Echolyn Echolyn 2012

Pubblicato: giugno 26, 2012 in Recensioni Uscite 2012
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Quasi in contemporanea all’uscita dei Flower Kings bisogna registrare anche quella, altrettanto importante, degli americani Echolyn che con il doppio album omonimo si riaffacciano sulla scena del new prog a ben sette anni da quel The End Is Beautiful che in definitiva ne aveva confermato virtu’ e difetti. Se c’è una band preparata tecnicamente in modo ineccepibile questi sono proprio gli Echolyn. Il problema caso mai emerge a mio parere quando queste doti si vanno a scontrare con una certa freddezza di fondo; anche in passato, spesso e volentieri, ho registrato questo fenomeno a causa del quale, pur riconoscendo alla band della Pennsylvania indubbio valore e talento, non sempre sono riuscito ad entusiasmarmi. E’ notorio peraltro che il gruppo vive da sempre due anime musicali, talvolta non coincidenti, che fanno riferimento al chitarrista e voce Brett Kull (ispirazione prog) e al pianista Chris Buzby ( matrice jazz/fusion); ora, quando queste riescono a interfacciarsi in modo equilibrato e ben ripartito si hanno i riscontri migliori. Altrimenti, se le due forze entrano in qualche modo in rotta di collisione il suono tende a diventare freddo; rimangono solo apprezzabili ed intricate partiture che però non generano, emotivamente parlando, una spinta propulsiva.

Raymond Weston (voce e tastiere), Paul Ramsey (batteria) e Tom Hyatt (basso) completano una formazione rimasta pressoché immutata fin dagli esordi; un raffinato ensemble di musicisti giunto al settimo sigillo di una carriera prestigiosa ma che definirei pure molto elitaria (forse troppo).

Il nuovo disco pur riaffermando una certa presa di distanza dal suono primigenio, che ormai data qualche anno, non è scevro di riferimenti a quelli che furono i gruppi di ispirazione (Genesis, Yes, Gentle Giant) ; nel tempo, giustamente, si è venuto sviluppando un suono Echolyn che a mio parere ultimamente era stato plasmato maggiormente da Buzby. Nel caso di questo lavoro invece la vena creativa di Kull si riaffaccia prepotente.

Otto tracce divise equamente, quattro per ciascun Cd; partendo dal primo ci si imbatte subito in Island, probabilmente il miglior episodio. Oltre sedici minuti di una suite angolare e molto ben costruita, con poderose linee di basso a fare da cornice alla trama musicale, complessa e articolata, non facile da descrivere. Pur restando musica splendida fatica un pò per sua natura ad arrivare alla pancia ma almeno ha il pregio di non risultare bella ed irragiungibile. Merito forse anche di quei richiami al prog di un tempo ancora contenuti qua e la; maestosa e corale la parte conclusiva.

Headright ha forma di canzone a tutti gli effetti, breve e moderno omaggio ai Beatles e al Macca in particolare. Piacevole e ben scritta, piuttosto anomala rispetto alla precedente.

Non facile da collocare Locust to Bethlehem; sorta di ballad su testo immaginifico di Kull, ondeggia nuovamente come canzone pur se più strutturata di Headright.

La lunga Some Memorial (circa dodici minuti) completa felicemente questo poker, riportando a livelli più alti, tecnici e compositivi, la musica della band. Pregevole il lavoro della batteria di Ramsey, nuovamente ben supportata dal basso; Brett Kull si lascia andare maggiormente con inserti di chitarra, colorando qua e la il brano. Buzby dal canto suo apporta accenti e sfumature con le sue tastiere, sopratutto nella seconda sezione del pezzo, pregevole.

Siamo a metà dell’opera e dunque si parte con il secondo Cd che, dico subito, forse risulta più omogeneo. Inaugura Past Gravity, andamento lento, una sorta di suadente bluesy nel quale spicca la voce di Weston. Atmosfera calda, fatta di suoni ovattati, colma di quei riverberi fusion, jazzati, cari a Buzby. Un brano che in certi passaggi fa pensare persino agli Steely Dan; nella sua seconda metà il canovaccio si complica e si arricchisce, approdando verso lidi più propriamente prog.

Con un intro decisa e possente arriva il turno di When Sunday Spills, in realtà brano malinconico e di atmosfera dove la voce ed i cori la fanno da protagonisti. Da segnalare un inciso della chitarra di Kull che ricorda abbastanza il mood di Steve Howe . 

Solenni note di piano aprono Speaking in Lampblack, impreziosite dal suono di archi che contribuiscono a comporre una dimensione eterea e sognante; ad accrescere questa sospensione l’uso di echi per la voce. Tocca nuovamente alla chitarra di Kull, supportata da un notevole lavoro delle tastiere, apportare variazioni al tema centrale. Drumming misurato e di gusto da parte di Paul Ramsey per una traccia che si rivela tra le migliori del lotto.

Il momento dei saluti viene affidato a The Cardinal and I, episodio nel quale forse si ritrovano più le direttrici degli ultimi Echolyn. Un ‘intro fatta di suoni duri e distorti sfuma lievemente per lasciare posto nuovamente ad un movimento più lento e cadenzato, riempito letteralmente da un canto trasognato. Ancora, la sezione finale riprende e amplifica il sound introduttivo, aggiungendo velocità e potenza.

Solitamente l’opera degli Echolyn è musica fatta di classe, gusto, tecnica; non sempre molto immediata, sovente può dare la sensazione di una certa distanza. Nel caso di questo disco penso di potere dire che finalmente quel senso di “freddezza” in buona parte sia stato sconfitto; certo non sono sinfonici, tanto meno epici. C’è molta sostanza e molta mente nei loro accordi, pertanto si confermano un pò lenti da metabolizzare ma con pazienza (l’album è doppio) ci si riesce, con soddisfazione.

Max

commenti
  1. silvano imbriaci scrive:

    caro Max, stavolta sono d’accordo con te fino ad un certo punto. Siamo di fronte ad un lavoro FANTASTICO, così denso e ricco di spunti che faccio fatica a smettere di ascoltarlo. E’ vero, gli Echolyn o si amano o si detestano, ma sono uno dei pochi gruppi che riescono ancora a dirmi qualcosa di nuovo e ad emozionarmi pur rimanendo fedeli al loro modo di essere. In tutta la loro discografia, anche negli episodi più difficili da decifrare, ho sempre avuto netta la sensazione (come è strana la musica!) di vette di sensibilità e dolcezza raggiunte con pochi altri musicisti. Anche stavolta è così. Lo splendido impasto delle voci dei due cantanti e dei cori che si inseguono (quale gruppo può sfoggiare simili voci?!), il lavoro preciso e avvolgente della base ritmica e le tessiture di tastiere e chitarra mi restituiscono gli echolyn delle migliori occasioni. Non so dire quale sia il brano più coinvolgente. Ci sono è vero due o tre pezzi in tono minore, ma l’acquisto del cd vale i primi 4 minuti e mezzo di Island, la splendida voce di Brett Kull in Past Gravity, le inaspettate melodie e i cambi di genere disseminati soprattutto nella seconda parte del disco. Non sono un tecnico, so poco di musica, ma ogni volto che ascolto gli echolyn (consigliatissimi in cuffia ad un volume deciso) mi sento meglio, non ci posso fare nulla….

  2. Lorenzo scrive:

    Io li ascolto da 17 anni e nemmeno questa volta c’e’ traccia nei nostri negozi dei loro dischi. Per procurarmi questo ennesimo prodotto di alta classe ho dovuto come al solito ordinarlo online.
    Ingiustizia.

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