Before The Dawn Rise of the Phoenix 2012

Pubblicato: maggio 25, 2012 in Recensioni Uscite 2012
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Tempo fa a proposito dei Before The Dawn avevo letto una definizione un pò denigratoria, che li voleva additati come i “parenti poveri” degli Amorphis; stesso paese di provenienza (Finlandia), stesso ambito musicale (gothic death metal), sonorità molto vicine e similari, medesima etichetta discografica (Nuclear Blast). Inoltre i BTD sono emersi diversi anni dopo i più illustri connazionali e dunque tutto può far pensare ad una band clone; se molte di queste osservazioni corrispondono alla realtà c’è però da osservare come il gruppo di Tuomas Saukkonen abbia intrapreso un percorso musicale esattamente inverso a quello degli Amorphis.

Mentre questi hanno cominciato la loro carriera con un sound molto duro e il cantato in growl, a sottolinearne la potenza, per ripiegare successivamente su un lido più melodic death metal e la voce clean, i Before The Dawn hanno percorso esattamente il cammino contrario. Già l’anno scorso l’uscita di Deathstar Rising presentava un suono molto aggressivo; oggi la nuova release, settima della serie, intitolata Rise of the Phoenix, esprime se possibile ancor più vigore. Un album che diventa a tutti gli effetti una sorta di attacco frontale, senza tralasciare completamente però una dose essenziale di spunti melodici che servono anzi a ravvivare e variare il lavoro intero.

Fermi restando il band leader Saukkonen (voce, chitarra ritmica e acustica, tastiere) e il chitarrista Juho Raiha è mutata completamente la sezione ritmica e questa potrebbe essere una spiegazione del fatto che il suono dei finnici sia divenuto ancor più possente. Alla batteria infatti troviamo Joonas Kauppinen mentre al basso evoluisce Pyry Hanski.

Album estremamente breve per gli standard odierni, una quarantina di minuti, vede come tradizione il calvo Saukkonen curarne anche la produzione, mentre il lavoro al mixer è nuovamente affidato al compare Raiha.

Il plot si presenta secondo tradizione, con una bella e breve intro acustica (Exordium) che niente fa presagire di quel che segue.

Pitch-Black Universe comincia a snocciolare immediatamente quello che è il repertorio della band:  voce growl di Saukkonen in primo piano, riff melodici della chitarra di Raiha, ritmica che pulsa all’impazzata, senza un attimo di respiro. Partenza sparata per un andamento che, grosso modo, si manterrà tale per tutto il disco.

Blast beat della batteria a volontà  nella successiva Phoenix Rising che contiene anche uno dei riff di chitarra più belli dell’album. Di grande atmosfera la chiusura del piano.

Aumenta il tiro con Cross to Bear nella quale il growl del frontman spadroneggia, incalzato da una ritmica furibonda e dalle consueti parti di chitarra molto limpide, scintillanti.

E’ di nuovo un arpeggio di chitarra acustica a introdurre Throne of Ice, il brano più lungo e forse più incisivo. Gustoso l’ingresso dell’elettrica a sovrapporsi sull’acustica per poi lasciare andare una raffica di batteria e basso, con la quale il brano prende il largo. La velocità di esecuzione è impressionante, a rappresentare una vera e propria aggressione musicale proveniente dal lontano Nord. Alla chitarra di Raiha il compito di mantentere, con i suoi giri melodic, il contrasto alla base del genere.

Perfect Storm, un nome – una garanzia. Viene riservato maggiore spazio alle fughe della chitarra, che disegna immagini su di una tela oscura e implacabile, ordita dalla ritmica e dalla voce in growl di un ottimo Saukkonen.

Con Fallen World forse si esaurisce il meglio di quanto proposto da Rise of the Phoenix. Grande impatto del pezzo che, pur non discostandosi molto da quanto già sentito, fa presa per il suo riff granitico e diretto, che non lascia scampo.

Eclipse ha una gran forza, è “cattiva” al punto giusto ma pecca di ripetitività. Ciònonostante resta una traccia godibile e che non passa inosservata, grazie anche ad un gran lavoro della sei corde.

A chiudere il cerchio Closure che grazie all’acustica del singer si va in qualche modo a riallacciare all’ intro da cui eravamo partiti. Brano suadente, giocato con arpeggi sui quali, improvvisamente, irrompono la chitarra elettrica e la ritmica, costruendo un’ atmosfera epica e melodica.

Un disco molto immediato e di facile assimilazione, che con ogni probabilià poco di nuovo aggiunge in quello che è l’ ambito di competenza. Trovo ingeneroso (anche se inevitabile) il paragone con gli Amorphis che, a mio modo di vedere, rimangono di un’altra categoria, insediati ai vertici. Non ci sono grandi idee nè trovate particolari ma comunque i BTD e questo lavoro meritano rispetto e un ascolto.

Max

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