It Bites Map of the Past 2012

Pubblicato: maggio 1, 2012 in Recensioni Uscite 2012
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Quattro anni fa gli It Bites avevano fatto il loro ritorno dopo tempo immemore con un riuscito lavoro, The Tall Ships, nel quale la novità principale era rappresentata dall’avvicendamento di Francis Dunnery, il cui posto era stato preso dal valido John Mitchell, (Frost, Kino, Arena). Ci riprovano oggi con Map of the Past, secondo capitolo di questa nuova fase della loro carriera, quinto full lenght in assoluto. In ambito progressive la band inglese è stata senz’altro una delle meno prolifiche ma anche una delle più camaleontiche, avendo presentato varie facce nel corso della carriera; sia come scelte musicali che come formazione si può dire che negli anni si siano succedute diverse “versioni” degli It Bites, tra qualche alto e basso. Se ciò da una parte ha costituito elemento di varietà da un’altra spesso ha finito per disorientare, relegando (a mio parere) il gruppo un pò nelle retrovie della scena New Prog.

Allo stato attuale la formazione comprende oltre al già citato Mitchell ( chitarra e voce), Lee Pomeroy (visto di recente in tour con Steve Hackett) al basso ed i membri originari John Beck alle tastiere e Bob Dalton alla batteria.

Concept ispirato dal ritrovamento di una vecchia foto di famiglia attraverso la quale viene ripercorso il cammino emotivo e storico di generazioni precedenti, sullo sfondo dell’ Inghilterra del ‘900. Scritto interamente da Mitchell  e dal tastierista John Beck, Map of the Past non è un Cd destinato a suscitare particolari clamori ma è un lavoro onesto e molto ben suonato.

Se da un lato John Beck e Bob Dalton confermano tutta la loro esperienza e, in particolare nel caso del tastierista, la loro bravura e tecnica, l’arma in più risulta essere di nuovo John Mitchell. Il chitarrista-cantante irlandese ha impresso una svolta alla band, le ha donato nuova linfa vitale grazie ad un song-writing di spessore, l’ottima tecnica di cui dispone e il timbro profondo e graffiante della sua voce. Pomeroy dal canto suo ha rilevato il posto dello “storico” bassista Dick Nolan direi oramai con buoni risultati.

Gli It Bites non rinunciano completamente a scorribande nel pop melodico ma stavolta le limitano a pochi episodi, le sonorità più tipicamente prog la fanno da padrone.

La musica e le voci provenienti da stazioni radio del passato sono interrotti da un organo solenne sul quale parte il cantato di Mitchell. Questa è Man in the Photograph, intro dall’andamento lento ed epico.

Con Wallflower lo scenario muta improvvisamente, abbracciando un prog forse easy nella melodia ma di peso musicalmente. Beck ricama accordi al piano che rimandano fatalmente a Tony Banks mentre la ritmica da sfoggio di energia. Ottima la parte vocale di Mitchell che mostra di disimpegnarsi benissimo nel doppio ruolo.

La title track è sicuramente uno dei momenti meglio riusciti, ed è inevitabile sottolineare le assonanze vocali (a tratti) di Mitchell con Peter Gabriel. Brano di ampio respiro, corale, una trama sinfonica di matrice progressive. Verso la metà del pezzo si può ascoltare il primo solo della chitarra, entusiasmante. Puntuale e rotondo il lavoro di basso/batteria.

Clocks si cala ancora più indietro nel tempo, privilegiando dapprima l’aspetto melodico con venature pop; il tempo e la cadenza poi cambiano repentinamente per evolvere in una sorta di giostra impazzita.

Flag fa ritrovare quel lato più hard-rock che gli It Bites molti anni fa cercarono di coniugare con il prog. Suoni più duri, accelerati, stacchi improvvisi che fanno ondeggiare il brano tra più sensazioni. Un altro solo di chitarra degno di nota di Mitchell indica questa traccia come una delle più complesse nella costruzione.

Ancora un tuffo nel prog con la seguente The Big Machine, altro passaggio importante del disco dove chitarra e synth si spartiscono la scena. Mitchell si conferma vocalist di tutto rispetto.

Cartoon Graveyard è un pezzo che non è riuscito ad entusiasmarmi, concedendo troppo ad una melodia easy, quasi banale. A onor del vero devo dire che la traccia, almeno musicalmente, nella seconda parte si riscatta ma resta comunque priva di mordente.

Fortunatamente di ben altra pasta è fatta Send No Flowers, aperta da un arrangiamento a dir poco epico e maestoso (complimenti a Beck !). La voce di Mitchell meraviglia in quanto a espressività e, nuovamente, risento echi lontani di Gabriel. Sicuramente un bel pezzo, molto vicino alle atmosfere sinfoniche degli anni ’70.

Meadow and the Stream si muove sulle stesse coordinate temporali e oltre, prendendo a riferimento tipiche sonorità dei Genesis e/o degli IQ. Tutto pare al posto giusto, i suoni ben calibrati e scelti con perizia. Lo svolgersi del tema è punteggiato da molte variazioni che lo rendono coinvolgente.

Ballad da ricordare, The Last Escape, punta dritto al cuore, toccando le corde dei sentimenti e smuovendo emozioni. Il piano malinconico di John Beck, unito alla voce struggente del singer, confezionano un pezzo che credo rimarrà impresso immediatamente. Arrangiamenti curati ma non ridondanti completano una trama in fondo semplice ma di sicuro effetto, cui un puntuale inserto di chitarra dona il climax.

Chiude la breve Exit Song che riprende da dove tutto era cominciato; sulle solite onde radio un arpeggio di chitarra acustica accompagna la voce calda di John Mitchell che si congeda.

Questa formazione degli It Bites mi pare rigenerata; l’album, pur non essendo memorabile, risulta fresco e interessante. Di sicuro merita attenzione, quanto meno da parte dei numerosi appassionati del progressive.

Max

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