Prosegue in questo 2012 l’incredibile sequela di come back discografici, anche a distanza di tempo immemore; questa volta è il turno degli Änglagård  i quali mancavano dalle scene dal lontano 1994. Un bel live nel 1996 (Buried Alive) e un concerto a sancirne la reunion (2003) e poi è seguito un silenzio che francamente non ne avrebbe fatto prevedere il ritorno.

Viljans öga, questo il titolo del terzo lavoro del gruppo svedese divenuto negli anni vera e propria band di culto. Molto apprezzati, quasi venerati in ambito new prog, in verità forse non hanno avuto neanche il tempo materiale per farsi conoscere a fondo; sicuramente dotati di gusto, raffinata tecnica e orecchio teso alla lezione del passato (King Crimson su tutti ed in parte Genesis) hanno in effetti coniato uno stile piuttosto personale, tale da lasciare il segno pur se con due soli titoli all’attivo. Magari, parere del tutto personale, in taluni casi li ho trovati un pò sopravalutati, incensati a dismisura da una critica di settore famelica forse di nuove icone.

Soffusi elementi di folk nordico sono andati via via intersecandosi con gli stilemi peculiari del progressive, generando così un suono diverso e abbastanza atipico nel panorama di genere.

I due album precedenti erano praticamente strumentali, faceva eccezione una parte di Hybris, il Cd di esordio (1992); lo schema si ripete per Viljans öga, composto da soli 4 pezzi che si possono considerare alla stregua di mini suite.

Mattias Olsson (batteria), Johan Brand (basso), Jonas Engdegård (chitarra), Thomas Johnson (tastiere) e Anna Holmgren (flauto) fanno il loro ingresso apparentemente in punta di piedi, costruendo melodie e sonorità prog dense di riferimenti classicheggianti. Producono così un album intenso e talvolta meditativo, un disco che non risulta subitaneo e da metabolizzare all’istante. Atmosfere oniriche e tetre si fondono di continuo, giochi di luce e oscurità abissali si rincorrono spesso, plasmando un suono interessante ma non facile da seguire.

A dispetto del tempo trascorso gli Änglagård riannodano in modo semplice i fili con il passato ma apportano qualche novità e modifica; la musica pare ancora più solenne, più orchestrale se vogliamo.

Scendendo nel dettaglio Ur Vilande si apre con un incipit quasi di musica classica, giocato tra flauto, tastiere e chitarra per poi fare posto ad un crescendo nel quale, da subito, le analogie con il suono del Re Cremisi si fanno inconfondibili. Pezzo bellissimo ascoltando il quale, chiudendo gli occhi, in alcuni momenti sembra di essere trasportati indietro di decenni. Il lavoro al flauto di Anna Holmgren è splendido, per carattere e gusto; Olsson si conferma un drummer di tutto rispetto nella scena prog. Nella parte finale pure le tastiere recitano una parte importante creando improvvisi squarci nella trama, molto variata, del brano.

Sorgmantel conferma un intro pastorale, quasi bucolica che poi lascia spazio ad un tema nel quale di nuovo il flauto è protagonista. Spuntano rimandi anche agli Yes, magari quelli meno melodici e un pò più spigolosi. Continui cambi di ritmo, tempi perennemente in evoluzione, dove si possono apprezzare la qualità e l’affiatamento del duo ritmico Brand/Olsson. Il suono della chitarra di Engdegård si mantiene ispido ma ben presente, fa e disfa la tela musicale senza sosta. Va ascoltata con calma e attenzione più di una volta ma ne vale senza dubbio la pena.

Ottimo episodio è la seguente Snardom, con i suoi sedici minuti la traccia più lunga. Linee di basso secche e potentissime, a guidare una suite che pare uscita dalla penna di Fripp ! Tra continue “fratture” e “de-costruzioni” , passaggi lineari evocativi frammisti ad altri ben più aspri, si viene letteralmente spazzati via da un tornado di note. Non mancano momenti quasi lirici, punteggiati da illuminanti soli della chitarra ma è l’insieme, la coralità, il peso musicale della band che colpisce. In assoluto Snardom è passaggio che ritengo imperdibile nell’economia del disco con un finale travolgente.

Il quartetto è completato da Langtans Klocka la quale si muove all’incirca sulle stesse coordinate. Un intro molto tranquilla ed eterea sfuma pian piano, rilevata dal consueto alternarsi di tessiture sonore, ora più fluido, ora molto più complesso. Il pezzo  è ben articolato ma forse paga un pò di ripetitività, diventa un pò troppo schematico.

In grandissima evidenza la ritmica con partiture tra le più composite, un notevole incremento delle parti di flauto della Holmgren, squarcianti interventi di chitarra e tastiere; questi sono i capisaldi sui quali poggia la musica degli Änglagård che si sono ottimamente riproposti con  un bell’ album, degno successore di Epilog, del quale forse è anche oltre come qualità.  Non credo si possa gridare al capolavoro ma certamente questo è un disco da gustare.

Max

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