Santana Shape Shifter 2012

Pubblicato: maggio 13, 2012 in Recensioni Uscite 2012
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Non saranno più i tempi di Abraxas o Caravanserai, non ci sono più in formazione personaggi come  Michael Shrieve, Tom Coster, Josè  “Chepito” Areas,  non è più presente la magia tellurica di quegli anni ma Shape Shifter è un buon disco ! Finalmente, aggiungerei, perchè la produzione del mitico chitarrista messicano negli ultimi quindici anni si era andata caratterizzando verso una linea pop-melodica in “salsa” che non mi aveva mai conquistato. Album infarciti di collaborazioni prestigiose, principalmente vocali, che purtroppo avevano il difetto di essere stati pensati ed eseguiti quasi con lo stampo; il successo commerciale era arrivato sostanzioso ma la qualità del sound, per un musicista di questo calibro, era scesa ai minimi storici.

Sorprende in positivo invece la nuova uscita, attribuita a Santana intesa in questo caso come band; se escludiamo l’album di cover Guitar Heaven (2010), era dal 2005 con All That I Am che il gruppo non firmava un nuovo Cd. Il progetto è stato dedicato da Carlos Santana ai nativi d’America e comunque esteso a quelli di tutto il mondo; secondo recenti interviste rilasciate dovrebbe essere il primo tassello di una trilogia con la quale spero voglia recuperare , almeno in parte, quella fantasia e quelle sonorità che più gli appartengono e che per anni lo hanno posto ai vertici tra i virtuosi dello strumento.

Le note lunghe che paiono non avere fine emesse dalla sua Paul Reed Smith, un alone di spiritualità che ne permea la musica, la connessione in una sorta di meticciato sonoro tra ritmi e suoni dell’ America Latina ed il rock. Questo e molto altro hanno da sempre caratterizzato Carlos e la sua band; in Shape Shifter, dopo anni di canzoni pop, si riscoprono almeno in parte i valori originari. Sottolineo in parte, anche perchè viviamo un’ ‘epoca diversa e il buon chitarrista sciamano veleggia sereno verso i 65 anni; ma è comunque un recupero gradito e a sorpresa.

Il disco è composto da tredici tracce delle quali soltanto una, Eres La Luz, ricalca il modello delle ultime uscite più easy. Per il resto brani strumentali nei quali Santana si disimpegna con lunghi assoli e che vedono comunque in azione il gruppo. Certo, manca il furore dei primi album ma quella ormai è una stagione irripetibile; ci sono alti e bassi ma il riaffacciarsi di antiche sonorità, pur se non in tutto il disco, va salutato comunque come un successo. Alcuni dei brani sono stati scritti vari anni fa e accantonati in attesa che venisse il loro momento.

L’attuale line-up, come al solito nutritissima, prevede tra gli altri il talentuoso batterista Dennis Chambers, Karl Perazzo e Raul Rekow alle percussioni, Benny Rietveld al basso, Chester Thompson alle tastiere ed una folta sezione fiati. Tutti musicisti comunque provenienti dall’area fusion, rock-jazz.

Quanto ai brani in dettaglio si può dire che, tralasciando la sopracitata Eres La Luz, la maggior parte di essi si rivelano interessanti e di sostanza. A cominciare dalla title track nella quale Carlos Santana si divide tra la semi-acustica e l’elettrica; un inno ai nativi, ai pellerossa d’ America, aperto da lontani echi tribali e che lentamente si dispiega sempre più deciso, con la chitarra elettrica che diventa graffiante e velenosa, inarrestabile. Consueto e splendido tappeto ritmico allestito da batteria, congas, bongos, timbales e quant’altro sul quale, immancabile, fa la sua comparsa il mitico Hammond dei Santana. Grande inizio !

Dom purtroppo frustra l’ottima partenza essendo un pezzo un pò in ombra, uno di quei brani scritti in serie ultimamente dal chitarrista. A parziale sollievo il fatto che sia strumentale, una parte cantata credo lo avrebbe affossato definitivamente. Da evidenziare un paio di ricami della PRS.

