Joe Walsh Analog Man 2012

Pubblicato: giugno 2, 2012 in Recensioni Uscite 2012
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Ci sono dei dischi destinati a passare non dico in silenzio ma comunque sotto traccia, vuoi perchè le mode sono cambiate, vuoi perchè l’appeal di un artista non è più quello di un tempo o magari perchè di lui si è perso ogni riferimento da troppi anni. Forse è proprio questo il caso di Analog Man, titolo (che suona come una provocazione) dell’ultimo lavoro solista di Joe Walsh, grande chitarrista degli Eagles. Curiosa è anche la coincidenza che vede l’uscita di questo Cd seguire di un mese circa quella del nuovo album di Glenn Frey. 

Erano passati esattamente venti anni dall’ultimo full-lenght del chitarrista di Wichita (Songs for a Dying Planet), poi molte ospitate nei dischi di Ringo Starr,  Paul McCartney, Bob Seger e altri. Sorprende dunque questo ritorno a proprio nome, quando oramai si poteva considerarne esaurita la vena compositiva.

Analog Man  è un progetto dunque che è nato dalla voglia di rimettersi in gioco, dal desiderio di affermare (anche polemicamente, se necessario) che Joe c’è ancora, affamato di rock semplice e sanguigno, senza curarsi troppo di orpelli e tecnologia. Dritto al bersaglio con un tiro immediato, tipico della sua produzione, semplice e ben suonato.

Una co-produzione, quella affrontata con il vecchio guru Jeff Lynne (E.L.O.), che tende a rendere il suono pulito, senza particolari interventi volti a enfatizzare o colorire eccessivamente. Uno standard qualitativo dunque che volutamente tiene fede e si avvicina a quello dei tempi andati, per mezzo del quale Walsh riesce ancora a esprimere perfettamente il suo talento indiscusso. La grinta e lo stile, i cromatismi, i ricami sulla slide, la capacità di passare con disinvoltura dal rock americano più classico a ballate struggenti, si sono mantenute intatte nel tempo e si ritrovano in questo disco che sembra provenire dal passato; a differenza di altri però riesce a mantenere ancora un senso di attualità, non diventa un mero e triste revival dei tempi che furono.

Composto da dieci brani il disco denota un discreto e sostanzioso song-writing, appannaggio del quale va anche al co-autore Tommy Lee James, musicista country. Con un produttore del calibro e delle qualità di Lynne, Walsh necessitava anche di musicisti di un certo tipo, i quali si potessero adattare alla perfezione allo spirito dei testi e della musica, chiaramente “analogico”.

Non è un caso allora che tra questi compaia Ringo Starr alla batteria (tra l’altro sono divenuti cognati), David Crosby Graham Nash si occupano dei cori, il fido Joe Vitale alle tastiere, Jeff Lynne al basso, chitarra ritmica e tastiere.

Voglio segnalare in particolare alcuni brani. Lucky That Way, che vede Ringo in azione dietro alle pelli, è un pezzo che si potrebbe collocare senza sforzo nel repertorio classico degli Eagles. La voce e le svisate alla chitarra di Walsh sono inconfondibili e, sopratutto per chi ha amato gli “aquilotti” e il country-rock,  si tratta di manna dal cielo. I cori della premiata ditta Crosby & Nash sono magia allo stato puro.

Il suono di un sitar introduce Band Played On, pezzo che parte piano e via via acquista vigore, un bel rock cadenzato nel quale Joe si lascia andare con gusto a uno dei suoi leggendari soli di chitarra, pur se non di lunga durata.

La bellissima Family, una dolce ballata introdotta dal piano, sul quale JW canta con tutta l’intensità della quale dispone. Si potrà forse obiettare che di brani simili ne siano già stati scritti a bizzeffe, fattosta che finalmente scatta il brivido dietro la schiena. Notevole anche il testo, amaro e di rinnovata speranza allo stesso tempo. Schegge brillanti della sei corde impreziosiscono ulteriormente il quadro.

Una citazione meritata anche per One Day at a Time, un episodio di per sè non così rilevante ma che al suo interno contiene una bella parte solistica di Walsh, misurata ma di effetto.

La nota migliore viene dalla ritrovata voglia del 64enne chitarrista americano che riemerge con un pugno di canzoni rock oneste e dirette, senza troppi fronzoli. Siamo ad anni luce di distanza dalle levigate e patinate produzioni odierne, qui torniamo sul versante di un rock più primitivo ma che comunque ha rappresentato pagine di storia musicale. Non si tratta di un lavoro perfetto, c’è qualche sbavatura e qualche inciampo ma penso che ai vecchi fans farà piacere ascoltarlo.

Max

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