Jethro Tull’s Ian Anderson Thick As A Brick 2 (Whatever Happened to Gerald Bostock) 2012

Pubblicato: aprile 6, 2012 in Recensioni Uscite 2012
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Sono trascorsi esattamente 40 anni e la copertina dell’album non è più il quotidiano (immaginario) St. Cleve Chronicle  ma la homepage del sito, d’altronde siamo ormai nell’era di internet ! Dopo tutto questo tempo che fine ha fatto Gerald Bostock, il bambino-poeta protagonista di Thick as a Brick ? Cosa è accaduto nella sua vita, quali sono state le sue scelte, gli avvenimenti importanti nella sua esistenza ? Le stesse domande in fondo valgono per ognuno di noi e nondimeno per Ian Anderson che ha deciso di incidere il sequel di un album immortale nella storia del progressive e dei Jethro Tull. A parte il band leader, cui è accreditato il lavoro sotto la denominazione Jethro Tull’ s Ian Anderson,  più nessuno di quei giovani leoni è presente nel gruppo, eccettuato il grande chitarrista Martin Barre che tuttavia però non compare in questo disco.

Un misto di emozione e paura precede l’ascolto; pur rassicurato dalla presenza del folletto scozzese, il timore che l’azzardo (perché di questo si tratta) si riveli un flop è concreto. Cercare di creare una coda, un’ ulteriore evoluzione alla storia, una storia del 1972, è oggettivamente difficile da attuare; la cosa però che più temo è che questo possa in qualche modo inficiare la magia di quello che fu. Ricordo per i più giovani che Thick as a Brick non solo fu un capolavoro del genere, un monolito in un’ unica suite ma rappresentò forse anche l’apice della carriera dei Tull.

Seguirono altre belle e valide produzioni, penso a A Passion Play, a Minstrel in the Gallery e pure a Crest of a Knave; ma la vetta era stata raggiunta e quindi, pur se lentamente e con eleganza, si poteva solo discendere. Anche l’idea di riproporre un concept  album ai giorni nostri, oltre che particolare, è pericolosa perché, essendo legato per natura al predecessore, porta a paragoni forzatamente condizionati; oggi non c’ è più molta abitudine a certo tipo di produzioni,  i tempi sono radicalmente mutati.

Inoltre un ultimo dubbio: non si tratterà mica di una plasticosa operazione nostalgia ?  Riassumendo, un numero pesante di insidie a fronte di poche certezze.

Dando un rapido sguardo alla band, questa è composta dal chitarrista tedesco Florian Opahle, David Goodier al basso, John O’Hara alle tastiere, alla batteria troviamo Scott Hammond e ai fiati Pete Judge. Voce, flauto e chitarra acustica sono ovviamente appannaggio di Anderson. Francamente non conosco i motivi  per i quali sia assente Martin Barre ma è certo che questo costituisce un altro duro colpo; se si voleva costruire un ideale ponte col passato viene a mancare così un tassello fondamentale, direi il più importante dopo Ian.

Commentare le novità emerse sulla vita di Gerald Bostock è estremamente scomodo dunque perché purtroppo, come dichiarato dall’ autore, lo si deve considerare “part 2” a tutti gli effetti e dunque non lo si può trattare alla stregua di una qualsiasi release di quest’anno.  Sarebbe stato molto più agevole il compito in quest ultimo caso, avrei potuto raccontare di un bel disco prog dei Jethro Tull (?), con tanti riferimenti al passato ed un Ian Anderson ancora in grande forma.

Così purtroppo non è, il paragone ahimè è obbligato. Non c’è partita, detto con il massimo rispetto e la deferenza dovuta. Al di la che Thick as a Brick era come detto una lunghissima suite ed il suo seguito invece è diviso in ben 17 tracce; a parte il fatto che, sottolineata l’ottima caratura dei musicisti attuali, questi non sono i Jethro Tull.; pur tenendo in considerazione i dovuti riferimenti al predecessore e non solo ( se ne trovano anche relativi A Passion Play, War Child, Heavy Horses fino a Crest of a Knave); valutando sempre eccezionale la prestazione del flauto suonato dal folletto e della sua voce che pare immutata….Considerato tutto questo, l’album è distante anni luce dall’illustre genitore. Piatto, monocorde, privo della personalità di musicisti esuberanti oltreche tecnicamente preparati, manca di anima, di personalità.

I suoni sono belli , curati pare anche dal grandissimo vocalist dei Gentle Giant Derek Shulman (divenuto poi ottimo producer). Ci sono almeno undici delle diciassette tracce presenti che risultano di tutto rispetto, piacevoli e in pieno stile Tull . Tuttociò però ha poco a vedere con quanto suonato e narrato 40 anni fa.

Il limite era proprio questo, il rischio più concreto si è materializzato.

Se lo si ascolta come un episodio a sé stante verrebbe da descriverlo come un buon disco, molto retrò ma in linea con la produzione di un tempo. Fossero stati brani appartenenti ad un nuovo plot, ad una storia mai narrata prima, sarebbe stata un’altra cosa: Pebbles Instrumental, Banker Bets, Banker Wins, Adrift and Dumfounded, Power and Spirit , A Change of Horses sono tutte tracce interessanti , ben suonate  e che indubbiamente rinfocolano la nostalgia per i tempi andati.

