Astra The Black Chord 2012

Pubblicato: aprile 1, 2012 in Saranno famosi
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Nel 2009 gli Astra, band progressive proveniente da San Diego, aveva fatto il suo debutto con l’album The Weirding; suono chiaramente debitore a King Crimson, Yes e Pink Floyd, con molte pennellate space stile Hawkwind. Esordio più che discreto passato però abbastanza sotto silenzio; a distanza di tre anni tornano con il secondo lavoro, The Black Chord, ancora su etichetta Rise Above Records. Disco compatto e sintetico dove il gruppo mostra  le sue capacità musicali (non indifferenti), imperniate su un uso massiccio di tastiere di ogni sorta, tra le quali l’immancabile moog. Il combo californiano si compone di cinque elementi: Richard Vaughan voce,chitarra mellotron e moog; Conor Riley moog,mellotron,piano,tastiere e voce; Brian Ellis chitarra solista e moog; Stuart Sclater basso e David Hurley  batteria e flauto. Come si può vedere le trame musicali passano segnatamente da un largo uso di tasti bianchi e neri, indirizzando ovviamente il suono; ma bisogna considerare il notevole lavoro della chitarra e della sezione ritmica, che sono in grado sovente di rimescolare le carte in tavola, facendo viaggiare gli Astra spesso e volentieri su piani psichedelici o comunque space rock. La commistione che ne viene fuori è molto gradevole anche perchè consente alla band più varietà e un numero maggiore di soluzioni.

Altra peculiarità è rappresentata dal buon impasto vocale tra Vaughan e Riley che come riuscita, pur se con altro timbro, rimanda a quello felice fra Gilmour e Wright. Come detto è un Cd tutto sommato breve, 47 minuti circa e anche questo depone a favore prechè troppo spesso i gruppi new prog hanno la tendenza ad allungare oltre modo i pezzi, non sempre con risultati ottimali. Ciò che conta sono le idee ed il loro sviluppo e da questo punto di vista The Black Chord non delude, anzi. Disco denso e ricco di spunti ed episodi coinvolgenti, ha il merito di riuscire a non rimanere rigidamente confinato in uno steccato e  invece di spaziare fuori dai confini in modo organico e logico. Meno istitintivo di The Weirding, sicuramente più ragionato e maturo, l’esito che ne scaturisce è di qualcosa di cui si parlerà, almeno in ambito new prog. Ed ancora, rispetto al debutto si avverte chiaramente il desiderio di andare oltre, di osare.

Sei brani compongono l’album: Cocoon ne è quello introduttivo e subito si rivela quanto cercato di descrivere poc’anzi. Sono i Floyd a farla da padroni nell’ intro spaziale e psichedelica del pezzo, pare realmente di venire catapultati indietro nel tempo. L’atmosfera eterea e trasognata creata dalle tastiere è contrappuntata dalle note della chitarra di Vaughan, in un divenire continuo e fluido. Scale su più toni si inseguono come lampi, basso e batteria offrono un drumming pregnante e quasi “in contrasto” ai temi sviluppati. La sei corde scappa sola per galassie lontane, vanamente inseguita dalle tastiere. Strumentale godibilissimo.

A seguire la title track, quasi quindici minuti nei quali il mirino delle sonorità si sposta con decisione verso la corte del Re Cremisi (e non solo). Anche il rincorrersi delle due voci è giocato sul bellissimo tema iniziale. L’alternanza dei soli tra chitarra e le innumerevoli tastiere è ben dosata, rendendo godibile lo scorrere del brano che in realtà è estremamente composito. Partitura complessa ma incredibilmente gli Astra hanno il pregio di non perdercisi dentro, rimanendo costantemente al comando della situazione. Sottolineo questo aspetto perchè è un tasto dolente, spesso, per gruppi altrettanto bravi.

Quake Meat riparte sulla falsariga della precedente ma le note della chitarra si fanno molto più sporche, il drumming di David Hurley si fa più incisivo e il pezzo, nella sua totalità, assume colori più ruvidi. Un interludio “galattico”, psichedelico nel quale compare anche il flauto suonato dallo stesso Hurley, si abbatte su Quake Meat facendola temporaneamente deragliare, sino a che le voci del duo Vaughan-Riley la riconducono verso il tema iniziale.

Un dolce arpeggio di chitarra acustica, accompagnato dal moog, apre Drift, episodio nel quale la musica si fa più lieve e rarefatta, esempio di un prog più sinfonico. Molto bella anche la parte riservata al piano, in un contesto che fa delle delicatezza la sua priorità, con un finale maestoso in pieno Yes-style.

Bull Torpis rilancia il suono della band su tempi più concitati ma nella traccia sono il moog prima e la chitarra poi a recitare il ruolo di protagonista. Ottimo anche il lavoro della ritmica, fantasioso e presente.

Splendida chiusura rappresentata da Barefoot in the Head; nuovamente il cantato dei due si accompagna in modo gradevolissimo alle suggestioni provenienti dalla musica. Brano che pesca a piene mani dai Floyd che furono, con gusto e raziocinio, senza per questo rinunciare a connotarlo con propri accenti e sfumature. Nonostante l’utilizzo predominante di varie keyboards la chitarra riesce sempre a ritagliarsi la propria parte, modificando con il suo intervento il sentiment espresso dal pezzo, aprendolo e dilatandolo.

Melodie belle e mai banali, una ricerca elegante di sonorità del passato per una trasposizione attuale riuscita; la capacità di riuscire a sintetizzare senza dilungarsi eccessivamente, tecnica di alto livello. Tutto questo è racchiuso dentro The Black Chord, un disco che mi è piaciuto molto e che, tra l’altro, riesce ad essere abbastanza immediato nonostante l’intrinseca complessità.

Max

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