Opeth/Ozzy Osbourne Gods Of Metal MIlano 24 Giugno 2012

Pubblicato: giugno 25, 2012 in Recensione Live Shows
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Impegni personali non mi hanno permesso di vivere l’intera giornata di ieri al Gods Of Metal in quel di Rho (Milano). Sono riuscito ad entrare nell’ arena appena in tempo per ascoltare l’ultimo pezzo suonato da Zakk Wylde ed i suoi Black Label Society, ovviamente troppo poco per potere esprimere una valutazione sull’esibizione della band americana.

Pubblico numeroso anche se non nella misura in cui mi attendevo, l’afa della giornata andava fortunatamente consumandosi; dunque il tempo di rifocillarsi tra panini e birre di rito ed è venuto il momento da me molto atteso, il live set degli Opeth.

Non starò qui a fare una disamina particolare di ogni brano suonato perchè a mio giudizio non sarebbe utile. Le cose sono andate in modo abbastanza particolare e il breve resoconto intendo giocarlo questa volta piu dal lato emozionale che da quello strettamente tecnico-descrittivo. L’uscita di Heritage e le recenti dichiarazioni di Mikael Akerfeldt sono giunte come pesanti macigni tra i fans duri e puri della band prima e di tutti quelli in ambito metal poi. Sconfessare, seppur indirettamente, una buona parte del proprio vissuto e della propria carriera è di certo una pericolosa arma a doppio taglio. Perchè se da un lato è più che lecito e coraggioso innovarsi (personalmente trovo Heritage un ottimo disco), volere recidere nettamente e completamente con il passato spesso può sconcertare.

Ecco che dunque l’occasione del Gods Of Metal era un’ interessante banco di prova, più a livello psicologico che musicale; su quest’ultimo aspetto niente di nuovo da dire, la tecnica e le capacità della band svedese si sono confermate tutte per l’ennesima volta.

Accoglienza tiepida per il puntuale inizio del concerto che ha visto snocciolare in serie alcuni brani tratti dall’ultimo album (ottima I Feel the Dark); la risposta del pubblico, ancora non numerosissimo nelle vicinanze del palco, è piuttosto timida, pallida e trovo questo aspetto abbastanza prevedibile. I brani proposti da Heritage sono splendidi, ben eseguiti e costruiti ma non scatta la scintilla. La band stessa appare quasi sussiegosa, suona un pò in punta di piedi e a poco valgono le battute proferite da Akerfeldt in un inglese comprensibilissimo tra un pezzo e l’altro. Una cover dei Rainbow (a mio parere scadente) in omaggio a Ronnie James Dio inaugura una seconda fase del live set nella quale gli Opeth quasi si vedono costretti a mutare registro. Seguono allora alcuni classici come Demon of the Fall  The Grand Conjuration, inframezzati da un’ altra cover, questa volta dei Death. Finalmente il pubblico si scalda e comincia a sostenere con più calore la band ma nonostante una grande prova di Martin Mendez al basso e Martin Axenrot alla batteria rimane netta l’impressione di un concerto non molto riuscito; ne sono riprova pure gli applausi, in verità piuttosto fiacchi, a fine del set (chiuso da una versione incendiaria di Deliverance).

Può darsi che allo stato attuale il contesto di ieri non sia quello che più si confà agli Opeth, il cui sound ha virato in modo netto ed inequivocabile da quello del passato; ripeto che personalmente apprezzo molto e mi stimola la scelta compiuta dal baffuto chitarrista ma è anche vero che probabilmente reca con sè un prezzo da pagare.

Con una ventina di minuti di anticipo rispetto al programma, annunciato da una clip, ha fatto il suo roboante ingresso Ozzy Osbourne e da subito si è intuito che la serata avrebbe preso una piega diversa. Power, thrash, death, black…niente di tutto questo, solo semplice e onesto metal di vecchia scuola in una delle versioni più scintillanti.

Al solito circondato da una band efficacissima (Gus G è un chitarrista ideale, Tommy Clufetos un moto perpetuo dietro le pelli) Mr. Osbourne ha sciorinato tutto il suo repertorio di animale da palcoscenico; la voce non è e non è mai stata il suo cavallo di battaglia ma il magnetismo che ancora oggi riesce ad emanare, oltre alla carica emotiva, ne fanno tuttora un idolo. Il pubblico, nel frattempo andato visibilmente aumentando, si è riversato sotto il palco contagiato dall’entusiasmo. La consueta serie di gags che comprende secchiate di acqua sulle prime file, ripetuti getti di schiuma con un idrante, la sua camminata stentata e quasi ridicola, scivola via festosa mentre la band mostra gli attributi sfoderando un grandissimo tiro. Non si tratta più di un concerto ma di un vero happening, nel quale Ozzy interagisce a modo suo di continuo con la gente; quanto il suo sia un “teatrino” o quanto invece corrisponda a verità non è possibile stabilire ma sta di fatto che l’arena ribolle !

Quattro brani sparati tratti dalla carriera solista (micidiale Mr.Crowley) e avviene un cambio di line-up, con l’ingresso di Slash alla chitarra e del vecchio compare Geezer Butler (Black Sabbathal basso; comincia qua la parte “fuoco e fiamme” dello show, che prevede tra l’altro l’esecuzione di classici sabbathiani come War Pigs, Iron Man, N.I.B. Brani da brivido, passaggi storici nei quali si evidenzia l’ottima forma di un Butler arrembante mentre per la verità Slash suona da par suo ma da l’impressione di svolgere il compitino e poco più; non una sbavatura nè una nota fuori posto ma il trasporto, il coinvolgimento, non mi sembrano al massimo.

Nuovo cambio di formazione che prevede l’ingresso di Zakk Wylde a rilevare un abulico Slash per una manciata di pezzi tra i quali si segnala la ballad Mama I’m Coming Home, densa e partecipata. Indubbiamente da quel che traspare dal palco la sintonia tra Ozzy e il barbuto chitarrista è senz’ altro superiore e questo credo rientri nella normalità.

Il finale, con tutti i musicisti in azione, regala una versione tirata di Paranoid con conseguente delirio della folla; tutti al centro del palco per i saluti e nessun bis, con “The Madman” stasera si è vissuto un pezzo di storia del rock.

Max

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