Dopo il mezzo passo falso però si riparte bene con Nomad in cui si ritrova anche un pò di quella aggressività dei tempi andati. Carlos comincia davvero a sciorinare il suo repertorio e la band tiene il passo, costruendogli intorno un robusto muro sonoro. Le note, come da copione, tendono a dilatarsi; con un sapiente uso del sustain si riaccende il sacro fuoco, mentre Chambers dietro le pelli rulla freneticamente. Brano graffiante.

Metatron è una traccia breve nella quale la chitarra del vecchio “Devadip” ancora riesce a incantare tenendo la scena; in pratica un solo di due minuti e mezzo con tanto wha-wha su una base ballad cucita dal gruppo.

Con la collaborazione dell’ ottimo piano di C.Thompson (co-autore), sinuosa e suadente, si sviluppa Angelica Faith, vero e proprio “lento” dei tempi andati. Un arrangiamento curatissimo fa da cornice agli squilli languidi della chitarra, una grandissima prova dell’uomo di Jalisco che si può inserire nel filone di Samba Pa Ti ed Europa.

Dello stello livello la successiva Never The Same Again, altra ballad strumentale leggermente più mossa della precedente ma di sicura presa. Il tempo è moderatamente più variato e sostenuto, gli arabeschi della sei corde infiniti.

Completa un magico trittico In the Light of a New Day, altro episodio nel quale ascolto un chitarrista ispirato e deciso a riprendere il filo musicale interrotto oramai troppo tempo fa. Culmina così la prima parte del Cd che è quella che più mi ha convinto.

La breve ma intensa Spark of the Divine funge quasi da intro per Macumba in Budapest, tipica jam percussiva da sempre al centro della loro produzione; congas, piano e fiati esplodono il groove latino che è matrice fondante del Santana’s sound.

Mr. Szabo è un omaggio al chitarrista jazz magiaro Gabor Szabo, autore di quella incredibile “Gypsy Queen” presente su Abraxas (1970).

Eres la Luz come detto è l’unico brano cantato a due voci, in spagnolo e in inglese. Lo trovo francamente fuori contesto, retaggio dei tempi di Supernatural e successivi.

A terminare due brani scritti in collaborazione con il figlio Salvador che suona anche il piano. L’ottima Canela, altro pezzo in bilico tra la ballad e un andamento più vivace, nella quale risalta anche la parte di piano, delicata e puntuale. Niente a che vedere (purtroppo) con Flor de Canela contenuta in Borboletta ma comunque episodio da gustare.

Ah, Sweet Dancer offre di nuovo spazio al piano di Salvador che si alterna alle note sporche della chitarra paterna, una chiusa meditativa e di ambiente, molto azzeccata.

Non si può parlare ancora di ritorno alle origini anche perchè in effetti l’album, logo sulla cover a parte, mostra in effetti la band al servizio del chitarrista. Ci sono però molti capitoli stimolanti e ben riusciti, dunque Shape Shifter potrebbe rappresentare un ponte con il passato. Aspettando ulteriori conferme, godiamoci quest’ ultima release, decisamente la migliore da molti anni a questa parte.

Max

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commenti
  1. alessandro bove ha detto:

    L’artista in questione è stato in grado di scrivere pezzi come Europa,Samba Pati,Moonflower..Capolavori della chitarra,e tutto quello che viene dopo ovviamente sembra insufficiente.Ma nessuno può avere successo o genialità per 40 anni! Non esiste artista nella storia in tal senso!ovvio che si tende o a ripetersi o rimanere privi di idee.Io trovo che Carlos si è sempre messo in gioco,in carriera sperimentando molto.L’unico neo l’ ho trovato in qualche album forzato commercialmente,vedi un pò Shaman e All that i am,che erano troppo sulla scia di Supernatural.Guitar Heaven ci può stare,un solo album di cover in tutta la carriera.. quest’ultimo.lo trovo un bel cd d’ascolto,con sonorità sue tipiche e inimitabili,che sfumano dal rock al blues latino,fatto con gusto,azzeccato nell intento di ispirarsi ai nativi Indiani e arrangiato perfettamente..trovatemi un chitarrista 67 enne in forma e ispirato cosi!!

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