Bruce Springsteen Stadio Artemio Franchi Firenze 10 Giugno 2012

Pubblicato: giugno 11, 2012 in Recensione Live Shows
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La prima volta che ho visto il Boss è stata a Milano, nell’85. Allora mi accompagnava un bel ragazzo bruno, che di lì a un anno sarebbe diventato mio marito. Sgomitai trascinandolo fino a pochi metri dal palco, in mezzo alla calca. Lui che era uno tranquillo e conosceva poco Bruce Springsteen, mi ha sempre ringraziata di averlo fatto.

Questa volta, allo Stadio Artemio Franchi di Firenze, per il mio terzo appuntamento con il Boss, mi accompagna una bella ragazza bruna, nostra figlia, che trascino in mezzo alla calca più vicina possibile a quel palco essenziale, sgomitando come ventisette anni fa. Lei non è una tranquilla come suo padre, ha preso qualcosa anche da me. Conosce poco Bruce Springsteen, ma l’ha sempre respirato in casa.

Lo Stadio è già stracolmo a due ore dall’inizio del concerto, c’è nell’aria una febbre particolare. Anche il pubblico è particolare: ci sono intere famiglie, con ragazzini, bambini piccolissimi, persone anziane e mia figlia sgrana gli occhi: non ha mai visto una folla così oceanica ad un concerto. Io sono felice di esserci ancora una volta, e sono felice soprattutto per lei, che ancora non sa cosa la attende.

Aspettiamo. Alle otto di sera dalla curva Fiesole parte una lunga ola, che prosegue fino alle otto e mezza, quando la E Street Band sale sul palco e il Boss inizia con una Badlands fulminante che infiamma il pubblico. Gli bastano tre note e già in 43 mila siamo tutti con lui.

Ha una energia che travolge, dopo un minuto abbiamo tutti le mani alzate e cantiamo a squarciagola.

Mia figlia si volta verso di me: “Ma è un uomo bellissimo!”

“Ha 63 anni” le rispondo “ E lo so che è bellissimo”.

Già, ha 63 anni Bruce Springsteen, suona con una ventina di musicisti, una poderosa sezione di fiati oltre ai suoi compagni storici, anche se l’assenza di Clarence Clemons è ingombrante, nonostante l’egregia sostituzione del nipote Jack. Non ha bisogno di effetti speciali: l’effetto speciale è lui. Ha un maxischermo alle spalle e due ai lati: possiamo vedere ogni suo sorriso ed è bellissimo davvero.

Inossidabile, in forma smagliante, non prende tregua per i primi i primi cinque pezzi, a Badlands seguono No Surrender, We Take Care of our Own, Wrecking Ball, Death to My Hometown, mentre comincia a scendere una pioggerellina fastidiosa di cui non si accorge nessuno.

Su una commossa esecuzione di My City of Ruins prende fiato, presenta la band e ricorda Clarence: c’è un boato. The “big man” è lì con noi, gli manca, ci manca, ma il modo migliore per ricordarlo è con questa immensa festa nella quale Bruce ci coinvolge, nota dopo nota, parola dopo parola, dialogando con il pubblico, offrendosi in tutto il suo splendore.

Quando attacca Spirit in the Night  piove già piuttosto forte, ma questo non ci impedisce di accompagnare il Boss con un enorme coro. Adoro quella canzone ed è la prima volta che la sento dal vivo. Sono commossa.

“Capisci perchè quest’uomo è amato dal pubblico da quarant’anni?” chiedo a mia figlia.

Lei annuisce, ha gli occhi sognanti e si sta divertendo moltissimo, brano dopo brano, goccia dopo goccia, comincia a comprendere e condividere questo amore.

Si susseguono una dietro l’altra Be True, una meravigliosa Jack Of All Trades, Trapped, Prove It All Night ballata tutto il tempo, pezzi nuovi e vecchi, cover, momenti nei quali il Boss si esibisce facendo teatro per il suo pubblico che resiste sotto la pioggia in un’ondata di musica che annulla il tempo. Quando attacca Working On The Highway siamo già bagnati fradici, protetti da sacchetti di fortuna, ma non accenniamo a cedere davanti all’energia di quest’uomo che scende tra le prime file, stringe le mani, bacia le ragazze, si prende tutta l’acqua in testa con noi.

