Due anni fa i Dark Tranquillity avevano rilasciato il buon We Are the Void che nella Tour Edition conteneva ben cinque bonus tracks. Oggi quelle tracce vengono (ri)-pubblicate in un EP intitolato Zero Distance che dunque per certi versi, escludendo gli appassionati fedelissimi, sa di… nuovo.  Prescindendo dalla mia personale valutazione We Are the Void è stato un album che ha un pò diviso i giudizi, venendo ritenuto da alcuni discreto ma privo di quella carica esplosiva che in passato ha sempre contraddistinto la band svedese. Paladini e pionieri del melodic death metal, i DT hanno inanellato nel tempo una serie di dischi validi ed interessanti, mantenendosi coerenti e fedeli a sè stessi. Il tiratissimo growl di Mikael Stanne, le sferzanti chitarre di Niklas Sundin Martin Henriksson, la spietata ritmica del duo Anders Jivarp (batteria) e Daniel Antonsson (basso), coadiuvati dal lavoro alle tastiere di Martin Brandstrom hanno contribuito a segnare nel tempo con le loro performances tutto ciò che è poi derivato dall’incandescente scena della Goteborg anni ’90.

Con ogni probabilità anche la grande stabilità che si è perpetuata all’interno del gruppo ha permesso di percorrere un cammino importante e vincente che, se forse non si è tradotto in tonnellate di dischi venduti, ha comunque prodotto un folto e affezionato seguito, sviluppatosi nei paesi nordici e poi propagatosi in tutta Europa. C’è chi sostiene che il loro lato “melodic” sia ciò che li fa amare o rifiutare, io propendo per la prima ipotesi e in ogni caso è la principale peculiarità.

Questo rapido EP (poco meno di venti minuti) non aggiunge molto al Cd di cui era corollario ma non per questo è da sottovalutare, tutt’altro ! Cinque tracce sostanziose nelle quali l’opera di Brandstrom alle tastiere si fa ancora più presente, dando in questo modo maggiore spazio all’ispirazione più melodica. Detto questo però va chiarito che tutti gli ingredienti essenziali sono presenti.

Zero Distance apre l’EP ed è opening efficace e accattivante. Un bel gioco di contrari tra la voce di Stanne ed il piano, il sole e la luna, il giorno e la notte. Tocca poi alle tastiere occupare il proscenio, incalzate dalla ritmica da un lato e dalle chitarre dall’altro. Un bell’esempio di death malinconico, molto ben suonato.

Con Out of Gravity si ripete in qualche modo lo schema precedente, con la differenza che questa volta è la chitarra di Sundin, oltre che le tastiere, a occuparsi in primo piano della melodia. Brano che gira bene e che testimonia l’abilità della band nel combinare e miscelare i due elementi portanti del loro sound.

Vero gioiellino strumentale, Star of Nothingness;  lavoro di ricamo della chitarra di Niklas Sundin dietro il quale si respira un atmosfera celestiale e dilatata, spaziale. Avrebbe potuto anche essere una splendida intro di un ipotetico pezzo.

Si cambia totalmente registro con To Where Fires Cannot Feed, strappata dal growl del cantante. Le sensazioni si fanno più cupe, minacciose. E’ ancora la chitarra a recitare un ruolo da protagonista e nel contempo la ritmica si fa decisamente più aggressiva. Uno stacco di piano spacca in due il pezzo che riparte poi di slancio, guidato dalla Gibson del solista.

A chiudere The Bow and the Arrow, giocata di nuovo su dicotomie tra voce e strumenti, su di un eterno fondersi e combattersi tra death e prospettiva melodica. Ancora degno di nota il lavoro pesante ma variato di basso e batteria, mentre note lapidarie di chitarra punteggiano il brano.

In sostanza questo piacevole EP non porta alla luce novità sconvolgenti ma un pugno di songs ottimamente suonate e cantate (sempre d’effetto il growl di Stanne), tutte di un livello qualitativo medio-alto. A mio modo di vedere avrebbero potuto tranquillamente trovare posto nell’album ma, evidentemente, i DT hanno scelto in altro modo. Dunque un completamento, se così si può definire, molto piacevole e gradito.

Max

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