Con colpevole ritardo mi sono reso conto di avere perso per strada un ottimo album, il nuovo Sceneries dei tedeschi Sylvan. Autori di un prog sinfonico che lascia ampio spazio a parti di chitarra e alla voce interessante di Marco Gluhmann, tornano in pista a tre anni di distanza dal predecessore, quel Force of Gravity che a dire il vero conteneva alcune venature pop frammiste al sound consueto della band. Nel disco, doppio, sono contenuti vari soli della chitarra di Jan Petersen che finalmente pare essersi assestato al meglio nel gruppo, sublimando la partenza di Kay Sohl, uno dei membri fondatori.

Tornati appieno al sound più familiare che rimanda di getto a Genesis e Marillion, confermano nelle partiture della sei corde anche David Gilmour come fonte di ispirazione. Sicuramente i Sylvan sino ad adesso sono rimasti in un ambito piuttosto ristretto, se non sono una band di nicchia poco ci manca e questo è un vero peccato perchè, pur non inventando niente di nuovo o strabiliante, suonano veramente bene, riuscendo a trasmettere emozioni. 

Oltre ai citati Gluhmann e Petersen compaiono Volker Sohl alle tastiere, Sebastian Harnack al basso e Matthias Harder alla batteria. Il combo tedesco è stato sempre molto stabile, stessa formazione ove si eccettui la defezione del chitarrista Kay Sohl. Dopo il quasi deragliamento di Presets ed il parziale recupero con Force of Gravity ecco di nuovo le sonorità più propriamente Sylvan.

Album sicuramente indicato agli amanti dell corrente sinfonica del prog, presenta una durata notevole ma, qualità rara, ha il pregio di non stancare. In effetti sono davvero ridotte al minimo le parti meno coinvolgenti, tutto il plot scorre bene senza segnare particolari momenti di stanca. Va evidenziata anche la particolarità del progetto, composto in sostanza da cinque veri e propri capitoli. Il primo Cd ne propone tre, mentre il secondo è composto di due. Le suite sono splittate in più parti, una scelta non del tutto comprensibile perchè ne mina la continuità e limita l’impatto dell’insieme.

Il primo disco si apre con The Fountain of Glow (divisa in 3 parti), brano molto di atmosfera nella prima splendida parte, con un solo di chitarra da brividi e di nuovo nella terza e ultima, mettendo in risalto anche la qualità dell’interpretazione vocale del singer. La fase centrale musicalmente invece è più a sé stante, incentrata sul cantato e sul lavoro delle tastiere, tranne un solo finale di Petersen che funge da ponte per l’ultima frazione.

Share the World With Me (4 parti) comincia con una prima fase breve e melodica, transita da un secondo passaggio segnato da dolcissimi ed intensi accordi di piano doppiati da tastiere e una chitarra struggente, torna a ritroso con la chitarra acustica e la voce altissima di Gluhmann nel terzo episodio per poi esplodere letteralmente nell’ultimo quarto, dove lirismo e romanticismo la fanno da padrone, con evidentissimi richiami ai Marillion. Tripudio della chitarra di Jan Petersen.

The Words You Hide, anch’essa in quattro parti, completa il primo Cd. Epico e sospeso il primo episodio, tra tonalità calde e appassionate; un pò interlocutorio e vagamente pop il secondo, una parziale reprise dell’iniziale nel terzo e l’ apice finale, dove in qualche frangente sembra di ascoltare la voce di Hogarth con maggiore potenza.

Il secondo Cd prende il via con The Waters I Traveled composta di quattro “movimenti”: mosso e d’impatto il primo, intimo e riflessivo il secondo incentrato sulla voce del cantante, disperato e profondo il terzo con cambi di ritmo e variazioni, corale e quasi mistico l’ultimo.

La suite conclusiva è Farewell To Old Friends, anche in questo caso divisa in quattro segmenti. Una breve introduzione acustica conduce verso un pezzo dai toni a tratti psichedelici che successivamente assume i connotati della prog-ballad; lo spessore della traccia va man mano aumentando grazie a un variato e proficuo lavoro della batteria e del basso mentre inserimenti di chitarra rendono quasi minaccioso il mood. E sarà proprio la chitarra la grande protagonista dell’ultimo atto, un finale al calor bianco nel quale tutte le prerogative della band, nessuna esclusa, salgono al proscenio. Un solo maestoso chiude dunque l’album.

La scomposizione delle suite rende difficile scrivere una recensione scorrevole, troppi momenti da descrivere e legare tra loro; decisamente meglio ascoltare direttamente quello che per me è davvero un buon disco di new-prog. Forse si sarebbe potuto sintetizzare in qualche minuto in meno ma, detto questo, gli elementi per ritenerlo sopra la media ci sono davvero tutti.

Max

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