Jeff Loomis Plains of Oblivion 2012

Pubblicato: aprile 14, 2012 in Recensioni Uscite 2012
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Molto spesso di fronte a questo tipo di uscite rimango un pò perplesso; guitar-hero come Steve Vai, Yngwie Malmsteen, Joe Satriani (forse un caso a parte) hanno inciso album solisti dai quali emerge tutto il loro sconfinato talento, una tecnica forse ineguagliabile ma il più delle volte manca l’anima, il pathos. Risultano alla stregua di un delirio di tecnicismo peccando spesso nella costruzione dei brani e nell’emozionalità. In poche parole belli ma freddi; come ripeto, tra quelli citati Satriani è forse l’unico in grado di riuscire a declinare entrambe le variabili con una certa continuità, fermo restando che da un punto di vista delle capacità c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Va meglio, a mio parere, per questa nuova release di Jeff Loomis, intitolata Plains of Oblivion. L’ex chitarrista dei Nevermore con le sue chitarre a sette corde giunge così al secondo capitolo solo, il primo dopo l’uscita dalla band.

L’album, che esce per la Century Media Records, è prodotto da Aaron Smith; lavoro breve , circa 47 minuti, riesce a coniugare perfettamente le due anime metal del chitarrista, quella thrash e quella progressive, forse meno marcata ma inequivocabile in alcuni episodi.

Chitarrista tra i più importanti ed affermati delle ultime due decadi, il biondo musicista del Wisconsin propone una serie di dieci brani tirati, ficcanti, nei quali ovviamente c’è tanto del suo talento immenso ma che non difettano di peso nel song-writing. Non sono solo quindi una raccolta di esibizioni e/o esercizi di tecnicismo sfrenato ma raccontano la loro anche dal punto di vista della struttura. Contibuiscono ad alzare ulteriormente il tasso tecnico le presenze attive di Chris Poland e Marty Friedman (ex Megadeth), l’ottimo Tony MacAlpine (anche con Steve Vai), chitarristi con i quali Loomis condivide il ruolo di solista in un brano ognuno; inoltre il batterista Dirk Verbeuren degli svedesi Soilwork e Shane Lentz al basso. Compaiono anche tre brani non strumentali nei quali il ruolo di singer è affidato a Ihsahn (ex Emperor) e Christine Rhoades che già aveva collaborato con i Nevermore. Ne viene fuori una formazione potente e dinamica, anche eclettica; Loomis si alterna tra la solista e la ritmica, lascia spazio ad altri guitar-man e questo fa sì che le composizioni ne escano arricchite e variate nelle soluzioni.

Mercurial funge da brano introduttivo ed è subito una scarica di adrenalina. La batteria compulsiva di Verbeuren lancia immediatamente l’assalto, doppiata da un basso granitico. Giganteggiano su tutti le chitarre lancinanti di Loomis e Marty Friedman che intraprendono il loro viaggio a velocità siderali.

Degna continuazione ne è la seguente The Ultimatum che vede Tony MacAlpine prendere il posto di Friedman. La velocità di esecuzione rimane altissima, scale, fughe, tapping e duelli tra le due chitarre costellano il pezzo per tutta la sua durata mentre devo rimarcare ancora l’efficacia della sezione ritmica. Nella parte conclusiva comincia a farsi sentire, gradualmente, un lato melodico che vedremo a tratti evolvere piacevolmente.

Escape Velocity è forse il pezzo più dannatamente thrash metal dell’album, dove Loomis esegue da solo per intero le parti di chitarra. Tempi furiosamente convulsi fanno da quinta alle evoluzioni del chitarrista, in grado di produrre stacchi vertiginosi ed incredibili digressioni per poi riannodare i fili con il tema iniziale.

Il primo brano cantato, Tragedy and Harmony, vede nel ruolo di singer la vocalist Christine Rhoades; compito non facile, considerando che la traccia non da tregua sin dall’inizio. La cantante di Seattle si disimpegna invece molto bene, mostrandosi all’altezza della situazione; un bel timbro, sufficientemente secco e deciso, le consente di tenere testa ad un pezzo nel quale forse altre voci femminili avrebbero magari stentato.

Coadiuvato dal chitarrista Attila Voros, Jeff Loomis si scatena nuovamente in Requiem for The Living. Brano forse troppo simile ai precedenti e dotato di qualche riff un pò troppo prevedibile; sin qui forse il momento meno esaltante del Cd.

Arriva poi uno dei pezzi che più mi sono piaciuti, Continuum Drift. Questa volta è il turno di Chris Poland come solista in alcune parti e la resa del pezzo, a mio parere, è ottima. Il sound si sposta decisamente su coordinate più prog-metal, l’aspetto melodico diviene più marcato e fondamentale nell’economia del brano. Non più dunque solo velocità (che comunque non manca) ma una trama che va infittendosi grazie al lavoro variato e fantasioso delle due chitarre.

Tocca al norvegese Ihsahn, alfiere del black metal, la parte cantata (screaming) in Surrender; bell’ episodio nel quale i suoni si irrigidiscono, creando un’atmosfera cupa e terrifica. Da sottolineare gli interventi di JL che spaccano più volte il brano. Credo sia uno dei pezzi meno immediati ma, ascoltandolo più volte, può regalare soddisfazioni.

Chosen Time vede il ritorno della voce di Christine Rhoades, per una bellissima ballad nella quale la band appare ispirata. Di cesello questa volta il lavoro di Loomis, in grado di apportare variazioni e combinazioni diverse con gusto e qualità mostrando nuovamente la sua versatilità.

Altro colpo di scena è rappresentato da Rapture, nel quale il musicista si cimenta in un breve e malinconico pezzo solo acustico, una ballata fatta di arpeggi e scale orientate su un timbro nostalgico. Fulgido esempio di notevole virtuosismo unito a eleganza.

Dura, spigolosa, angolare..Sybilline Origin chiude il cerchio ed esegue la missione alla grande. Tornano la follia e la pulsione, accompagnate ancora una volta da una prova eccezionale dell’axe-man.

Disco che corre via veloce, piacevole e che riesce a non cadere mai nella noia. Loomis riesce la dove molti illustri colleghi spesso hanno fallito e cioè a fare coesistere tecnica e fantasia, virtuosismi ed emozioni. Supera dunque un limite che in questo tipo di realizzazioni pochi, pur altrettanto bravi, sono riusciti ad oltrepassare.

Max

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