Ultravox Brilliant 2012

Pubblicato: giugno 1, 2012 in Recensioni Uscite 2012
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A diciotto anni dall’ultimo album (Ingenuity) e a ben ventisei dal capitolo conclusivo dell’era Midge Ure (U-Vox) tornano gli Ultravox, una delle migliori band esponenti della new wave a cavallo tra i decenni settanta-ottanta. Il quartetto si ripresenta con l’assetto considerato storico e cioè la formazione migliore che ha inciso tra il 1980 (Vienna) e il 1984, anno dell’uscita di Lament.

E’ bene chiarire fin da subito che in questi casi, si veda quello recente dei Van Halen, buona parte della valutazione ruota inevitabilmente intorno a ciò che si aspetta ogni ascoltatore. A distanza di un lasso di tempo così lungo è arduo pensare che un gruppo si possa riproporre come niente fosse, suono e voci inalterate, il medesimo mood: il rischio di suonare datati è altissimo. D’altra parte tornare alla ribalta stravolgendo completamente i propri canoni, per i quali si è stati apprezzati, spesso può essere un salto nel buio molto rischioso, forse troppo. Ecco che quindi diventa molto difficile operare una scelta di questo tipo, a maggior ragione quando nel caso degli Ultravox si è depositari di un sound riferito ad un preciso periodo temporale, aggiungerei con un inizio e una fine.

Di conseguenza, se non è facile per i musicisti, non lo è neppure per gli appassionati che si trovano alle prese con un’operazione non proprio immediata, la quale richiede uno sforzo mentale per cercare di ascoltare in modo neutro, non inficiato da condizionamenti, la nuova proposta; è chiaro che alla fine, inevitabilmente, la disamina dovrà forzatamente fare riferimento anche a ciò che fu ma credo l’aspetto fondamentale sia che questo avvenga dopo l’ascolto, magari ripetuto; assolutamente non prima.

Se così non è il rischio di incontrare una delusione diventa seriamente elevato.

Esaurito questo lungo prologo veniamo finalmente a Brilliant, undicesimo tassello della discografia; nel 2009 un trionfale tour ha rilanciato le quotazioni del quartetto inglese ed in seguito, gradualmente, ha preso idea e forma questo nuovo Cd composto da dodici pezzi. Con” qualche” ruga in più e “qualche” capello in meno, il celebre combo si è riunito: Midge Ure (voce, chitarra, tastiere), Billy Currie (tastiere, violino), Chris Cross (basso, tastiere) e Warren Cann (batteria e batteria elettronica). Produce Stephen Lipson.  L’impianto sonoro è rimasto in sostanza immutato, pur se aggiornato nei dettagli; la scelta della band è stata a mio avviso abbastanza netta ed è ricaduta sulla prima soluzione di cui sopra, cioè quella di ripartire tendenzialmente da dove si era fermata. Nel dispiegarsi dell’album ho trovato moltissimi riferimenti al passato separati (volutamente ?) come in due categorie: una parte di brani più di atmosfera, cari al gruppo e agli appassionati, riconducibili ai tempi di Vienna e Rage in Eden. Un’ altra tipologia di songs, di più ampio respiro e coralità, che possono rimandare a Lament U-Vox. Si tratta quindi di una sintesi dei due volti musicali che da sempre hanno animato la band, un lato notturno più di atmosfera ed elettronico con un cantato intimo di Ure e un altro lato più esplosivo e solare, fatto di tracce più immediate ed aperte, se vogliamo più pop. Quale di questi sia più efficace è questione di gusti che competono ad ognuno; da parte mia posso dire che il “lato oscuro” mi ha convinto maggiormente e subito, sul resto ho qualche riserva e sicuramente dei distinguo da fare. Questo non necessariamente deve far scattare la vecchia dicotomia Ultravox vs. Midge Ure; semplicemente l’impressione che ne ricavo è che mentre in alcuni pezzi rilevo maggiore attualità, in molti altri emerge una sensazione d’ epoca, spesso non troppo brillante.

Live apre il disco ed è un tipico esempio di quanto appena esposto. Pezzo classico del gruppo inglese nel quale Ure mostra ancora un buon timbro e impatto vocale; il suono è saldamente ancorato al passato, pur con qualche necessario adeguamento. Tiro e forza non mancano, gira bene ma pare appartenere ad un’altra era.

