uno dei tratti distintivi. In parte forse può essere un addebito sostenibile, sopratutto sulla lunga distanza ma, ripeto, lo vedo più come uno stile, un indirizzo ben preciso.

In ogni caso sono riusciti ad oggi a differenziare quasi ogni loro uscita, per un verso o per un altro e questo riuscendo allo stesso tempo a mantenere intatto l’imprinting. Non è un risultato da poco.

La voce del front-man Jan-Henrik Ohme è accompagnata fin dagli esordi dalle tastiere di Thomas Andersen e dalle chitarre di Jon-Arne Vilbo. In epoche diverse sono subentrati a completare l’organico Mikael Kromer (violino e chitarra ritmica), Kristian Torp al basso e Lars Erik Asp (batteria).

Venendo all’ ascolto di March of Ghosts mi preme sottolineare come sia indispensabile abusarne letteralmente prima di farsi un’ idea precisa. Persino i passaggi più diretti, immediati, se sentiti più volte svelano tra le pieghe sensazioni nascoste che un ascolto troppo vorace o distratto non è in grado di spiegare. Come detto se Missa Atropos era un concept album, March of Ghosts si rivela una serie di tracce singole e slegate. Un gruppo di singole storie che vengono narrate al protagonista (vivente) da alcuni fantasmi; ogni storia niente ha a che vedere con le altre. Musicalmente i Gazpacho escono dal senso di meditazione di Missa Atropos e riprendono il cammino lasciato con Tick Tock. Le influenze che li pervadono sono abbastanza evidenti, su tutte Marillion e Muse con lontani remembering floydiani.

Monument è il brano di apertura, splendido nella sua drammaticità ma purtroppo molto breve. Lo struggente violino di Kromer vibra su di un tappeto di tastiere sognante: pur con le dovute cautele e differenze le prime note mi hanno fatto pensare all’ ouverture del Lohengrin di Wagner.

A seguire la prima parte di Hell Freezes Over, una suite divisa in quattro parti e disposta in scaletta in ordine sparso. La voce di O ricorda molto da vicino quella di Hogarth dei Marillion e questa non è una novità ma ora pare ancor più netta la vicinanza. L’andamento del pezzo è incentrato su un cantato triste e nostalgico mentre vengono ripetuti in modo ipnotico alcuni arpeggi. La sei corde di Vilbo regala qualche solo di gusto ma mai si lascia andare più di tanto, sempre un pò con il freno a mano tirato.

Subito dopo giunge la seconda parte di Hell Freezes Over, uno dei momenti più belli a mio parere dell’intero album. Si tratta dell’evoluzione e del prosieguo del pezzo precedente ma il romanticismo creato dalle tastiere è qui allo zenith. C’è il giusto tiro che deve essere presente in un brano prog e non poteva mancare un finale in crescendo; la band completa la trama con suoni del passato più remoto che conferiscono un sapore unico al brano.

Black Lily si mantiene ad ottimi livelli, una ballad in stile Gazpacho, struggente e nostalgica, con la voce di Ohme in primo piano ed un tasso di emotività molto alto.

Ancora il violino e atmosfere folk di un paese nordico annunciano Gold Star, traccia che mi persuade decisamente meno. Mentre si fanno apprezzare per l’ottimo lavoro basso e batteria, la parte melodica manca di sale, non c’è quel brivido in più neccesario a farla decollare.

Molto breve e delicata è la terza parte di Hell Freezes Over, languida nel romanticismo della voce del singer; purtroppo è davvero molto concisa, due minuti e mezzo circa.

Mary Celeste è probabilmente il pezzo più corale; la prima metà è un lento crescendo, molto graduale. Alcune note di piano e poi di violino traghettano la musica su un versante più d’impatto, che premia appunto l’insieme del gruppo. Flauto e suoni medioevali fungono da progressiva outro.

Il timbro di Ohme si accosta ancor più da vicino a quello di Hogarth in What Did I Do ? , brano nel quale emergono quelle pennellate di psichedelia di cui dicevo prima. Un’atmosfera trasognata dove da lontano si coglie anche più di un accenno ai Muse.

Note lontane, ambientazione mediorientale per Golem; lento ma insistente incedere di percussioni, basato sul vocalist. Una stilettata di chitarra spacca letteralmente in due la traccia, che cambia totalmente nella seconda parte. Grande riff (molto prog) di Vilbo.

The Dumb a  mio parere è l’episodio in cui i Muse ricorrono più da vicino.  Noto alcune assonanze inequivocabili; insieme a Gold Star sono però le tracce che meno mi entusiasmano.

Chiude il cerchio il quarto e ultimo segmento di Hell Freezes Over. Viene ripreso il tema centrale, dilatato e ampliato nelle sonorità, questa volta più aggressive, meno morbide. Impeccabile il lavoro della ritmica mentre la chitarra trova finalmente uno spazio maggiore. Chiusura riservata alle tastiere, solenni.

I Gazpacho riprendono dunque il loro percorso, modificandolo nuovamente. March of Ghosts è un lavoro lento, cerebrale che richiede attenzione. Non ci sono spunti sinfonici, non ci sono parti solo di chitarra che siano catalizzanti. Il loro è davvero un sound che viene dal nord, da inverni gelidi e bui, da solitudini e malinconia. Uso ripetutamente questo termine perchè è quello che trovo più calzante; le emozioni ci sono ma bisogna scovarle, restano un pò celate, forse troppo.

Max

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commenti
  1. Aluba ha detto:

    Dopo 2 ascolti solo alcuni brani mi hanno in parte emozionato… condivido il commento, ed infatti lo trovo “troppo lento” in alcuni passaggi e poco coinvolgente di conseguenza. Complessivamente mi sembra un gradino sotto i 2 precedenti lavori, che reputo d’altro canto di altissimo livello.
    Per cui do un voto poco oltre la sufficenza, tipo 6,5

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