Sembra quasi che i Paradise Lost abbiano preso gusto a spiazzare i propri fans con continui cambiamenti e colpi di scena. Dagli esordi death doom metal, al passaggio del tutto innovativo a quel che è divenuto gothic metal, per poi lasciare il posto ad una fase elettronica di sperimentazione che è culminata in una sorta di synth-pop del tutto imprevisto. Da qui in seguito la band di Halifax comincerà un cammino a ritroso per tornare decisamente verso sonorità gothic prima e doom in seguito. Una sorta di percorso circolare che li ha ricondotti più o meno da dove erano partiti. Scherzi del destino, scelte discografiche bizzarre o di comodo, ripensamenti sinceri; probabilmente tutto e niente di questo, fattosta che la loro carriera è stata costellata di riconoscimenti e forti contestazioni. Se gli ultimi due album avevano segnato il definitivo (?) ritorno alle origini questo Tragic Idol, tredicesima release ufficiale, a mio modo di vedere si pone come un ulteriore step all’indietro anche se, qua e la, fanno capolino ulteriori possibili connotazioni.

In un contesto simile verrebbe facile pensare anche ad una formazione molto instabile, afflitta da conflitti interni e varie problematiche; invece non è così se si pensa che 4/5 del gruppo ne fanno parte sin dalle origini. Solo il ruolo di batterista è rimasto sempre “hot” all’interno dei PL; si sono alternati ben 4 drummers con Adrian Erlandsson, giunto nel 2009, come ultimo arrivato. Per il resto ci sono gli immarcescibili Nick Holmes (voce), Greg Mackintosh (chitarra solista), Aaron Aedy (chitarra), Steve Edmondson (basso).

Prodotto nuovamente da Jens Bogren, che ha al suo attivo importanti collaborazioni tra le quali Opeth e Katatonia, Tragic Idol è  potente ed interessante. Composto da dieci brani scritti dal duo Holmes-Mackintosh, è un album tendenzialmente doom ma che piega di tanto in tanto, ecco la novità, anche verso un heavy più melodico. Viene lasciato spazio a dei bei soli di Greg e non si dilunga a dismisura, circa tre/quarti d’ora la durata globale.

Opener è la drammatica Solitary One, nella quale la voce in growl di Holmes viene contrappuntata da controcanto clean su un giro di piano. Senza mettere tempo in mezzo cominciano i primi decisi interventi della chitarra di Mackintosh, che si ripeteranno ben più cospicui. Andamento tipicamente doom; quindi un metal lento e cadenzato, nel quale il piano continua il suo giro ipnotico. Molto bella e suggestiva.

Crucify si rivela molto più tirata, i Paradise Lost cominciano a picchiare duro; il singer in questo caso opta per un canto pulito (o quasi) e questa alternanza si ripeterà durante l’ascolto. Mentre la ritmica batte il suo tempo, variandolo e rallentandolo, le chitarre imprimono accelerazioni improvvise e colorano il pezzo in modo indelebile.

Ottima continuazione è Fear of Impending Hell, ballata nella quale la voce pulita di Holmes viene corroborata da un’altra struttura doom molto solida. C’è sin qui già abbastanza melodia ma questo non deve spaventare i metal-fans più oltranzisti; a mio avviso è ben gestita, mai sdolcinata. I suoni restano graffianti e netti, duri, la chitarra di Mackintosh trova un varco dove esprimere tutta la sua prepotente energia.

Il livello dell’album rimane alto, ne è conferma la successiva Honesty in Death; un giusto mix tra i riff che tutto spazzano via e lievi concessioni melodiche fanno sì che l’ascolto risulti piuttosto stimolante. Tanta forza nella band e tanta davvero nella vocalità di Nick Holmes che trovo in splendida forma.

Theories from Another World parte sparata come un proiettile di titanio. Ritmo molto più serrato, con il basso di Edmondson in buona evidenza. Il piglio del brano è notevole, granitiche le raffiche delle chitarre. Metal di un certo peso, che travolge con il proprio impeto ma che al tempo stesso non si limita ad un tema, che viene spesso variato. A tratti questo pezzo mi rimanda ai Mastodon.


Un giro della chitarra di Mackintosh apre la feroce In This We Dwell, traccia compatta che definirei quasi paradigmatica per la capacità della band inglese di rendere massivo un pezzo, facendo leva su una sonorità che non concede scampo.

To the Darkness contiene un solo di chitarra dalla tonalità epica; magnifico il lavoro del duo basso-batteria e da sottolineare alcuni stacchi e cambi di ritmo, tipici del genere ma che trovo sempre di grande effetto. Di nuovo, il brano si svolge attraverso differenti passaggi, confermando la bontà della costruzione tutt’altro che scontata. Prova vocale maestosa di Nick Holmes.

La title-track è forse il momento meno riuscito del disco, un qualcosa rimasto un pò in sospeso che alla fine suona come abbastanza prevedibile. Il gruppo gira bene nel suo insieme ma è la costruzione del pezzo che mi convince meno, un pò banale.

In Worth Fighting For riemerge un cantato che in certi episodi ricorda “vagamente” i Depeche Mode e con loro un periodo passato dei Paradise Lost. Brano che in sè non sarebbe male ma viene parzialmente inficiato da questa sensazione di un qualcosa fuori posto, nonostante il lavoro delle chitarre cerchi di risollevarne le sorti.

Si chiude in bellezza con The Glorious End; il gruppo fortunatamente riallaccia il discorso con il mood della maggior parte del disco, concludendo con un altro magistrale momento doom. Anche questa volta rivoli melodici si affacciano prepotentemente ma l’operazione viene gestita con gusto e relativa misura. La song è coinvolgente, costruita in modo emozionale e nel finale regala l’ultimo solo dell’album da parte di Mackintosh.

Nel complesso un buon disco, forte e deciso, molto diretto, leggermente calante nell’ultima parte. Con ogni probabilità anche questa uscita dei PL farà discutere gli appassionati. Mai come in questo caso mi sento di suggerire di non cedere alla tentazione di fare confronti ma di valutarlo nella sua essenza; ormai è chiaro che la prospettiva di questa band è in perenne mutazione.

Max

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