Storm Corrosion Storm Corrosion 2012

Pubblicato: aprile 29, 2012 in Recensioni Uscite 2012
Tag:, , , , , ,

Dopo anni di collaborazioni significative il duo Steven Wilson– Mikael Akerfeldt culmina nel progetto Storm Corrosion che partorisce l’omonimo album. La partenrship tra due dei musicisti più influenti dell’attuale panorama nel tempo ha procurato molti contatti e scambi: Wilson ha co-prodotto ben tre album degli Opeth ed ha inoltre curato il missaggio dell’ultimo Heritage. Akerfeldt da parte sua ha suonato la chitarra e aggiunto parti vocali su Deadwing dei Porcupine Tree. Dunque, durante questa lunga fase temporale le relazioni musicali tra i due sono andate moltiplicandosi in modo esponenziale sino al compimento di questo disco che per la verità avrebbe potuto vedere la luce prima; i rispettivi impegni, numerosi, ne hanno posticipato l’uscita.

Veniamo all’ascolto, splendido ma impegnativo, di Storm Corrosion. E’ bene chiarire subito che del sound Porcupine Tree/Opeth ci sono tracce frammentarie e poco più; pertanto di progressive, prog-metal o prog death metal si trova ben poco. Qua l’idea musicale viaggia su sentieri più lontani ed immaginifici, verso sonorità oscure e sperimentali che appartengono ai due band leader e che qui trovano il loro dispiegarsi ed evolversi.

Musica emozionale, pervasa di malinconia e rara intensità che si sprigiona, lenta e costante, una traccia dopo l’altra. Un’esplorazione nella solitudine dello spazio, nel buio e nel silenzio delle galassie, a tratti commovente; in altri momenti davvero inquietante, sprofondando negli abissi infiniti della memoria.

Risulta molto complesso cercare di etichettare questo album, tentare di dargli una connotazione precisa; volendo azzarderei avant-garde. Di certo non è la prima volta che  un progetto così particolare viene pubblicato ma credo che il livello di questo sia da vertice.

Questo magma di sensazioni è stato scritto e composto da Akerfeldt e Wilson i quali musicalmente si sono divisi i compiti: Mikael suona quasi tutte le parti di chitarra e canta mentre Wilson suona le tastiere, canta e si occupa degli arrangiamenti, in alcuni segmenti quasi orchestrali. Le poche partiture di batteria presenti sono a cura di Gavin Harrison (non proprio uno qualsiasi !!).

Chitarre elettriche ed acustiche, voci clean quando presenti, ambientazioni eteree create dalle tastiere; questo e altro costruisce questa sorta di sogno (o di incubo ?) che è Storm Corrosion. Sei brani di devastante potenza emotiva che arrivano al cuore, passando per la mente.

Drag Ropes offre immediatamente il polso della situazione; brano nel quale, come in un gioco delle parti, i due si scambiano ripetutamente il timone, veleggiando verso sonorità ora melliflue, ora claustrofobiche, con improvvise aperture tese a riscattare parti tenebrose e scure. Drumming chirurgico ed essenziale quello di G. Harrison, quasi glaciale la voce pulita di Akerfeldt su di un tappeto di tastiere lugubri preparato da Wilson. Suoni apparentemente sconnessi tra loro riescono in realtà a disegnare un quadro netto e preciso. Bello l’inciso di canto e controcanto a metà di un pezzo di rara intensità. Volendo semplificare, musicalmente il pezzo è “buio” nella prima parte e “luce” nella seconda.

La lunga title track, a seguire, si apre con un rarefatto arpeggio di chitarra acustica ad accompagnare la voce di SW. Gradualmente si inserisce anche un bell’intarsio dell’elettrica, mentre via via sono di nuovo le tastiere con i loro suoni a cucire lo svolgimento del tema che si ripropone nel finale. Questo probabilmente è il pezzo più ostico e meno decifrabile del lotto, in modo particolare la parte centrale ma probabilmente, è anche l’archetipo dell’intero disco.

