Peter Hammill Consequences 2012

Pubblicato: maggio 2, 2012 in Recensioni Uscite 2012
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Urgenza. Se esiste una parola con la quale provare a condensare il messaggio e la discografia di Peter Hammilquesta è a mio parere la più appropriata. Posto che vuole essere solo un paradosso poichè non è nemmeno pensabile riuscire a racchiudere in una parola più di 40 anni di carriera musicale, il termine “urgenza” riesce a trasmettere tutta la disperazione, la necessità, il tormento che da sempre pervadono il grande musicista londinese. Se con i Van der Graaf Generator questa peculiarità da sempre ne è stata un segnale distintivo, nella lunga (e quasi infinita ormai) discografia solista è divenuta la traiettoria principale e imprescindibile. Anche  nei testi dei VDGG gli elementi di una riflessione a 360 gradi sull’esistenza umana, sui suoi limiti e le contraddizioni erano presenti ma accompagnati spesso da componenti fantastiche; come solista invece Hammill ha continuato a scavare, mai domo, tra quelle che sono le prerogative esistenziali dell’ uomo. Come un ricercatore instancabile ha perseverato a mettere a nudo le fragilità, le incertezze, gli errori, le manchevolezze di ognuno di noi, avendo sempre il coraggio di guardare il mostro in faccia, declinando con coerenza paure e angosce.

Per portare avanti questa opera di spiegazione e comprensione allo stesso tempo si è avvalso della sua splendida scrittura e, sopratutto, della sua voce inconfondibile, dotata di capacità interpretative fuori del comune che si sublimano nei live set.

Disponendo di notevole estensione vocale è in grado di essere corrosivo, ironico, ambiguo, disperato, malinconico, delirante. Ogni stato d’animo, ogni anfratto tra i sentimenti, anche il più recondito, viene messo a nudo dalla sua voce in modo coinvolgente ed avvolgente; ogni brano da lui scritto e cantato riesce a trasmettere esattamente il messaggio emozionale contenuto, facendolo arrivare  direttamente alla pancia e alla mente. Pochi artisti hanno saputo mantenere nel tempo tutte queste qualità; anche a dispetto dell’età non più verdissima il bardo di Ealing ci è riuscito.

Consequences è l’ultimo album solista di una serie impressionante, siamo arrivati al trentacinquesimo capitolo senza considerare i live. Non tutti gli episodi sono risultati gemme splendenti, ovviamente c’è stato anche qualche mezzo passo falso (Thin Air ad esempio mi era parso al di sotto) ma in ogni caso lo spessore è rimasto comunque degno di nota. Come nelle ultime occasioni Hammill ha optato per una soluzione da one man band: suona lui infatti tutti gli strumenti, canta e cura la produzione di un disco che senza dubbio mostra un peso specifico non indifferente.

Presentato da un art-work minimale si compone di dieci brani dei quali il primo, Eat My Words, Bite My Tongue rimane forse il passaggio meno decisivo, ove si eccettui per il testo teso a significare quanta importanza abbia il linguaggio e l’uso distorto che spesso se ne possa fare, con tutte le eventuali…consequences.

In parte il concetto viene ribadito con la successiva That Wasn’t What I Said ma questa volta il pathos sale notevolmente, sia per il cantato sofferto di Hammill che per l’atmosfera cupa e quasi maligna suscitata dalla musica. Vocalmente si possono assaporare tutte le tonalità che Peter è in grado di raggiungere, arrivando nei cori sino ad un falsetto incredibile per un uomo.

Con pochi accordi di chitarra si apre Constantly Overheard che immediatamente rimanda alle gloriose produzione dei ’70; pare quasi che il timbro del musicista sia rimasto inalterato nonostante i suoi 64 anni. Grande emozione e calore suscitate dalla commistione tra le parti di organo e la chitarra.

New Pen-Pal incede lenta e ciondolante, quasi come una spirale; come di abitudine PH alterna tonalità dark, drammatiche ad altre molto alte, esasperate. I suoni risultano ridotti al minimo, pur tuttavia in un arrangiamento così scarno il quadro sonoro pare come pieno.

Tipico esempio della potente drammaticità di Hammill è contenuto in Close to Me, manifesto vero e proprio della classe e dell’immediatezza emotiva di questo musicista, che accompagnato dal piano recita al meglio del suo repertorio vocale.

All the Tiredness è un colpo secco che non lascia scampo, di una tristezza infinita, cadenzato da alcuni spigolosi e riverberati accordi di chitarra. All’ interno del pezzo pure una parte nella quale in pratica Hammill quasi recita, sullo sfondo pochi suoni carichi di effetti. Forse è il brano più difficile da digerire.

Perfect Pose con i suoi sette minuti è la traccia più lunga. Un affresco sonoro nel quale il musicista dipana la sua tela impossibile fatta di rabbia e disperazione, vocabolo che riguardo la sua opera e le sue liriche non è mai abusato.  Perdurano arrangiamenti ridotti all’essenziale, principalmente basati su piano e chitarra. Molto intenso.

Arriva anche la chicca, quel qualcosa in più che può fare di un buon disco…un ottimo disco. Scissors, impregnata di nostalgia e solitudine, dopo una partenza soft sconfina, grazie ad accordi anarchici di chitarra, in ambiente psichedelico diventando un brano acid a tutti gli effetti.

Bravest Face è una bellissima ballad nella quale, nuovamente accompagnato dal piano, crea un’atmosfera d’antan al livello delle migliori produzioni. Un intero mondo musicale riesce a restare compreso in poco meno di cinque minuti.

A Run of Luck cala il sipario sul disco con tutta la drammaticità ed intensità della quale è capace l’autore, un “madrigale” di grande tenerezza ed inquietudine.

Credo di poter dire che era da qualche anno che Peter Hammill non sfornava un album così valido; solo, senza nessuno dei VDGG, tesse un tappeto musicale tra i più intimisti e convinti, degno di illustri predecessori. Non ci sono cromatismi abbaglianti nè cura maniacale dei suoni ma tanta poesia.

Max

commenti
  1. Michele Porro scrive:

    Grande analisi del disco……………………………….bravo Max!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

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