Asia XXX 2012

Pubblicato: giugno 27, 2012 in Recensioni Uscite 2012
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Only Time Will Tell…” Giusto trent’ anni fa gli Asia, ennesimo super-gruppo nella storia del rock, ripetevano questo auspicio in un album, quello omonimo di esordio, che divenne un successo planetario. Raramente inizio fu migliore e d’altronde, con musicisti di quel calibro in formazione ed un song- writing robusto e indovinato, non fu difficile riconquistare la pletora di fans del progressive tramortiti dal punk. Non solo, i nostri ebbero anche l’abilità e l’ardire di strizzare l’occhio all’ arena rock, a quel A.O.R. che sopratutto negli Stati Uniti stava mietendo consensi con grande decisione.

Steve Howe, Carl Palmer, John Wetton, Geoff Downes : quattro pezzi da novanta che in una fase della loro carriera non propriamente favorevole trovarono il modo, unendosi, di rilanciare alla grande le proprie quotazioni. Asia era ancora un album carico di sonorità progressive, pur se rivedute e rinnovate e francamente lo ricordo come uno dei più bei dischi di quel lontano 1982. Seguirono Alpha, ancora con i membri originari e Astra che vide Howe (rientrato negli Yes) avvicendato alla chitarra dall’elvetico Mandy Meyer. Delle sonorità prog del debutto era rimasto poco, dando molto più spazio a suoni pop-rock nel primo caso e a timbri più duri nel caso di Astra.

In seguito la band divenne meno stabile, tuttavia ha prodotto negli anni un buon numero di album i quali, per la verità, dello smalto iniziale conservavano poco e nulla. Gli anni trascorsi ed i numerosi cambiamenti di line up hanno consentito di optare probabilmente solo per soluzioni musicali più semplici e dirette, a discapito dell’ indubbia qualità dei musicisti. Soltanto nel 2008 il poker d’assi originario si è ricostituito, pubblicando Phoenix e due anni dopo Omega. I riscontri di vendite sono stati abbastanza lusinghieri ma per conto mio la qualità della proposta era abbastanza banale e scontata, due Cd che mi hanno fortemente deluso.

Ci riprovano oggi con XXX, titolo simbolico per il dodicesimo capitolo della discografia, che esce per Frontier Records in contemporanea all’annuncio di un tour mondiale per festeggiare il trentennale del gruppo. Art work affidato al maestro Roger Dean e  produzione a cura di Mike Paxman ( Uriah Heep Status Quo). L’uscita è stata preceduta dal singolo Face on the Bridge; i nove brani sono scritti da Wetton/Downes con l’aggiunta di Howe in due pezzi, No Religion Judas.

Dico subito che il Cd non contiene momenti indimenticabili nè passaggi memorabili; si mantiene su livelli più o meno dignitosi, con una valutazione globale leggermente superiore alle due precedenti uscite. La qualità del prodotto rimane sufficiente ma, in tutta franchezza, da musicisti di questa levatura mi aspetterei senza dubbio molto di più. Sicuramente tra i solchi dell’album si rintraccia maggiore convinzione e grinta rispetto al recente passato ma l’impressione che resta è di qualcosa di volutamente leggero e facile, privo di quei guizzi necessari ad elevarlo più in alto.

Tutto fila a meraviglia, ognuno fa giustamente pesare le proprie qualità ma il progetto è teso totalmente verso le radio americane e le classifiche di settore; un A.O.R. moderno e rivisitato che non contempla più, o almeno in minima parte, spunti e soluzioni progressive. Fin qui poco male a patto che il rock proposto (vedi ad esempio i Journey) comprenda un maggior ventaglio di possibilità e composizioni; gli Asia invece mancano a mio parere totalmente di inventiva, limitandosi a produrre un sound immediato e diretto, abbellito qua e la da qualche particolare, però piatto e sentito.

Una bella parte di chitarra (Tomorrow the World), ancora Howe e il drumming secco di Carl Palmer (No Religion), un’ottima interpretazione vocale di Wetton (Faithful) cui la voce sembra non calare mai; la curiosità di Wetton che canta anche in italiano (accento molto british per ” mi sento fortunato…sì, sì, è vero ” e “via della luna..quattro-quattro-zero”) nella stramba Al Gatto Nero, ottimi cori e nuovamente Howe sugli scudi per Judas. Questo e poco altro di notevole compone più di metà album.

Note migliori vengono dagli altri brani: Bury Me in Willow nella quale domina un refrain molto orecchiabile cui va dato atto però di mettere in mostra un superbo John Wetton. La costruzione del brano è non troppo diversa dai precedenti, in pieno stile del gruppo: tastiere pompose, suoni pieni ed una certa rotondità messa in risalto dalla ritmica. Ripeto, niente di trascendentale ma ha la capacità di entrare in testa rapidamente.

I Know How You Feel si snoda in modo analogo, voce di Wetton in primo piano che si conferma più singer che bassista all’interno della band; il piano e le tastiere di Geoff Downes occupano sempre un ruolo fondamentale nell’arrangiamento del pezzo che si fa apprezzare maggiormente nella seconda metà, più movimentata e variata.

Il singolo Face on the Bridge ha il pregio di farci ritrovare il suono pastoso del basso Zon (Il Gatto Nero, per l’ appunto) di John Wetton. Pezzo tipicamente radio-oriented ha buon tiro e presa, pur senza proporre alcunchè di innovativo.

Il brano conclusivo, Ghost of a Chance, è probabilmente quello più riuscito: morbida ballata nella quale l’immancabile tappeto di tastiere è punteggiato da splendidi ricami della chitarra. Finale epico nel quale il sound degli Asia monta come una marea, trascinato da Steve Howe.

” Only Time Will Tell…” dicevano dunque gli Asia ben trent’anni fa. Il tempo ha detto molte cose in effetti e tra queste purtroppo che XXX è l’ennesimo album prodotto in serie, uguale ai precedenti e che davvero poco aggiunge nella discografia del quartetto. L’occasione era ghiotta ma appare evidente che va bene così; non c’è volontà di cambiare, di variare, di rinnovare qualcosa perchè la risposta delle vendite è sempre stata soddisfacente. Con dispiacere ma per me è pollice verso.

Max

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