Flying Colors Flying Colors 2012

Pubblicato: marzo 28, 2012 in Recensioni Uscite 2012
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Dopo tanto suonare di campane ecco finalmente l’album di debutto dei Flying Colors, ennesimo supergruppo e reincarnazione di Mike Portnoy e di Neal Morse. Del disco, dal titolo omonimo e dalla bellissima copertina, sono della partita anche il funambolico chitarrista dei Deep Purple Steve Morse, Dave LaRue al basso (già col biondo axe-man nei Dixie Dregs e Steve Morse Band) e Casey McPherson, voce solista, piano e chitarra ritmica. Inutile dire che Portnoy percuote i tamburi mentre il fidato sodale Neal Morse suona le tastiere e canta. Per riuscire a tenere dietro ai vari progetti del duo e di ognuno per conto proprio è diventato necessario gestire una contabilità, talmente attivi e prolifici sono i due musicisti americani. Se del batterista già avevo detto di recente con l’ attesa uscita a nome Adrenaline Mob, anche per il tastierista ex Spock’s Beard posso aggiungere che tra progetti solisti (vedasi l’ultimo splendido Testimony 2), Transatlantic (ancora col barbuto drummer) e collaborazioni varie i momenti di relax sono sempre meno. Il dubbio che sorge immediato e spontaneo è che esista il rischio concreto di inflazionare il proprio suono, ripetendo inevitabilmente quanto già espresso in precedenza. O, quantomeno, che non tutte le ciambelle escano col buco !

In questo caso ne esce fuori un Cd anomalo, dove viene contemplata la presenza contemporanea di spunti progressive, hard rock e sopratutto pop. Evidentemente tutti i componenti hanno messo del loro nel songwriting, trasferendo e fondendo simultaneamente quelle che sono le radici musicali ed il sentiment di ognuno. A tale proposito va ricordato il lavoro importante della produzione, affidata a Peter Collins (Rush, Queensryche, Alice Cooper, Bon Jovi); l’esperto producer ha avuto il compito di miscelare e tenere insieme tanta diversità. Citazione finale anche per l’esperto Michael Brauer al mixer (Coldplay) che in alcuni segmenti ha aggiunto anche la propria esperienza.

Apparentemente il disco può apparire a tratti slegato, talvolta senza continuità ma in realtà scorre, ottimamente suonato, cosa della quale non avevo dubbi. Ci sono però diversi passaggi a vuoto, forse troppo leggeri e pop, che ne pregiudicano la valutazione.Volendo dividerlo in due tronconi direi senza dubbio meglio la seconda parte della prima, più omogenea e di maggior spessore.

Blue Ocean è un’ottima opener, introdotta da un giro di basso di LaRue. Andamento fusion che vira sul rock prima e sul sound tipicamente Transatlantic poi. Spicca la voce di McPherson e i cori di Neal Morse ; agile e dinamico il drumming di MP mentre Steve Morse inizia a deliziare con degli splendidi inserti di chitarra. Il basso di LaRue si sente, molto presente.

Shoulda Coulda Woulda e la successiva Kayla (primo brano inciso dalla band) mi hanno convinto molto meno del resto del plot. La prima è un hard rock dove il chitarrista fa la parte del leone mentre la ritmica picchia in sincrono senza sosta; non si tratta certo di un pezzo brutto ma pare un pò banale. Kayla si apre con un breve arpeggio dell’acustica di Steve Morse, per poi evolvere in un pezzo che personalmente trovo si avvicini, in certi momenti, ai Coldplay (la mano di Brauer ?). Brano molto pop pur se nobilitato dalla tecnica dei musicisti, scivola via senza lasciare traccia.

Con The Storm il volo prova a riprendere quota; il singer si esalta con una melodia facile e leggera, belli i cori di Neal Morse e Portnoy. Un solo alla sei corde di S.Morse dona sostanza al brano che solca ancora però cieli pop, o comunque, di un rock abbastanza easy.

Forever in a Daze vede un gran lavoro sincopato di LaRue e Portnoy mentre la chitarra ripete note sporche. Canto e controcanto si incrociano piacevolmente ma il mood rimane piuttosto spensierato. Nella parte conclusiva un passaggio funky riporta poi al tema iniziale, segnato da dei noti e “pericolosi”  ohohohohoh del cantante.

Altro episodio discutibile è Love Is What I’m Waiting For, poco più di una “canzonetta”.

Sin qui dunque, Blue Ocean esclusa, non siamo messi molto bene…

Provvidenziale, arriva Everything Changes; altro brano pop-rock dall’andamento vocale che ricorda all’inizio un Cat Stevens di annata. Ben presto però la trama si infittisce, il singer cresce d’intensità e con lui la band, che pur se su una trama molto approcciabile riesce a compiere una svolta grazie all’intervento della chitarra di Steve Morse. Con un solo bollente dei suoi si trascina dietro l’intero gruppo, riuscendo a rompere quella monotonia che stava incombendo.

Better Than Walking Away vede nuovamente protagonista la voce di McPherson, a mio parere dal buon timbro ma poco versatile. Nuovamente la coppia S.Morse-LaRue mena le danze, cercando di evolvere una melodia di poca sostanza verso approdi più importanti. Ottimo il lavoro di Portnoy, sin troppo misurato, mentre forse sin qui Neal Morse latita un pò.

Finalmente con All Falls Down ritroviamo il drummer che conosciamo, con un inizio al fulmicotone. Questo è il pezzo più potente dell’intero lavoro, le sonorità cambiano totalmente, si inspessiscono ma la voce del cantante pare fuori contesto ed in difficoltà, a tratti un pesce fuor d’acqua.

Il canto di Portnoy trasuda calore in Fool in my Heart, ballata rock-blues un pò scolastica, dove come di consueto sono gli urli della chitarra di Morse a mettersi in evidenza.

L’inizio del disco era stato molto buono, il finale è ancora migliore. Infinite Fire è il brano più bello in assoluto, dove finalmente si sente la partecipazione indiscutibile di Neal Morse. Si torna dunque ad un sound più strutturato, composito, della durata di ben dodici minuti. I tempi si fanno più variati e complessi, proiettati nuovamente verso una deriva più vicina ai Transatlantic, abbandonando quella musicalità facile ascoltata sin qui. L’usuale solo del chitarrista acquista un valore indiscutibilmente maggiore, le tastiere di Neal Morse emergono finalmente dall’oblio. Molto bello.

Bisognerebbe essere nella testa dei musicisti per capire cosa li spinge a misurarsi con progetti così particolari; Flying Colors è un insieme di grandi tecnici che mi par di capire, hanno voluto cimentarsi, divertendosi, con una musica cui non appartengono di elezione. Eccettuato due o tre episodi di valore assoluto, per il resto non mi è parso strabiliante.

Max

commenti
  1. Piero scrive:

    Mi trovo parzialmente in sintonia con la tua recensione, penso che il tentativo di fondere una melodia più pop e meno prog è in buona parte riuscito. Noto anch’io una discontinuità
    nel lavoro complessivo, ciò nonostante ritengo l’album un buon disco e ritengo la prova del cantante decisamente convincente.
    Inoltre mi pare molto evidente l’apporto di Steve Morse, trovo cioè questo disco molto più riconducibile a formule e arrangiamenti del suo gruppo piuttosto che alle sonorità dei Transatlantic o se vuoi ai dischi solisti di Neal Morse.

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