Metabolizzata (?) oramai la separazione dallo storico chitarrista Jani Liimatainen, a distanza di tre anni dal discusso The Days of  Grays  si ripropongono i Sonata Arctica che rilasciano Stones Grow Her Name, sempre su etichetta Nuclear Blast. Se il precedente episodio mi aveva lasciato piuttosto perplesso quest’ ultimo, il settimo della discografia della band finnica, segna a mio avviso un’ ulteriore conferma che purtroppo la vena compositiva di Tony Kakko si è inaridita. Dopo il fortunato passaggio di Reckoning Night, credo l’apice dei SA, è cominciata una lenta parabola discendente; dapprima accennata (Unia) e poi sempre più rapida sino ad arrivare ad oggi. Sono state recuperate quasi totalmente le sonorità care al power metal ma purtroppo mi pare sia venuta a mancare in buona parte la fantasia. La dipartita del rosso Liimatainen in realtà ha inciso non poco nell’esecuzione dei brani; la composizione rimane affidata totalmente al singer con l’occasionale collaborazione del tastierista Henrik Klingenberg, il cui ruolo è stato comunque ridimensionato. Manca quel “respiro” maggiore che c’era in passato, gli stessi riff chitarristici  di Elias Viljanen mordono poco e la struttura dei brani spesso è troppo “catchy”, sottolineata da refrain al limite del banale, quasi fastidioso.

Di contro va evidenziata la bella prova vocale di Kakko (anche alle tastiere) che conferma di possedere doti non indifferenti. Per il resto ogni musicista esegue il compito ma la sensazione è proprio questa, più di li non si va. Oltre ai musicisti citati, dietro le pelli Tommy Portimo compie il suo onesto lavoro, assecondato al basso da Marko Paasikoski. Ascoltando ripetutamente l’album ho la netta impressione di una band piuttosto fiacca e quasi al sevizio del cantante; così facendo si viene a perdere notevole spinta propulsiva.

Un plot composto da undici tracce del quale, volendo individuare il meglio, trovo decisamente più attraente la seconda metà. Spero i fans del gruppo non me ne vogliano ma tra i primi cinque brani fatico a trovarne uno almeno apprezzabile.

L’intro Only the Broken Hearts (Make You Beautiful) già dal titolo è una garanzia…Refrain incredibilmente scontato dall’inizio alla fine, esempio di un power metal ormai trito, manca proprio di freschezza proponendo riff stanchi. Azzardo un raffronto con Europe e/o Bon Jovi e credo di avere detto tutto.

In un inizio un pò deprimente Shitload of Money ha se non altro il merito di spingere un pò  di più sull’acceleratore; niente di trascendentale ma Tony Kakko canta con impeto e la band pare avere un sussulto di vitalità. La trama del pezzo è più mossa e variegata, la ritmica finalmente si fa “sentire” e anche la sei corde di Viljanen crea qualcosa di interessante.

Losing My Insanity purtroppo replica quella sensazione alla “Europe”, con dei cori poco gradevoli a sostenere il cantato del singer. Poco possono purtroppo stacchi e numeri chitarristici, resi vani da un tessuto musicale totalmente prevedibile.

Un riff di chitarra molto duro introduce Somewhere Close to You ma si tratta di un fuoco di paglia o quasi. L’aspetto melodico del brano diverge troppo dalla chitarra e questo nonostante, nuovamente, il singer si prodighi oltre misura. Se non altro l’andamento è molto più sostenuto, rendendo il brano per lo meno robusto.

La successiva I Have a Right rappresenta a mio parere il punto più basso del disco; prevedibile e “già sentita” per tutta la sua durata.

Alone in Heaven con un Kakko molto ispirato apre la seconda metà del lavoro; il combo finlandese finalmente si riscatta con una power ballad nella quale non può mancare un solo di chitarra a enfatizzarla maggiormente. Di nuovo, il lato melodico zoppica qua e la, ma almeno c’è maggiore intensità.

A ruota arriva The Day che riesce ad elevare il livello fin qui raggiunto dal disco. Si affacciano tenui riverberi prog che hanno il merito di corroborare la musica dei Sonata Arctica, infondendole una maggiore profondità e spessore. Ottima l’interpretazione di Kakko che sfoggia il meglio delle sue capacità.

Il suono di un banjo apre Cindlerbox , doppiato poi da un violino. Siamo di nuovo caduti giù, verso un power metal un pò stantio e datato, benchè l’arrangiamento sia quanto meno alternativo. La chitarra esplode note lancinanti in un solo piuttosto scolastico.

Don’t Be Mean ha la forza di cancellare il passo falso precedente; bella ballad interpretata da Kakko con il cuore in mano, su una delicata trama creata da piano, chitarra acustica e violino. Solo a formare la cornice basso e batteria.

Con una durata complessiva di quasi sedici minuti la minisuite orchestrata e divisa in due parti, Wildfire, completa il lavoro. One With the Mountain, la prima sezione, risulta alla resa dei conti un pò sbilenca. Se ha il merito di vestire i panni del brano sin qui più composito ed articolato da però l’impressione di sbattere a destra e a sinistra. Un crogiuolo di idee e buone intenzioni cui probabilmente la band non è riuscita a dare un volto definito. Può contare su buoni passaggi ma, ripeto, pare mancare di un filo conduttore preciso.

Va decisamente meglio con la seconda parte, sottotitolata Wildfire Town, Population :0. Partenza a razzo o quasi, in stile prog- metal, determinata da un tempo serratissimo impresso dalla batteria e dal basso. Ancora una volta devo sottolineare le qualità del cantante, mentre finalmente anche le tastiere di Klingenberg trovano l’affermazione che meritano, contribuendo a costruire il mood del brano. Bello ed efficace anche l’ingresso degli archi verso la metà della traccia che rimane, a mio avviso, la meglio riuscita del lotto.

Dispiace dover dire che in definitiva l’album mi ha abbastanza deluso, nonostante qualche sprazzo di luce disseminato lungo il cammino. Parafrasando quel vecchio detto, con Stones Grow Her Name siamo al secondo indizio; auguriamoci una prossima riscossa, cosicchè non diventino una prova.

Max

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