Shakled and Drawn saluta il diluvio, ma è troppo bella per non essere ugualmente felici e pensare che nulla rovinerà la nostra festa, neanche il freddo che comincia a farsi sentire attraverso i vestiti bagnati. Durante Waitin’ On a Sunny Day si aprono le cateratte, sembra incredibile che possa piovere così forte e la gente resti lì, ma il Boss porta sul palco un bambino piccolissimo a cantarla con lui e passa anche il freddo.

Guardo l’orologio e so che siamo più o meno a metà della serata, so che ora arriveranno The River, Born in the USA, Born to Run, Backstreets, Hungry Heart, Dancing in the Dark e non ho intenzione di perdermele.

Bruce continua imperterrito, anche lui fradicio, ma non sembra neppure stanco. Allora restiamo tutti con lui e lui non ci delude: le infila una dietro l’altra, supportato da una band clamorosa nella quale il bravissimo Jack Clemons viene accolto sempre da applausi affettuosi, Little Steven duetta con il capo, irresistibile, come fa da quarant’anni, Gary Tallent amicca con quella sua bella faccia da matto e tutta la sicurezza di un lungo percorso accanto al Boss, Max Weinberg, con quell’aria da serio professionista brizzolato in giacca e cravatta, martella incessantemente, Roy Bittan, “The Professor”, è come sempre compassatissimo alle tastiere.

Non sembra passato il tempo dall’85, loro non sono invecchiati e hanno il dono di farmi sentire la stessa ragazza di allora, che si diverte come una matta con la sua ragazza di ora, quella che balla sotto la pioggia e si unisce al coro di ogni canzone che fino a qualche ora prima non conosceva.

Dopo quasi tre ore il concerto volge al termine ormai, l’acqua che scroscia non ci preoccupa più, ormai siamo così bagnati che su Twist and Shout c’è chi balla a torso nudo, chi con gli abiti inzuppati, chi a passo di valzer, chi tenendo per mano un bambino che ride, chi con l’ombrello aperto sotto il quale ogni tanto chiediamo un inutile asilo.

C’è qualcosa di epico in questa avventura, qualcosa che non si potrà dimenticare.

Quando il Boss, con la sua meravigliosa ironia, conclude dopo tre ore di musica su Who’ll Stop The Rain dei Creedence e ci saluta chiamandoci fuckin’  “die-hards”, sappiamo che la pioggia non ha rovinato la festa, ma l’ha resa ancora più unica. Noi c’eravamo.

“Da oggi quell’uomo sarà il mio mito!” esclama mia figlia, che sembra appena uscita dalla doccia, con un sacchetto in testa.

“Il mondo si divide tra chi ha visto un concerto del Boss e chi non l’ha mai visto” le rispondo.

Mi sorride, ora sa che è vero.

Clara

Set list:

Badlands

No Surrender

We Take Care Of Our Own

Wrecking Ball

Death To My Hometown

My City Of Ruins

Spirit in the Sky

Be True

Jack Of All Trades

Trapped

Prove It All Night

Darlington County (intramezzo di Honky Tonk Woman degli Stones)

Burning Love

Working On The Highway

Shakled and Drawn

Waitin’ On a Sunny Day

Apollo Medley

The River

The Rising

Backstreets

Land of  Hope and Dreams

Rocky Ground

Born in the USA

Born To Run

Hungry Heart

Seven Nights To Rock

Dancing in the Dark

Tenth Avenue Freeze-Out

Twist and Shout

Who’ll Stop The Rain

commenti
  1. daniela scrive:

    bellissimo resoconto, avrei solo aggiunto che su Born to run, si è avuto quasi la sensazione che anche la pioggia volesse a suo modo suonare con il boss, ho avuto la sensazione che andasse a tempo…..

  2. Clara scrive:

    Hai ragione Daniela! parlandone con mia figlia poco fa, abbiamo entrambe avuto la stessa sensazione che tu descrivi ed abbiamo pensato che per chiunque altro ce ne saremmo andate, ma per il Boss no: se lui resta a suonare, si resta con lui!

  3. Enrico scrive:

    Solo una precisazione: la ola non è partita dalla curva Fiesole ma dalla tribuna Maratona… due ragazzi hanno iniziato ad organizzarla, poi un gruppo di 10 persone si sono aggiunte (noi), poi in 50 poi in 100 poi… in 43.000

  4. Clara scrive:

    Grazie per la precisazione Enrico! ero nel prato, a una ventina di metri dal palco e nella confusione l’ho vista solo quando è arrivata alla Fiesole. Comunque siete stati bravissimi, da giù era emozionante vederla!

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