E finalmente è giunto il seguito a The Formation of Damnation, album che nel 2008 aveva segnato il ritorno sulle scene dei Testament. Sempre su etichetta Nuclear Blast arriva sugli scaffali Dark Roots of Earth che vede l’ottimo lavoro alla produzione di quel Andy Sneap che si sta rivelando sempre più un punto di riferimento (Accept, Megadeth, Cradle of Filth, Nevermore, Kreator, Cathedral tra le tante collaborazioni). Decimo sigillo dunque per la band californiana nella quale si registra il ritorno alla batteria di Gene Hoglan che ha rilevato Paul Bostaph; ruolo particolare quello del drummer se è vero che durante la carriera dei Testament se ne sono succeduti ben una decina, tra i quali non si possono dimenticare John Tempesta e lo stratosferico Dave Lombardo degli Slayer.

Un gruppo che sopratutto a cavallo tra le due decadi ’80-’90 ha firmato alcune delle migliori e fondamentali pagine del thrash metal, con una inarrestabile cavalcata cominciata con The Legacy e che si è arrestata solo sette anni più tardi con Low. Di lì è cominciato un rendimento più altalenante ma pur sempre di alto livello, tanto da arrivare a produrre nel 1999 uno degli album dei quali più si è scritto e narrato in ambito thrash, cioè The Gathering.

Anni di silenzio e poi la reunion con il ritorno discografico di quattro anni fa, sino a questo atteso Cd. Detto del batterista si confermano le altre presenze a cominciare dal leader Eric Peterson (chitarra), coadiuvato dalla chitarra solista di Alex Skolnick; al basso Greg Christian e, a chiudere, la voce del nativo e corpulento Chuck Billy.

Nove pezzi deflagranti compongono l’album ed è da notare che nella versione scaricabile da iTunes è disponibile uno dei brani in scaletta con Chris Adler dei Lamb Of God alla batteria (chissà che di nuovo non sia alle viste un cambiamento dietro le pelli….).

Rise Up è il primo proiettile sparato con inaudita ferocia; riff granitici delle chitarre accompagnano l’incessante lavoro della ritmica, mentre la voce sporca di Billy si attesta perfettamente al centro della scena, alternando cantato in clean ad unl growl piuttosto basso.

In Native Blood va sottolineato l’apporto della chitarra di Skolnick, decisivo e riuscito in alcuni passaggi. Il ritmo si mantiene ovviamente alto ed incalzante grazie ad un Hoglan in stato di grazia che, tra l’altro, inserisce parti in blast beat. Il songwriting di Peterson si conferma molto solido.

Nel brano che da il titolo all’album si evidenzia ancor maggiormente il lavoro delle chitarre, con un Skolnick a mio parere molto ispirato. Brano denso di variazioni e repentini cambiamenti, più strutturato ed articolato dei precedenti, uno dei passaggi più interessanti.

True American Hate riprende a spingere all’impazzata come nella migliore tradizione di quello che definirei “classic thrash”. Billy continua instancabilmente ad alternare timbri e tecniche vocali diverse, riuscendo a conferire al pezzo ulteriore forza. Scale a velocità siderali si rincorrono sul manico delle sei corde.

Un ruvido giro di basso introduce A Day in the Death dove tra sferzate di chitarra campeggia il canto tiratissimo del vocalist. E’ un ritmo massiccio, una notevole forza d’urto possente e diretta sulla quale si rincorrono le due chitarre.

Cold Embrace si apre con un bellissimo duetto tra le chitarre, una delle quali arpeggia una melodia sulla quale Skolnick ricama con un solo di grande intensità. Una ballad suggestiva ed avvolgente che se può rivelarsi inaspettata o spiazzante, in realtà regala piacevolissime sensazioni.

I Testament riprendono a menare fendenti con la seguente Man Kills Mankind, brano che, se da una parte forse sconta un pizzico di prevedibilità nel refrain, dall’ altra offre una panoramica totale sulla potenza e l’impatto della band americana.

Throne of Thorns imprime un’ ulteriore accelerazione, il sound si fa ancora più serrato mentre Billy canta oramai quasi totalmente in clean. Si riscontra anche una certa varietà di tempi che giova assolutamente al progetto, consentendogli di non appiattirsi troppo sui dettami precisi e rigidi del thrash più oltranzista. Mi devo ripetere ma Hoglan e Skolnick ancora sugli scudi.

A chiudere, Last Stand for Independence, ultimo missile sparato dai californiani; traccia spettacolare per la brutalità che emana, non lascia scampo.

A ben vedere dunque, dopo venticinque anni, i Testament sono ancora vitali e in grado di produrre un album degno di nota; diverso rispetto a The Formation of Damnation, questo Dark Roots of Earth si segnala come l’ennesimo buon disco del quintetto, a mio parere più corposo e delineato e dotato di tanto tiro. Considerati da molti un’ incollatura dietro ai Big 4 ( per altri Big 3) di certo negli anni sono riusciti a mantenere uno standard qualitativo medio-alto e questo non è un merito da poco.

Max

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