Vanno meglio le cose con Flow, riuscita song in bilico tra le due anime del gruppo. I suoni sono ben calibrati, le parti ben distribuite e l’atmosfera che ne scaturisce è senza dubbio di quelle che più hanno fatto apprezzare la band.

La title track è anche il singolo estratto per promuovere il disco. Brilliant è realmente un salto temporale all’indietro, le sonorità delle tastiere sono pienamente anni ’80 e il refrain risulta a mio avviso piuttosto banale. Inferiore a Live che forse, come singolo, sarebbe stato più indovinato.

Le cose non migliorano con Change, volendo collocarla si può accostare al periodo U-Vox. Abbastanza piatta, monocorde, manca di anima; gradevole per un ascolto radiofonico ma di poca sostanza.

Rise riporta in alto le quotazioni del lavoro, un giusto mix di sonorità di allora ed attuali grazie all’ottimo lavoro delle tastiere di Billy Currie. Maggiore ispirazione e maggiore intensità confezionano alla fine una bella ballad elettronica.

Ancor più intima la successiva Remembering, condotta dal piano e dalle tastiere sui quali il canto di Midge, quasi accorato, regala emozioni e qualche brivido. Atmosfera scura, malinconica.

Hello probabilmente ha la funzione di rivitalizzare il plot dal torpore nostalgico delle due ultime tracce ma, a mio vedere, ci riesce solo formalmente. Il gruppo suona bene ma la consistenza del pezzo è quella che è, con una trama prevedibile.

Se c’è un brano che mi è piaciuto subito questo è One; grande prestazione degli Ultravox che riescono finalmente a sollecitare qualche brivido. Una ballad struggente nella quale Ure canta con grande pathos, supportato da una trama musicale costruita perfettamente sul suo timbro, con gusto ed equilibrio. Magari è solo una mia suggestione ma a tratti mi ricorda Macca.

Fall si mantiene su questa direttrice senza averne però la medesima personalità; il frontman canta con voce dolente, tutt’ intorno una cornice musicale minimale serve a mettere in risalto il cantato ma a conti fatti il brano stenta un pò.

Con Lie di nuovo torniamo verso tinte più solari, traccia più corale in pieno stile Ultravox. Anche questa volta la sensazione è duplice:  buon pezzo, dalla struttura interessante che contiene tra l’altro qualche discreto inserto di chitarra, purtroppo però non riesce a scrollarsi di dosso il velo di polvere che l’ammanta.

Satellite certifica il suono della band andando però a parare completamente sul versante pop; pezzo davvero troppo easy, caratterizzato da refrain morbido e prevedibile. Unica nota positiva è che consente di risentire bene in azione il violino di Billy Currie.

Buona chiusa invece è Contact, ballad d’ambiente, sinuosa e sussurrata nel cantato. Questo tipo di brani riesca ancora oggi a rivelarsi valido e aggiornato, non risentendo assolutamente dell’usura del tempo.

Raccontate le mie impressioni, mai come in questo caso è opportuno ascoltare e farsi una propria idea. Spesso è difficile conciliare il passato con il presente, l’ ambito musicale non fa eccezione. Sinceramente a tre anni dalla reunion credevo fosse lecito attendersi qualcosa di più, nel senso che pur condividendo la scelta di ripartire dal proprio background, non era mancato il tempo per provare ad inserire qualche elemento di novità e freschezza. Così non è stato, magari accadrà nel passo successivo; per ora qualche luce e molte ombre.

Max

commenti
  1. ALESSANDRO scrive:

    IN LINEA DI MASSIMA, IL COMMENTO PUO’ ANDARE BENE, MA E’ ARDUO RITORNARE IN BALLO DOPO COSI’ TANTO TEMPO. IL PERICOLO REALE E’ CHE COME FAI, FAI MALE.IL DISCO MI E’SEMBRATO BUONO, CON MOMENTI ECCELLENTI, DIFFICILI DA TROVARE NELLA MUSICA DI OGGI.MAX E’ STATO TROPPO SEVERO E CON UN PO’ DI PREGIUDIZI.
    LE DIFFICOLTA’ A CAMBIARE IL LORO SUONO ( VEDI UVOX) ERANO STATE PALESI ANCHE NEL PERIODO DI USCITA DEL SUDDETTO CD.
    TERMINANDO, CREDO CHE SIA UN CD PIACEVOLE DA ASCOLTARE, CON ALCUNI PEZZI CHE VERRANNO MOLTO BENE DAL VIVO. ASPETTARSI TROPPO DA QUESTE PERSONE ORMAI
    IN LA’ CON L’ETA E’ SBAGLIATO, DOBBIAMO PRENDERE IL BUONO CHE SCRIVONO E NON FARE PARAGONI CON QUELLO CHE HANNO FATTO, CHE ORMAI E’ UN PERIODO MORTO E SEPOLTO.
    ALEXI

