Miscelando tra loro elementi hard rock e pop rock ed innestandoli su di un tessuto progressive, i Saga sono arrivati senza eccessivi clamori al ventesimo capitolo della loro discografia, intitolato appunto 20/20.  Carriera abbondantemente rodata e longeva per la band canadese che si è dimostrata pure molto prolifica se si pensa che l’album omonimo di debutto data 1978 . Pochi gruppi hanno mantenuto negli anni un approccio così coerente ed onesto verso la propria musica ed il proprio pubblico, da sempre molto numeroso nel nord Europa oltre che in nord America; nonostante alcune defezioni, sostituzioni e ritorni il loro sound si è mantenuto nel tempo sostanzioso e variato, composito e (volutamente?) non ha mai preso un’ indirizzo estremamente orientato. Come spesso accade in casi simili questa scelta ha comportato il rivelarsi di due facce della stessa medaglia; se da un lato i consensi e le risposte di vendita non sono mai mancate dall’altro ciò ha fatto sì che i Saga siano a mio parere rimasti confinati in una sorta di limbo, seppure dorato.

Sebbene siano sempre stati etichettati in ambito progressive le influenze hard e talvolta pop che li hanno contraddistinti ne hanno fatto un gruppo sui generis.

Accostati da più parti agli Asia, pcon ogni probabilità non al pari livello tecnico di ogni singolo musicista, in realtà negli anni hanno saputo fare meglio grazie ad un suono più massiccio e costruito, anzichè orientato verso i passaggi radiofonici. Momenti A.O.R.  ne hanno vissuti anche i canadesi ma le loro origini prog non sono mai state ripudiate; in questo frangente poi, come vedremo meglio, si possono trovare dei punti di contatto con i connazionali Rush.

La novità principale di questo disco è rappresentata dal ritorno di Michael Sadler dietro al microfono che si è ripreso il posto occupato dal singer Rob Moratti per The Human Condition (2009). Accanto a lui gli inamovibili Jim Crichton (basso e tastiere), Ian Crichton (chitarra) e Jim Gilmour (tastiere, clarinetto e voce). Alla batteria, ruolo molto “caldo” nella storia della band, questa volta troviamo Mike Thorne, fresco di nomina.

Nel formato classico di dieci tracce, l’intro è affidata a Six Feet Under ed è una partenza felice; giusto mix tra potenza, spinta e melodia. Sadler si riassesta con naturalezza al centro del gruppo in un brano che da subito fa pensare, come dicevo prima, ai Rush pur con le dovute differenze e proporzioni. Ritmica variata e pulsante, chitarra di Ian Crichton in buona evidenza.

Anywhere You Wanna Go è un pezzo dal tipico “Saga sound”, riff potenti e decisi, con qualche concessione melodica un pò più facile. Pattern strutturati con maggiore convinzione regalano uno spessore notevole al suono; il refrain è forse ripetitivo in eccesso ma è controbilanciato dall’andamento interessante del brano.

Momento più raccolto è rappresentato da Ellery dove la voce ed il controcanto di Gilmour si intrecciano su una ballad mid-tempo in perenne movimento circolare. Se ad un primo ascolto può sembrare un passaggio easy in realtà, riascoltandola, si fa  apprezzare per la costruzione.

Una delle tracce più dure, hard, è senza dubbio Spin It Againsecondo una formula ormai collaudata ad un ritornello corale piuttosto semplice fa da contraltare un suono possente e deciso. Ripeto, siamo in ambito hard rock, niente di più ma è un terreno dove i Saga sanno muoversi molto bene. Immancabile un bel solo della sei corde di Crichton; pezzo che forse rimanda di getto agli Asia di un tempo, quelli più spumeggianti.

Another Day out of Sight si muove sulla stessa falsariga, con un’ ottima parte di chitarra ma forse con meno impeto e propulsione. Buona prova, non certo la migliore del Cd.

Molto meglio si va con la seguente One of These Days che si riappropria della spinta iniziale; continuano, a folate, i richiami ai Rush. Va dato atto anche al giovane batterista di essersi inserito a meraviglia in un contesto musicale non certo facile da intuire; grande lavoro del basso di Jim Crichton.

Ball and Chain è un altro pezzo firmato essenzialmente dalla voce acuta di Sadler e dal suono tipico della band, anzi, quasi un tuffo nel passato musicale dei canadesi. Curato l’arrangiamento e con un bell’interludio del piano suonato da Jim Gilmour.

Uno dei brani più coinvolgenti resta a mio parere Lost for Words, immancabile ballad nel repertorio della band. Partitura piuttosto prevedibile ma canto, arrangiamento e un  breve solo di chitarra da brividi fanno il resto !

Si ritorna a sonorità hard con Show and Tell, nella quale nuovamente fanno bella mostra buone parti di canto. Hard rock riferito ai Saga, giova ricordarlo, è sempre da intendersi non dimenticando la commistione con il prog, unito a ritornelli di presa immediata; il marchio di fabbrica della band.

Till the Well Runs Dry conclude in modo positivo il disco, confermando una ritmica ancora propositiva e la presenza di un chitarrista estremamente attivo e tecnico. Senza volere togliere nulla al valido Rob Moratti, Michael Sadler mostra una marcia in più e sopratutto una maggiore consuetudine.

Un bel lavoro questo 20/20; si ascolta volentieri, spinge con la giusta verve, contiene qualche passaggio prog di buona fattura e i momenti “catchy”, anche se non mancano, non sono mai pacchiani o di una banalità imbarazzante. Sono portato a considerarlo uno dei migliori lavori prodotti dalla band dell’ Ontario negli ultimi anni, più convinto e con buone idee; volendo tentarne una collocazione tra le uscite del 2012 direi molto meno dei Rush ma molto meglio degli Asia.

Max

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