Hag prende le mosse proprio da dove termina Storm Corrosion e parte poi per la tangente, in un divenire convulso e perenne dove trova uno spazio più importante anche la batteria. Brano a marchio Wilson che in certi frammenti rimanda all’ultimo Grace for Drowning. Atmosfere profonde, sospese, iperboli sonore mai prevedibili.

Se si vuole citare un perfetto ossimoro questo è rappresentato da Happy, traccia più breve dell’ album che risulta in verità un concentrato di tristezza e nostalgia, sottolineata dalle voci lontane dei due musicisti. Molto bello ancora il lavoro delle due chitarre, elettrica ed acustica, che dialogano tra loro.

Lock Howl ripropone l’uso dell’acustica, sostenuta da un tappeto di archi; un crescendo molto progressivo, che diviene quasi sinfonico, si dilata e muta le sembianze, trasformando l’andamento iniziale del pezzo. Permane la sensazione di inquietudine, presente dall’inizio, qui forse stemperata dalla batteria di Harrison, lieve ed ipnotica.

Ljudet Innan (“Musica antica” in svedese) con i suoi dieci minuti conclude il plot ed è, a mio avviso, spettacolare. Ho difficoltà a trovare le parole per descriverne la musica; celeste, alta, sopra tutte le cose del mondo. Qualcosa di astratto, di fluido, di non-materiale e pure di luminoso, che varca ogni confine, solca ogni cielo, inarrestabile ed inafferrabile. Qualcosa di immacolato e puro, con il quale prima Wilson alle tastiere e poi Akerfeldt alla chitarra scrivono una delle pagine più interessanti degli ultimi anni.

Come accadde a metà degli anni ’70 con Fripp & Eno, ci troviamo al cospetto di due personalità geniali in grado di dare vita a progetti che vanno oltre l’immaginabile. Il messaggio può essere facilmente intercettato a patto di liberarsi da condizionamenti preconcetti; di conseguenza non si può assolutamente valutare questo lavoro limitandosi ad un paio di ascolti, magari frettolosi e distratti. Inoltre giova ricordare che Steven Wilson e Mikael Akerfeldt qui non sono nè i Porcupine nè gli Opeth. E’ una scelta coraggiosa e anche scomoda, se vogliamo, ma a mio parere indovinata.

Anche se, a ben vedere, forse un filo invisibile che lega Heritage, Grace for Drowning e Storm Corrosion esiste.

Max

commenti
  1. Clax scrive:

    Ottima recensione, ma a secondo me siamo al limite della psichedelia pura. Un album acido e secondo me poco convincente. privo di un filo ritmico conduttore. Se prendiamo ad esempio UMMAGUMA dei Pink Floyd pur essendo psichedelico e colmo di sensazioni oscure ed emozionanti, al suo interno troviamo un filo sottile di ritmiche e di suoni (ambienti) che fa da conduttore. Nel progetto in questione manca quel qualcosa in termini di ritmica e di suoni. Come per ogni album del genere il pensiero e soggettivo e dipende dallo stato d’animo di quando lo si ascolta. Lo riascolterò ancora un paio di volte, forse mi sfugge qualcosa…

    • Max scrive:

      Giusta osservazione la tua sullo stato d’animo, sicuramente ha la sua incidenza ma va anche detto che musicalmente non ci troviamo davanti proprio a due “buontemponi”.Resto dell’idea che l’album necessiti di approfonditi ascolti per essere metabolizzato poi, certo, può piacere o meno.

  2. asparwhite scrive:

    Concordo pienamente, aggiungendo che, di solito, si chiamano progetti paralleli proprio per dare sfogo ad impulsi ed idee che non si inquadrano nei “lavori canonici” dei singoli artisti….questo è un lavoro che si può apprezzare e/o valutare con serenità solo se scevri da fuovianti preconcetti!

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...