Squackett A Life Within a Day 2012

Pubblicato: giugno 10, 2012 in Recensioni Uscite 2012
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Un progetto annunciato da tempo che, almeno tra i fans “stagionati” del progressive rock, ha scatenato immediatamente molte fantasie, auspici ma anche scongiuri. E’ noto infatti che se esiste una frangia di appassionati severa ed inflessibile questa è rappresentata proprio dagli estimatori del progressive, in particolar modo quello delle origini, della prima ora; esistono vari motivi per i quali esiste questo tipo di pensiero, molti li capisco, alcuni li condivido, altri meno. Non solo, tutto ciò non è esclusivamente riconducibile all’ aspetto musicale ma anche al periodo storico nel quale il genere è nato e si è sviluppato; ad un modo ben preciso di recepire, vivere e condividere la musica ed i testi. Diciamo che spesso i vecchi progger, oramai per lo più canuti, si riconoscono dall’odore.

Chris Squire Steve Hackett, sulla carta un’ accoppiata da leccarsi i baffi ! A completamento delle collaborazioni del Bassista negli ultimi album dell’ ex Genesis è stato finalmente dato alla luce questo disco, a nome di entrambi, che non poteva non solleticare aspettative e curiosità. Qui nasce però la prima difficoltà che risiede nel cercare di allontanare dalla mente lo status e la storia dei due per cercare di valutare serenamente questo prodotto.

Due carriere straordinarie, capacità tecniche ben note e di certo molto al di sopra della media, un passato glorioso per ambedue, un presente ancora vivo. Il presente, appunto, in quanto tale è e deve essere per forza di cose diverso. Certo, restano la matrice, l’imprinting e tutto quanto scritto e suonato ma siamo nel 2012 e fatalmente le situazioni non sono più le stesse, l’età è diversa.

Nel 1986 molti ricorderanno esserci stato già un primo contatto, in quel caso tra Hackett e Steve Howe, che si tradusse poi in GTR, album che a fronte di un apprezzabile successo di vendite lasciò con un pò di amaro in bocca; molta tecnica, splendidi sprazzi di luce ma poca anima. Dava l’impressione che ai protagonisti mancasse convinzione ed infatti rimase un episodio isolato. Anche perchè, a mio modo di vedere, i due chitarristi spesso finivano per farsi ombra, due galli nello stesso pollaio non funzionano a dovere.

Diverso invece è il discorso per A Life Within a Day; il connubio è sicuramente meglio riuscito. Con ogni probabilità, anche a livello umano, i due condividono più affinità, negli ultimi anni hanno sviluppato musicalmente il loro rapporto e, dettaglio non trascurabile, non suonano lo stesso strumento.

Il duo è coadiuvato dalle tastiere di Roger King (nella band di Hackett) che è anche co-autore e dalla batteria di Jeremy Stacey (già con Joe Cocker, Eurhythmics, Noel Gallagher); mi preme sottolineare l’ottimo lavoro di Stacey alle pelli, preciso, potente e fatto di svariate combinazioni. Dico subito che globalmente il pollice è alto: buon disco, dove le splendide qualità dei due musicisti si intrecciano e si completano, non si sovrappongono. Non c’è quella fastidiosa sensazione della gara a primeggiare; si respira invece un godibile songwriting che regala buoni pezzi, suonati come loro sanno fare e arrangiati con giusta misura. Un album, questo, scritto e suonato per divertirsi realmente, dall’ alto di posizioni che oramai non chiedono più di dovere dimostrare alcunche. Non è un Cd progressive al 100%, si trova di tanto in tanto qualche virata pop o comunque più “catchy” ma la sensazione definitiva è positiva. Nove brani interessanti, due o tre dei quali trovo rimarchevoli; non siamo di fronte ad un masterpiece ma, ripeto, l’esito è più che soddisfacente. Squire con il suo Rickenbacker impartisce tuttora lezioni preziose, Hackett unisce virtuosismo a dolcezza e fantasia.

La partenza è affidata al brano omonimo, dall’andamento cupo, quasi “zeppeliniano”. Subito balza all’ascolto il drumming di Jeremy Stacey in un pezzo duro  e prog. Squire sembra nelle retrovie ma in realtà è ben presente, riusciti i cori dei quali Chris è maestro. Hackett traccia scie di luce con i suoi interventi alla sei corde.

Le note di  una chitarra acustica, doppiate da un possente giro di basso, introducono Tall Ships; pezzo dal tiro sincopato, non propriamente nello stile dei due, si dipana invece in modo gradevole ed attuale.

Divided Self, brano di Steve Hackett, è una traccia leggera e radiofonica che però, grazie a cambi di ritmo e a i consueti cori di Chris Squire (in pieno stile Yes anni ’80), risulta comunque sufficiente. Mezzo passo falso.

Le quotazioni del disco tornano a rilanciarsi con la successiva Aliens, cantata inconfondibilmente dall’ omone di Kingsbury, con Hackett backing vocals. Costruzione del pezzo più articolata rispetto al precedente, con bellissimi passaggi chitarristici. Gira bene, accattivante, con un’atmosfera che a tratti rimanda molto agli ultimi lavori del chitarrista.

Sea of Smiles, singolo estratto dal disco, presenta nuovamente linee di basso precise e nette, Hackett voce solista e cori molto enfatici. Sempre più ho la sensazione che la guida del progetto sia a cura del 62enne chitarrista ma Squire c’è e si fa sentire.

Sensazione che si conferma ancora più con la dolce e malinconica The Summer Backwards, breve acquerello che avrebbe potuto trovare posto in uno degli ultimi album dell’ ex Genesis. Suonata all’acustica e cantata da Hackett, unita al coro è una delizia; un breve passaggio dell’elettrica, sovrapposto, accompagna verso la fine.

Con Stormchaser invece si torna a sonorità più ruvide, spigolose, come nella opening track. Ascoltare qua Squire perchè la sua presenza al basso è devastante mentre la sovrapposizione del canto è (di nuovo) Yes trademark. Hackett conferma di avere inspessito il proprio suono, indurendolo non poco. Si disimpegna efficacemente il batterista che ha il suo bel daffare con un compagno di ritmica così effervescente.

Il pezzo dove si sente maggiormente ed inequivocabilmente la voce del bassista è Can’t Stop the Rain, una flessuosa progballad che risente molto della scrittura Yes oriented, con un finale in crescendo Convincente.

Perfect Love Song, con la chitarra in primo piano, ultima il lavoro. Molta coralità di tutta la band, brano rapsodico e, come detto, ampio spazio alla sei corde di SH.

Tirando le somme si tratta di un buon disco, a me è piaciuto. C’è molto Hackett,  meno Squire che comunque non si nasconde. Album che si fa apprezzare a patto di rispettare la premessa di cui sopra: questo è il presente di due tra i più grandi interpreti di una stagione indimenticabile e forse irripetibile, ormai però molto lontana. Va dato loro merito dunque di provare a proporre qualcosa di diverso.

Max

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