Joe Bonamassa Driving Towards the Daylight 2012

Pubblicato: maggio 19, 2012 in Recensioni Uscite 2012
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Talvolta le apparenze ingannano. Guardando la copertina di Driving Towards the Daylight, fresca uscita di Joe Bonamassa,  certo non ne puoi rimanere incantato. Si può fare di meglio, per usare un eufemismo. Poi ascolti la musica e magicamente cambia tutto; per chi si diletta di rock-blues questo è un album imperdibile, da avere assolutamente. Giunto ormai al decimo titolo della discografia solista, il trentacinquenne chitarrista newyorkese sforna un album splendido per gli amanti del genere ma che credo non stenterà a farsi apprezzare da tutti gli amanti della buona musica. Nonostante i pressanti impegni con l’attuale band (Black Country Communion) e le recenti collaborazioni con Don Airey, Derek Sherinian, Leslie West e persino Europe, ha trovato modo di dare alla luce un ottimo disco, nel quale come al solito riesce a coniugare l’enorme talento, la tecnica sopraffina ad una buona capacità compositiva e interpretativa, legandole insieme con una notevole dose di gusto.

Degli undici brani che costituiscono il disco solo tre sono stati scritti da Bonamassa; gli altri otto sono pezzi di grandi del passato, stupendamente coverizzati. Si va da Willie Dixon a Robert Johnson, da Bill Whiters a Bernie Marsden, passando per…Tom Waits.

La band che lo accompagna vede alcuni membri oramai rodati come l’ottimo bassista Carmine Rojas (un passato con David Bowie, Rod Stewart e molti altri), il batterista sud-africano Anton Fig e nuovi innesti tra i quali spiccano la chitarra ritmica degli Aerosmith di Brad Whitford e i fiati di Jeff Bova. Un cast di prim’ordine, a sua volta integrato da altri musicisti, che riesce a dare vita ad un lavoro che si ascolta tutto d’un fiato, senza pause; poi c’è lui, Joe, uno dei pochi chitarristi di alto lignaggio in grado di rilasciare dischi a proprio nome sempre di buon livello. Non cerca numeri ad effetto, non ha bisogno di stupire, perchè tutto ciò che suona viene naturale, pure quando esegue passaggi difficili; il rock blues viene dall’anima, dal cuore ed è li che deve arrivare. Non c’è molto di razionale, di pensato; anche la produzione del “solito” Kevin Shirley (Eclipse dei Journey, Black Country Communion, Final Frontier degli Iron Maiden) risulta efficace, con un calibrato bilanciamento dei suoni senza necessità di troppi e ridondanti “ritocchi”.

Si comincia con una traccia scritta dal chitarrista, Dislocated Boy, ed è una buona partenza. La voce graffiante e calda allo stesso tempo di Joe guida l’andamento lento, quasi “roots” di  un rock- blues nel quale la sua chitarra inizia a deliziare i timpani dell’ascoltatore con misura, senza eccessiva veemenza ma con decisione, per un sound non lontano da quello di S.R. Vaughan.

Stones in My Passway è rifacimento di un vecchio classico di Robert Johnson; il suono naturalmente si indurisce nella versione attuale, pur mantenendo quella imprescindibile patina vintage. Pregevole rilettura di un classico blues del delta.

La title track è una rock ballad, calda e sensuale, cantata e scritta con il cuore in mano da un Bonamassa ispiratissimo. Passaggio tipico del chitarrista che nel finale sfuma con dolci accordi di piano. Singolo estratto dal Cd.

Who’s Been Talking, è un altro standard, questa volta  dell’enorme (in tutti i sensi) Howlin’ Wolf. Il vocione del lupo introduce il brano, poi  la chitarra di Joe imprime un andatura rock ad un pezzo in cui la ritmica sposa interamente la causa, lenta, del blues.

Una delle due perle contenute nell’album è sicuramente I Got All You Need, scritta da Willie Dixon e suonata dalla band in modo magistrale, con un tiro pazzesco. Sincopata, in grado di fare alzare dalla sedia chiunque; breve, tre minuti, ma è una fucilata. Grande prova del basso e dell’Hammond che trainano letteralmente il pezzo, nel quale il chitarrista ricama con gusto e abilità.

Un’ intro strappalacrime inaugura A Place in My Heart, altra magnifica ballatona rock blues scritta da Bernie Marsden, già chitarrista dei Whitesnake. Splendida esecuzione alla sei corde e altrettanto notevole l’interpretazione vocale, mentre la band asseconda alla perfezione con i fiati di Jeff Bova in evidenza.

Lonely Town, Lonely Street di Bill Whiters (1972) è brano sicuramente di stampo più hard; la trama ritmica si inspessisce e fa più variata con la batteria in primo piano, il sound di Bonamassa acquisisce “cattiveria” ed anche il canto è reso più grintoso e duro. Ottimo il lavoro di “doppiaggio” della chitarra ritmica di Whitford, mentre il pezzo si dilata per un solo acido di Bonamassa.

Terza e ultima traccia scritta e composta dall’autore, Heavenly Soul è un rock diretto e immediato, segnato da una venatura triste nel cantato. Piacevole, pur non essendo un capolavoro, paga una durata forse eccessiva e una certa ripetitività. Provvidenziale giunge nella parte conclusiva un bellissimo solo del chitarrista.

A sorpresa giunge la cover di New Coat of Paint di Tom Waits (1974). Aperta da un’ intro di chitarra al fulmicotone e sarà proprio la chitarra a sostituire la parte guida che fu del piano nella versione originale. Rimane quel mood sospeso tra blues e jazz ma il sound ovviamente viene incattivito.

C’è anche un richiamo (rivisitato) al country con Somewhere Trouble Don’t Go di Buddy Miller. Di nuovo, pur partendo dalla base originale, la cura-Bonamassa trasforma la ballata in un pezzo decisamente più hard. Il risultato è accettabile e gradevole ma forse non è il genere di musica che più si presta al suono del chitarrista.

Finale col botto: Too Much Ain’t Enough Love, scritta e qui anche interpretata da Jimmy Barnes. Vecchio hit del 1987, mostra ancora il singer australiano in grande forma e un JB in grado di stupire, capace di soli melodici e bollenti mai prevedibili nè scontati. Ottima prova di tutta la band, con un suono americano al cento per cento ma, ripeto, qui c’è tutto Joe Bonamassa.

Un ritorno alle origini questo, un tuffo nel rock-blues teso a interpretare una musica cui il chitarrista sente di appartenere e che sa interpretare con l’anima. Giusto un paio di episodi minori (comunque sufficienti) non possono inficiare quanto di buono si può ascoltare su questo album. Consigliato.

Max

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