Mi sono interrogato a lungo sul da farsi e poi ho deciso di tentare. Provare a scrivere qualcosa di sensato riguardo un album inerente un genere, l’ extreme metal, che rispetto profondamente ma non è proprio tra quelli da me più seguiti. Ho fatto però un’ eccezione quando ho teminato di ascoltare la nuova release dei Meshuggah intitolata Koloss. Già nel passato meno remoto avevo avuto modo di constatare la loro tecnica incredibile con ObZen; da allora però sono passati quattro anni e tranne qualche sporadico ritorno di fiamma li avevo un pò accantonati. Ecco che con il nuovo lavoro è scattata, inattesa, la scintilla. A prescindere dal genere è innegabile che la band svedese sia dotata di un talento ben al di sopra della media; altri gruppi collocati all’incirca in questa scena come Cannibal Corpse o Beneath the Massacre (per citarne due) non mi hanno impressionato come i Meshuggah. Resta chiaro che questa è una considerazione del tutto personale.

Della band di Umea si sa oramai tutto: line up tra le più stabili in circolazione, eccettuato il ruolo del bassista, con questo ha inciso sin qui sette album. Non molti considerando che il debutto data ormai 1991. I riscontri sono sempre stati molto positivi, anzi, si sono guadagnati col tempo una schiera di fans sempre più vasta e a ragion veduta, aggiungerei. Le sonorità pazzesche delle loro chitarre a otto corde sono divenute presto un trademark, fonte di ispirazione poi per altre band; potrei citare ad esempio i Periphery, visti proprio recentemente come gruppo spalla dei Dream Theater. La matrice death metal si sposa talvolta con elementi prog metal e addirittura fusion. Riff forsennati in tempi dispari, spesso improponibili, sono prodotti dalle due chitarre di Fredrik Thordendal (chitarra solista e cori), e Mårten Hagström (chitarra ritmica e cori); insieme alla voce in scream del frontman  Jens Kidman e al batterista Tomas Haake, formano a tutti gli effetti il nucleo storico dei Meshuggah. Dal 2004  Dick Lövgren occupa con profitto il ruolo di bassista, quasi sempre  con uno strumento a cinque corde.

Il disco esce per la Nuclear Blast, prodotto dalla band; poco meno di un’ora di sana follia, di metal estremo e brutale condito dai virtuosismi dei musicisti, dal suono incessante della doppia cassa di Haake e delle chitarre cupe e martellanti. Dieci brani tiratissimi tra i quali, comunque, non manca una sorpresa.

Tra i brani che più mi sono piaciuti voglio citare The Demon’s Name Is Surveillance perchè è un tipico esempio del sound dei Meshuggah: “cattiveria” allo stato puro, riff di chitarra portentosi sparati al cielo intervallati da fughe velocissime, ritmica incandescente, la voce di Kidman che urla in modo disumano. Adrenalina a fiumi !

Altro tempo ma le coordinate sono le medesime: Do Not Look Down arriva come una mazzata. In evidenza il basso  di Lovgren con linee incredibili. Un solo di chitarra fulminante divide in due il pezzo, per poi riprendere tra mille funambolismi, in un esasperato conflitto tra le chitarre dal suono massiccio da un lato e basso/batteria dall’altro. Lo scream del singer è ancor più acuto.

Behind the Sun è introdotta da un arpeggio di chitarra che prelude all’ingresso di tutta la band con un andamento lento, doom. La traccia ha il respiro di un vortice nel quale si viene inevitabilmente risucchiati. Non c’è un attimo di tregua, non una pausa ma quello che è unico sono i suoni che escono dalle chitarre. Grande tecnica e capacità di sviluppare in modo imprevedibile trame che potrebbero parere scontate, variazioni di tempo assolutamente sconcertanti.

Aumenta ancora la velocità con The Hunt that Finds You First. Una sorta di delirio, di pazzia collettiva della band; Haake alla batteria mi fa dubitare della sua natura di essere umano. La resistenza a questa velocità, l’ abilità nel saltare da un tempo ad un altro sono da non credere. Uno stop dettato da suoni ricchi di effetto di una chitarra arriva provvidenziale a chiudere un pezzo che una volta terminato, lascia prostrati.

Demiurge ha la forza del martello di Thor. Di nuovo il cantato scream di Jens Kidman si appropria della scena mentre al suo fianco avviene di tutto. Una sorta di danza infernale nella quale, puntualmente, le chitarre di Thordendal e Hagström incidono il granito con i loro riff, splendidi.

La sorpresa di cui parlavo prima è rappresentata dalla traccia conclusiva del Cd, The Last Vigil. E’ proprio qua che, quando meno te lo aspetti, si evidenziano anche quegli elementi prog che sorprendono molto piacevolmente. Brano strumentale giocato sull’atmosfera creata da suoni di chitarra arrangiati. L’esito è ottimo e lascia intendere di quali e quante possibilità di sviluppo ulteriore dispongano gli svedesi.

Veri capiscuola del genere i Meshuggah confermano con Koloss quanto di buono espresso in precedenza. Certo, non è musica che può piacere a chiunque, il genere è particolare e avanzato ma la tecnica di cui dispongono e la capacità di tradurla in musica me lo fa suggerire a chi magari vi si vuole avvicinare.

Max

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