Manowar The Lord of Steel 2012

Pubblicato: giugno 18, 2012 in Recensioni Uscite 2012
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Sono trascorsi ormai trent’anni dall’ esordio dei ManowarBattle Hymns, da cui prese il via la folle corsa della band heavy metal “più rumorosa del mondo”. Una manciata di album duri e puri, senza possibilità di replica, li condusse fino al vero successo, quel Kings of Metal che nel 1988 li consacrò definitivamente sulla scena. Dopodiche si sono succedute altre uscite sempre di buon livello ma il seguito della band americana è andato prevalentemente concentrandosi nel nord- europa; molta acqua era passata sotto i ponti e l’heavy metal si era andato evolvendo verso altri tipi di sonorità.

Ciò nonostante il gruppo di Joey DeMaio ha continuato imperterrito per la propria strada, fatta di metal, sudore e live set interminabili, pur con qualche pausa prolungata. Da sempre attratto dalle leggende mitologiche, il bassista e songwriter DeMaio ha nel tempo sfiorato alcune di esse, affrontandole in modo epico e drammatico. In particolar modo è rimasta al centro dell’attenzione la saga delle divinità nordiche: Odino, Thor, e tutti gli altri personaggi del mito norvegese fecero scoccare la scintilla per Gods of War (2007), unico disco nel quale i Manowar hanno inserito elementi di symphonic metal (con risultati discutibili).


La decisione di tornare sui propri passi, riprendendo il discorso di sempre per riabbracciare dunque un heavy duro ma classico, ha favorito l’uscita di The Lord of Steel, prodotto da DeMaio. A fare combriccola con il bassista, da sempre il vecchio amico Eric Adams, la voce dei Manowar, oltre al reintegrato batterista Donnie Hamzik e al veloce chitarrista Karl Logan. Una line up piuttosto coriacea, che ha avuto negli anni qualche sussulto ma che vede due dei quattro componenti in sella dalla prima battuta.

Disco piuttosto conciso, The Lord of Steel sancisce in buona sostanza il ritorno alle origini del quartetto americano. Fin dalle prime note della traccia omonima non ci sono dubbi in merito: partenza grintosa, ritmo serrato, per un sound che catapulta indietro nel tempo. Il connubio tra heavy e power si materializza perfettamente in questo pezzo.

Manowarriors si pone come uno dei pezzi trainanti del disco, quanto meno a livello simbolico; il titolo ancora una volta gioca con le parole come è costume della band. Da un punto di vista musicale però lo trovo piuttosto scialbo, prevedibile il bridge.

Sicuramente più convincente Born in a Grave che gira su riff cupi di chitarra mentre si mettono in grande evidenza le linee del basso di DeMaio.

Non poteva mancare una ballatona e puntuale arriva Righteous Glory dove Eric Adams sfodera ancora una prova onesta per intensità e impegno; purtroppo il tempo passa per tutti.

Touch the Sky suona senza troppo mordente, abbastanza piatta, non è certo un pezzo memorabile; un solo della chitarra di Logan prova a farle prendere quota ma senza troppa convinzione.

Va decisamente meglio (per fortuna) con Black List, andamento più lento quasi in omaggio ai Black Sabbath; finalmente il chitarrista trova uno spazio adeguato per mettersi in evidenza. Il tessuto del brano è ipnotico e forse ripetitivo ma almeno ha il merito di “girare” bene.

Ispirata al film di Stallone Expendable picchia abbastanza decisa ed infatti è il turno del drummer, potente e brutale. Brano che mi immagino possa avere una notevole riuscita live.

El Gringo Annihilation, pur molto diverse tra loro, trovo che siano composizioni poco più che irrilevanti; la prima faceva parte della colonna sonora dell’omonimo film mentre la seconda propone un refrain che definire abusato è forse dire poco.

Non poteva mancare il vero anthem e a tale proposito giunge Hail, Kill and Die che si propone come un nuovo inno per la band; tra versi scontati e accattivanti si srotola lento e marziale, enfatizzato al massimo dal coro.

A margine di quanto detto sorge una considerazione e cioè che i Manowar probabilmente il meglio lo hanno già dato e che allo stato attuale non sono in una fase positiva. Se ne possono apprezzare la coerenza, se vogliamo l’inscalfibilità alle mode e alle novità ma mi pare evidente che le idee latitano, l’impatto stesso è lontano da quello di un tempo. Sono sempre possibilista e dunque tendo a sperare in un loro sussulto d’orgoglio ma The Lord of Steel è un disco che lascia di sè poco e niente.

Max


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