  2. MASSIMO scrive:

    Credo anch’io che la recensione sia troppo severa. E’ un disco che piace di più ad ogni ascolto, e questa non è una dote da poco per la musica usa e getta di oggi… Sono invece d’accordo con Alessandro nel prendere il buono che c’è (e, secondo me, non è inaspettatamente poco) e non pensare al passato. Vienna o Rage in Eden restano gemme insuperabili di un periodo passato.

  3. Alessandro scrive:

    Io il disco l’ho ascoltato da cima a fondo. E devo dire che pur non raggiungendo i picchi del passato ( Vienna e Rage in Eden nel loro genere erano dei capolavori difficilmente eguagliabili ) hanno saputo confezionare un album onesto e molto giustamente old style. Io da fan degli Ultravox l’ho apprezzato molto e se fossi stato dall’altra parte della barricata avrei fatto lo stessa cosa pur di non rischiare l’oblio definitivo e a maggior ragione in un momento in cui i loro live riscuotono consensi. Il disco é comunque un lavoro dignitoso e il live contribuira’ sicuramente ad apprezzarlo, io li ho gia’ visti nel 1986 e vi garantisco che dal vivo sono un uragano. D’altronde quando hanno tentato soluzioni diverse da quelle cui eravamo abituati la critica li ha messi in croce, seppure non avesse tutti i torti.

  4. giacomo scrive:

    Concordo con quanto detto sopra. Da accanito fan, temevo molto questo disco, perché quando si sono fatti dei capolavori assoluti come Rage in Eden e Quartet e dei grandissimi album come Vienna e Lament, la possibilità di fare molto peggio è più che una possibilità. Poi il lungo tempo di assenza ha contribuito ad ammantare di un velo di mitica leggenda il gruppo, sai nella sua “classica” line up, che nella versione foxxiana.
    I primi ascolti del disco hanno confermato i miei timori: non vedevo lo stigma del capolavoro, di conseguenza non riuscivo neanche a distinguere se almeno fosse un buon lavoro o meno. Inoltre, non so perché, non riuscivo neanche a scrollarmi di dosso il paragone con quelli che a mio parere sono i loro eredi morali, ossia i Muse (non tanto per le sonorità e la strutturazione dei pezzi, ma per i timbri emozionali che le due band hanno in comune: epica, energia, senso del trascendente e del “misterioso”; nonché un melodismo di eccezionale caratura), e anche di fronte a lavori come The resistance, Blach holes, Absolution (e una buona metà di Origin of simmtry), questo Brilliant appare decisamente “minore”.
    Mi è sembrato un lavoro essenzialmente incompiuto, dove molte buone idee sono rimaste come sospese a metà, non sviluppate. Arrangiamenti spesso banali (ma quanto pianoforte inutile), pochi suoni originali (altro marchio di fabbrica dei vecchi Ultravox), poche variazioni sul tema, pochi cambi di velocità.
    Tuttavia, anche io devo dire che, ascolto dopo ascolto, ho smussato alcuni spunti critici. Resta la considerazione di base che poteva essere un lavoro condotto meglio, ma se lo paragono a quello che in media gira oggi (vedi anche i tanto acclamati Editors o Killers), questo Brilliant alla fine si alza di una spanna sulla media dei contemporanei. Certo, restano sempre un paio di pezzi di troppo (io salto regolarmente Hello e Fall), ma ditemi se Live, Remembering (qui siamo ai livelli di Your name), Lie, Change, Contact non sono delle ottime canzioni.
    Oserei sperare che se Ure e compagni avessere ancora un’altra possibilità, liberi dall’ansia di fare un disco per un “grande ritorno” forse sarebbero in grado di produrre qualche altra perla.

  5. luca scrive:

    Concordo con la recensione anche se di fatto l’album mi ha stregato, lo ascolto incessantemente!

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