In ambito metal molte sono le band cui si deve una particolare importanza, in epoche diverse. Tra queste i tedeschi Accept sono senz’altro da ricordare per essere stati tra i precursori della nascita dell’ heavy metal prima e dello speed metal in seguito. Con qualche decina di milioni di copie vendute e la voce graffiante del singer Udo Dirkschneider (poi con gli U.D.O.) hanno calcato i palcoscenici di mezzo mondo mietendo allori. Le spiccate personalità del cantante e del chitarrista Wolf Hoffmann hanno segnato sin dagli esordi i destini del gruppo, nel bene e nel male; infatti a fronte di tanti successi e riconoscimenti internazionali la band ha affrontato scioglimenti e reunion a più riprese, tant’è che a metà degli anni ’90 la carriera del gruppo ha subito uno stop.

Pareva scritta realmente la parola fine ed invece, a sorpresa, gli Accept tornarono nel 2010, pur se in una formazione di nuovo modificata, con l’album Blood of the Nations. Ci riprovano oggi con Stalingrad- Brothers in Death, disco di buona fattura e con tutti gli stilemi propri della band. Niente è cambiato nel corso del tempo e gli Accept continuano fedelmente a suonare del buon speed metal con tanta passione e competenza; nè credo sarebbe possibile attendersi qualcosa di diverso da chi ha votato l’intera carriera al genere.

Mark Tornillo è giunto al suo secondo disco come voce della band. Con lui ci sono i due membri fondatori rimasti e cioè Wolf Hoffmann (chitarra solista) e Peter Baltes (basso). Il secondo chitarrista Herman Frank ed il batterista Stefan Schwarzmann chiudono il cerchio. Il Cd è prodotto dal valido Andy Sneap il quale oltre ad avere lavorato per il precedente Blood of the Nations vanta nel suo palmares produzioni di eccellenza ( Cradle of Filth, Kreator, Machine Head, Megadeth, Nevermore).

Ci sono dunque tutti gli ingredienti per confezionare un lavoro soddisfacente e così  in parte è stato, a patto ripeto che non ci si attendano rivoluzioni epocali nel sound.

Già l’apertura di Hung, Drawn and Quartered si presenta come un gustoso aperitivo, durante il quale gli Accept sfoderano immediatamente gli artigli. Si parte forte da subito con la voce di Tornillo in evidenza, seguita a ruota dalla chitarra di Wolf  Hoffmann. Il tempo della batteria e del basso di Baltes è quello tipico dello speed, con grandi accelerazioni anche da parte dei due chitarristi.

Questa si manterrà una costante durante l’ascolto del disco. Stalingrad mostra la band di Solingen come una macchina ben oliata, dotata di grande energia, potenza e “teutonic terror”. Il lavoro dei due chitarristi rimane massivo, a tratti devastante, con un Wolf Hoffmann che ancora si conferma tra i grandi del genere. La parte conclusiva del brano comprende un estratto dell ‘inno russo suonato distorto dalla chitarra.

Bellissima la seguente Hellfire, dove la trama si fa più articolata e pesante. Non manca certo il piglio giusto nel timbro di Tornillo, capace di tenere testa ai compagni. Riff d’acciaio erigono progressivamente un muro di suono, mentre basso e batteria scandiscono inesorabili il tempo. Dalla partenza di Dirkschneider la bilancia ora pende nettamente dalla parte di Wolf.

Un passaggio forse un pò scontato, Shadows Soldiers mostra la corda dal lato melodico, risultando un pò troppo “adagiato” sul consueto. L’andamento epico conferisce una patina opaca al pezzo, parzialmente riscattato dai soli dell’ axe-man.

In un crescendo marziale si annuncia Revolution; pezzo tipicamente speed, che fa della velocità di esecuzione la sua arma preferita. I cori non sono un portento ed il canovaccio comincia un pò a ripetersi. Il song writing degli Accept questa volta non è al top.

Against the World recupera quella “cattiveria” smarrita nelle due tracce precedenti. Il suono torna ad acquistare maggior vigore, lasciando poi spazio a soli di chitarra fiammeggianti, tra acuti incredibili di Tornillo.

Con un’ apertura rock-blues prende il via Twist of Fate, episodio tra i più convincenti del disco. Rinunciando alla velocità, impregnano il brano di calde venature blues, quasi in sintonia con il sound degli AC/DC. Il singer americano si conferma di ottimo livello mentre la band si esprime al meglio anche su un versante non del tutto usuale.

The Quick and the Dead rilancia il combo nel territorio preferito con un altra song spumeggiante, di grande impatto. Poderoso il drumming di Schwarzmann, ottimamente assceondato dal basso di Peter Baltes. Grande duelli di chitarre si intrecciano.

Il brano più lungo, oltre sette minuti, è il conclusivo The Galley. Toni ruvidi e bassi, sporchi, per un Tornillo che ammanta di terrore con la sua voce. L’ultimo combattimento tra le sei corde assume contorni incredibili; i cori ed il controcanto continuano a non affascinarmi più di tanto.

Un album dai chiaro-scuri questo Stalingrad; gli Accept ribadiscono, a distanza di due anni, la loro vitalità e la loro onestà, nel senso che continuano ad issare la propria bandiera del metal che fu. Trasmettono ancora entusiasmo e tanta grinta, qualità che restano indiscusse e vanno a loro merito. Peccano però di una certa ripetitività e di un song writing a tratti zoppicante, con qualche caduta nel banale.

Max

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