Il 2012 sarà sicuramente da ricordare come un anno importante per le reunion e/o per i ritorni discografici. Uno dei più attesi in assoluto è sicuramente quello dei Rush; la band canadese mancava dalle scene da ben cinque anni (Snakes & Arrows), se vogliamo escludere dal conteggio due live usciti per colmare il divario temporale. Clockwork Angels è dunque il diciannovesimo album per un grandissimo gruppo, estremamente longevo e solido, che è riuscito nel tempo a sfornare sempre dischi di gran qualità. Giocoforza, questo diventa possibile e realizzabile quando si hanno a disposizione musicisti di tale classe, tecnica e professionalità, in grado di riproporsi ai massimi livelli ad ogni appuntamento. Capaci di spaziare tra più generi, nel tempo hanno coperto ambiti tra loro diversi; hard-rock, progressive, prog-metal, tutti affrontati con passione e successo, dall’alto di grandissime qualità e dell’abilità nell’impostare song-writing di buon spessore cui hanno sempre fatto da cornice armonie e melodie indimenticabili.

Ritengo inutile stare a ripercorrere (per l’ennesima volta) le gesta di una band che ha fatto scuola ed è stata ritenuta fonte di ispirazione per numerosi gruppi; voglio soltanto sottolineare come da quasi 40 anni Geddy Lee, Alex Lifeson Neil Peart siano riusciti ad attraversare indenni varie epoche musicali, con una disinvoltura ed un entusiasmo raramente riscontrabili.

Da un punto di vista tecnico poi non si può tacere che ognuno dei tre musicisti venga da sempre collocato nell’ Olimpo del proprio strumento, sopratutto in ambito prog e successivamente prog-metal. La coerenza, la vitalità, la fantasia, sono tutte doti dalle quali la band di Toronto ha attinto a piene mani nel corso della carriera; pure oggi, che sono stimati signori sulla sessantina, non demordono e continuano imperterriti la loro produzione, vitale e mai banale.

Giunge finalmente il nuovo sospirato capitolo, Clockwork Angels, che vede di nuovo la co-produzione di Nick Raskulinecz (Foo Fighters, Evanescence, Trivium, Velvet Revolver, Alice In Chains), vero guru americano del suono. Registrato tra gli studi di Nick nel Tennessee e Toronto, è pubblicato per la prima volta dalla Roadrunner Records; il disco è basato su una storia scritta da Neil Peart, in contemporanea alla quale esce la trasposizione in romanzo dello scrittore di fantascienza Kevin J. Anderson, suo vecchio amico.

Vengono narrate le gesta di un giovane che compie un viaggio attraverso i propri sogni, trovandosi catapultato in un mondo dove lo circondano le forze dell’ Ordine e quelle del Caos. Nel cammino incontra i più disparati personaggi ( pirati, anarchici) appartenenti alla corrente Steampunk, trova città perdute ed una sorta di entità superiore (Watchmaker), la quale sovrintende a che ogni singolo aspetto della vita quotidiana avvenga rigidamente con precisione.

Un ritorno ad un concept dunque, per un disco della durata di un’ora abbondante che ha avuto una gestazione piuttosto lunga ed articolata.

A questo proposito si può notare infatti che Caravan, brano introduttivo e già rilasciata come singolo, è stata realizzata due anni orsono; da subito Lee al basso e Peart alla batteria partono forte, con un ritmo spezzato e circolare cui la chitarra di Lifeson conferisce maggiore cupezza. Tempi dispari a profusione, stacchi mozzafiato, il catalogo Rush viene presentato al completo sin dall’inizio. Qualità e fantasia allo stato puro, con un breve passaggio del chitarrista molto in stile Howe-Yes.

BU2B ne è per certi versi l’evoluzione e quello che continua a colpire, oltre la consueta prova vocale di Geddy Lee, è la potenza di fuoco espressa dalla ritmica; quella dei Rush rimane un’accoppiata di vertice, con un drumming che continua a porsi come punto di riferimento.

La title track, pezzo ben oltre i sette minuti, sente ancor di più della mano di Peart, il quale compie numeri a ripetizione sempre ben inseriti all’interno della song. Ariosi arpeggi della chitarra di Lifeson fungono da contrappunto per un andamento non certo diretto ma che anzi richiede attenzione e più ascolti per essere apprezzato. Una volta catturato ne viene fuori uno dei migliori momenti del disco.

The Anarchist parte con grosse linee del basso di Geddy Lee; i tempi si spezzano, si frammentano, in lontananza echi di una melodia orientale. Gran tiro, molto calore ed energia vengono sprigionati dal trio in un pezzo atipico, che si ritrae e dilata alternativamente. La parte finale riserva alla chitarra maggiore spazio, prima di riprendere il riff iniziale.

Proprio dagli urli della chitarra di Lifeson comincia Carnies, brano che mantiene alta la tensione musicale, ricorrendo nuovamente a timbri cupi e “cattivi”. I suoni sono molto ben bilanciati, a testimonianza dell’ottimo lavoro di Raskulinecz.

Begli accordi pieni di un’ acustica aprono Halo Effect, buona ballad mid-tempo che in certo modo divide in due l’album, completandone la prima sezione.

Tocca al basso di G. Lee menare le danze (e come le mena !) nella successiva e aggressiva Seven Cities of Gold,  episodio tra i più riusciti dell’intero album, che risulta essere un puro distillato di ciò che sono i canadesi. Prova micidiale di ognuno dei componenti con un Lifeson sugli scudi.

The Wreckers corroborata dal suono delle tastiere suonate da Lee è un brano molto accorato nel quale Geddy canta con molto trasporto, interpretando alla perfezione l’atmosfera grave che sprigiona il pezzo.

Il secondo singolo tratto dal Cd è Headlong Flight ed ancora una volta il gruppo si esprime a livelli sopraffini, riuscendo nuovamente a creare un muro sonoro che essendo solo in tre ha dell’incredibile.

Tralasciando BU2B2rapidissimo inserto che ha senso nell’economia del plot, si salta con decisione verso Wish Them Well dove trova posto uno splendido inciso della chitarra di Alex Lifeson. Pezzo rotondo, perfettamente oliato, forse un pò monotono nella trama nonostante qualche variazione di gusto.

The Garden completa il viaggio e lo fa come meglio i Rush non avrebbero potuto fare; gran ballata giocata sulla voce di GL, chitarra acustica e un andamento molto intenso ed emozionante. Tocca poi al piano creare l’ulteriore step che prelude all’ingresso corale della band, con l’elettrica in primo piano nel solo più bello dell’intero lavoro. Senza dubbio il brano più lirico ed epico del disco.

Parlando di una band come quella canadese è facile cadere nel banale e ripetersi. Volendo dunque circoscrivere la valutazione a Clockwork Angels mi sento di definirlo un album da prendere al volo, pur se piuttosto particolare. Non è molto immediato, tranne che in alcuni passaggi e forse non contiene brani che rimarranno nella storia ( Caravan, Clockwork Angels, Seven Cities of Gold e The Garden sono comunque di un altro pianeta). La qualità media delle songs resta alta, quella dei musicisti è oramai indiscutibile; se si vogliono indicare delle note meno positive, a mio parere manca un pò di continuità nel coinvolgimento emotivo e sconta l’assenza di un “pezzone”, di quelli che poi ti fanno ascoltare il Cd a ripetizione; sono però dettagli.

Max

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