Talvolta può capitare di dovere correggere il tiro, almeno in buona parte e dunque in questo caso non mi sottraggo al dovere di dichiararmi (parzialmente) ravveduto. Lo scorso aprile, in occasione del concerto a Perugia dei Dream Theater, avevo avuto l’occasione di ascoltare anche i Periphery. Band fino a quel momento a me sconosciuta, non mi avevano particolarmente impressionato, anzi; complice forse anche un sound check non dei migliori il loro live set non mi era piaciuto. Tanto (troppo) rumoroso, suoni poco bilanciati, in una location che adusa al rimbombo non facilitava le cose. In un simile contesto tre chitarre a otto corde, con la loro accordatura bassa e scura, evidentemente non potevano rendere a dovere.

Dunque è stato più per curiosità che per convinzione che mi sono accostato al secondo album del gruppo originario del Maryland, intitolato Periphery II: This Time It’s Personal. 

Per chi come me, più attempato, non li conoscesse ecco brevemente qualche nota introduttiva; partiti qualche anno fa sull’onda di un prog-metal molto spinto ed aggressivo, si sono rapidamente spostati sul versante djent metal, quel genere che se vogliamo può avere come punto di riferimento i Meshuggah

Hanno all’attivo due Cd ed il primo, eponimo, data 2010. Gruppo dalle sonorità di assalto ma al tempo stesso molto variate, con un muro di chitarre davvero pauroso, tale da mettere in inferiorità acustica gli altri strumenti. Al loro attivo pure la capacità di mutare totalmente scenario sonoro in qualsiasi momento, passando da atmosfere di brutalità assoluta ad altre di insospettabile rarefazione.

Sono sei gli elementi che compongono la band : Spencer Sotelo è il cantante cui è affidato il compito di tenere testa ad un suono così massivo. Matt Halpern è il roccioso batterista che divide la ritmica con il bassista Adam “Nolly” Getgood. Misha “Bulb” Mansoor, Mark Holcomb Jake Bowen suonano chitarre a sei, sette e otto corde. Bowen e Mansoor si occupano anche delle tastiere; il lavoro è stato prodotto dagli stessi Periphery su etichetta Roadrunner.

70 minuti che lasciano senza fiato, pieni di sorprese e che pur tra alti (molti) e bassi (pochi) dipingono un quadro totalmente diverso da quello che avevo visto ed ascoltato dal vivo al PalaEvangelisti.

Finalmente i suoni si sentono tutti, scanditi, non più un magma indistinto dove la metà delle note andava perduta. Si ascolta il growl feroce di Sotelo alternato al clean, si riesce ad apprezzare il lavoro incessante della ritmica, le chitarre sono ovviamente ben presenti ma non sovrastano  completamente il resto.

Ben quattordici brani, sparati come proiettili, tirati allo spasimo dall’inizio alla fine che mettono in mostra una band dalla potenza devastante ma dotata anche di sufficiente varietà compositiva; quest’ ultimo forse è l’aspetto che più positivamente mi ha colpito, fa sì che il disco non si appiattisca finendo per diventare ripetitivo, considerandone anche la notevole durata. Metal per certi versi estremo ma che non rinuncia a improvvisi e rapidi fraseggi melodici, veloci spruzzate di colore che finiscono per caratterizzare maggiormente il suono dei Periphery.

Veri e propri colpi di maglio come Facepalm MuteJiRagnarok, Make Total DestroyMile Zero ; frammenti sognanti e densi come l’ intro Muramasa oppure l’ eterea Epoch.

Erised, nella quale Sotelo canta in “chiaro”, si annuncia come una ballad up-tempo che poi viene “spaccata” da un ottimo solo  di John Petrucci, ospite d’onore.

Un breve arpeggio riverberato apre Luck As a Constant, altro assalto, un massacro sonoro nel quale le chitarre girano a pieno regime. Ben presto però il canto di Sotelo tende a contrastare questa forza spaventosa, tanto che nella seconda parte il brano trova maggiore enfasi e coralità, andando a ritrovare la deriva prog metal.

Ci sono anche momenti che mi hanno coinvolto meno, come ad esempio Froggin’ Bullfish e la conclusiva Masamune ma nel complesso il risultato è più che soddisfacente.

Devo fare ammenda dunque ai Periphery, questo loro secondo capitolo è di sicuro convincente ed interessante; come detto, con ogni probabilità la sera che li ho visti sul palco tutta una serie di fattori concomitanti, negativi, ha reso penalizzante in eccesso la mia valutazione. Non so se sia possibile considerarli la risposta americana ai Meshuggah, personalmente non lo credo. Di sicuro adesso sarei curioso di assistere nuovamente ad un loro concerto, magari in condizioni acustiche migliori.

Max

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