Ma il desiderio di Ian Anderson non è questo e dunque il secondo capitolo, inteso come tale, è perdente su tutta la linea.

Resta poi da capire, in riferimento all’oggetto del lavoro, perché accreditarlo a Jethro Tull’s Ian Anderson; la scelta si dispone a diverse soluzioni per molteplici motivi.

Max

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commenti
  1. Daniele ha detto:

    Secondo me il disco è godibile. Esattamente come te temevo molto questo disco, le “parti II” sono sempre molto rischiose e soprattutto quando la prima parte è di 40 anni fa si rischia di cadere nell’effetto Rocky VI. Invece l’album mi ha sorpreso, Ian è sempre un musicista straordinario: d’accordo con te che abbia finito 40 anni fa di comporre il meglio del suo repertorio, ma anche le produzioni successive a Thick as a Brick hanno quasi sempre contenuto materiale di valore.
    Io preferisco questo album almeno a 5 dischi dei Jethro (A, Under Wraps, Rock Island, Roots to Branches, J-Tull.com) ed all’ultimo album solista, Rupi’s Dance, che pure aveva qualche pezzo interessante. Ho trovato piacevole ed intelligente la struttura dell’album, così come i testi dei pezzi.
    Nel complesso, questo album non porta nulla di nuovo, ma mi sembra il bel colpo di coda di un fuoriclasse. Per dare una dimensione della mia valutazione, se Thick as a Brick era un 8.5, a questo do un 6.5.

    • Max ha detto:

      Ciao Daniele,
      come ho cercato di spiegare questo album (volendo) si presta a due chiavi di lettura. Se viene preso a sè stante condivido la tua analisi; malauguratamente però Anderson ha inteso in modo dichiarato farne il secondo capitolo di Thick as a Brick e allora, a mio parere, l’esito muta completamente.

  2. Giovani ha detto:

    Io sono d’accordo con Daniele l’album si lascia apprezzare con o senza Martin Barre, seguendo i testi si capisce come il tutto sia stato molto curato ed il suono tu dici retrò… per me non è un problema (c’è chi si ispira tutt’oggi a Deep Purple e Led Zeppelin) il prog è un genere come il blues, l’hard rock o il metal o il trip-hop non sta scritto da nessuna parte che non lo si debba più suonare. Raggiungere l’eccellenza del predecessore era quasi impossibile ma secondo me sarebbe anche ingiusto questo confronto (ho capito la tua analisi ma credo che lo si possa comunque slegare dal primo) per cui per me si merita un 7 pieno. Poi, sempre de gustibus…

    • Max ha detto:

      Ciao Giovanni,
      leggendo il tuo intervento ho avuto la sensazione, piuttosto netta, di non essere riuscito a mettere a fuoco ciò che volevo.
      Ci riprovo:
      – il suono che ho definito volutamente “retrò” poco ha a che vedere con le altre considerazioni. Da che mondo è mondo i gruppi si ispirano e si ispireranno ai grandi del passato, basti pensare al new prog degli anni ’80. Diverso è quando una band fa il verso a sè stessa e questo, purtoppo, mi pare il caso in questione;
      – singolare è anche la situazione dell’attuale line up, che nulla ha a che vedere con quella del 1972 (eccettuato il pifferaio magico).Tutto procede al meglio per rilasciare nuovi album ma se si dichiara di volerne fare un secondo capitolo, a 40 anni di distanza, l’operazione stride clamorosamente. Florian Ophale, ad esempio, è ottimo chitarrista ma ha 29 anni…cosa può conoscere, per quanto dotato tecnicamente, dell’epoca e del mood col quale era stato scritto il predecessore ? Probabile che Martin Barre ne sappia qualcosa di più;
      – dal momento che Ian Anderson (tuttora grandissimo) intitola il disco e chiude il cantato di What-ifs, Maybes And Might-have-beens con il verso “Thick as a Brick…two” temo non ci siano dubbi sul fatto che ne sia ufficializzato lo stato di sequel. Pertanto, come ripeto, diventa difficile slegarlo dal predecessore e te lo dice uno che musicalmente non ama fare paragoni. Al limite avrebbe avuto più senso narrare le vicende di Gerald Bostock attualizzando anche i suoni, per dare un taglio più moderno al plot intero.
      Sono un amante del prog dal 1972, tra gli altri dei Tull che seguo dai tempi che furono ( purtroppo gli anni passano anche per me) ma ho la spiacevole sensazione che alla base di questo progetto ci sia un’astuta operazione di marketing discografico e poco altro.
      Accreditare il disco alla curiosa dicitura Jethro Tull’ s Ian Anderson mi lascia ancor più perplesso.
      Non sarebbe stato meglio un nuovo album in tutto e per tutto ? Non è tanto questione di gusti (tutti rispettabili) ma di dati oggettivi.

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