Steve Vai The Story of Light 2012

Pubblicato: agosto 12, 2012 in Recensioni Uscite 2012
Tag:, , , , ,

Capelli corti, occhiali scuri, un look rinnovato e una maturità musicale ormai raggiunta; così si presenta Steve Vai in occasione dell’uscita del suo ottavo album in studio, The Story of Light. In novembre avremo occasione di vederlo in Italia per tre date dopo il consueto passaggio nei G3 con Satriani Steve Morse. Come ho già avuto modo di dire in passato ho sempre qualche remora ascoltando i lavori solisti di un guitar-hero perchè troppo spesso la tecnica, talvolta fine a sè stessa, la fa da padrona, incontrastata. Le composizioni risultano scarne e tutte tese a mettere in evidenza le capacità del musicista diventando spesso un delirio difficile da seguire con piacere. Funambolismi estremi e ripetuti si trascinano in una deriva onanistico -chitarristica che finisce per stancare e non regalare alcuna emozione. Neanche a farlo apposta proprio Vai è stato per molto tempo a mio avviso uno dei portabandiera di queste interpretazioni che lasciavano quasi un senso di fastidio; l’età, si sa, porta consiglio e saggezza e nel 2005, anno di uscita di Real Illusions: Reflections, ha finalmente dato chiari segnali di una cura maggiore delle composizioni. Non solo dunque frenetiche cavalcate tra shredding e tapping ma anche un articolarsi della struttura dei brani che finalmente mi aveva ben impressionato. Non poteva mancare qualche gemma da axe man consumato ed in effetti Lotus Feet aveva il suo peso.La sua Ibanez Jem bianca urla terribilmente anche in The Story of Light, accompagnata da una band rodata negli anni che vede ancora Jeremy Colson alle pelli, Philip Bynoe al basso, Dave Weiner alla chitarra; a complemento l’arpista californiana Deborah Henson-Conant.

Metalhard-rock o come meglio si vogliano classificare gli album del chitarrista americano contengono da sempre vere chicche per i chitarristi, con tablature quasi esoteriche per la loro complessità. Questa volta però l’ex ragazzo prodigio scoperto da Frank Zappa non si è limitato a sciorinare tutto il suo virtuosismo ma è riuscito a dare omogeneità e più spessore al song writing. Un album infarcito di un sound se vogliamo più introspettivo, specchio della personalità dell’autore; non mancano passaggi epici e dilatati ma l’impressione generale è che il suono fluisca meglio e che tutte le parti siano più delineate e curate.

Brani come la title track e Velorum, suonati con la sette corde ad enfatizzarne il sound donandogli profondità, sono un ottimo biglietto da visita, intrigante e ottimamente riuscito. Da subito si percepisce la volontà del chitarrista di andare oltre gli scontati stereotipi alla ricerca di qualcosa musicalmente più compiuto; sono i due brani nei quali forse si ha più l’idea di una band vera e propria, con un’ architettura musicale molto più complessa.

Creamsicle Sunset è una ballad intensa ed evocativa, suonata tra lap steel e sei corde. In  Gravity Storm ritroviamo il Vai pesante e grintoso, l’ alieno della chitarra in grado di spaccare qualsiasi brano con i suoi riff taglienti e variegati e l’incredibile uso del tremolo.

Da sottolineare l’apporto dell’arpa della Henson-Conant in Mullach A’tSi, pezzo delicato con spruzzate etniche nel quale Vai arpeggia anche sull’acustica.

The Moon and I riflette con le sue note un periodo, più che uno stato d’animo, di Vai; carico di emotività il pezzo lo vede disimpegnarsi anche alla voce. Bella l’atmosfera che ne scaturisce, densa e pregnante.

Nuovamente con la sette corde per Weeping China Doll, aperta da un’intro epica e solenne che contiene dei soli mozzafiato, ben amalgamati però con il resto degli strumenti.

Racing the World è un altro passaggio al fulmicotone nel quale si evidenzia il Vai di oggi, inarrivabile maestro dello strumento che probabilmente ha compreso l’importanza di uscire da un personaggio, componendo con altra intensità.

In un agosto sin qui avaro di uscite interessanti segnalo The Story of Light per la sua particolarità; Steve Vai ha cominciato lentamente un percorso che con ogni probabilità sta dando i suoi frutti. Non più e non solo intrappolato in un ruolo, quello del guitar hero, che alla lunga lo ha reso prigioniero di sè stesso ma finalmente in grado di produrre dischi validi che non siano solo una “mera” esposizione della sua impressionante abilità. Questo Cd è un ulteriore conferma.

Max

commenti
  1. gigi scrive:

    Scusami tanto, ma da quello che leggo capisco che tu di tecnica non capisci nulla. Detto questo, se non capisci di tecnica come puoi giudicare la tecnica? Purtroppo si vive sempre e costantemente in un pregiudizio tale che se si va veloci non si esprimono al contempo altre qualità, ovvio è una questione di gusti, ma se il tuo genere non è quello solista come fai, e al tempo stesso, come ti permetti di fare una recensione su un disco solista? per lo meno impara a scrivere che è la caratteristica principale di chi vuole comunicare qualcosa….steve con la musica lo fa’ e da molti ma molti anni……

    • Max scrive:

      Bene Gigi, prendo nota dei tuoi suggerimenti per il futuro, magari nel frattempo comincia ad usare dei toni più garbati per esprimerti. Resta inteso che se non ti piace come e cosa scrivo non sei obbligato a leggere, di blog ce ne sono tanti sul web, anzi…perchè non te ne fai uno tu ?
      Ad maiora
      Max

  2. Piaero scrive:

    Caro Max ti ringrazio per la stimolante recinsione e ti faccio i complimenti per il blog, che leggo sempre con interesse.
    Anche io, come te, non credo molto alla deriva iper-tecnica che ha monopolizzato gli ultimi 30 anni di chitarra rock e dunque sono sempre stato piuttosto diffidente verso questi generi di artisti. Sarà per via della mia (veneranda) età, o per via di una preparazione musicale appena appena sufficiente, ma certi album mi lasciano più mal di testa che altro. Ah, come rimpiango gli splendidi sessanta, gli albori del rock ‘n’ roll, la musica divertente e spensierata, semplice e schietta. Ed ora, con le pinne il fucile e gli occhiali, come cantava l’indimenticabile Edoardo Vianello, vado a godermi gli ultimi scampoli d’estate dando la caccia ai ricci di mare.

    Piero.

    • Max scrive:

      Ciao Piero,
      sono contento che ti piaccia il blog, grazie !
      Quanto all’iper-tecnicismo e alla velocità supersonica ben vengano, ne sono un convinto estimatore e ne rimango incantato…a patto che siano accompagnate da sostanza musicale ed in grado di trasmettere emozioni.
      Buona pesca !
      Max

  3. Andrea Necci scrive:

    Ho ascoltato l’ultimo lavoro di Vai distrattamente per un paio di volte e onestamente non ne sono rimasto più di tanto colpito.
    Detto questo giusto pochi giorni fa pensavo che, sebbene abbia scritto dei pezzi per chitarra a mio parere sublimi (tecnica a parte), non sia mai riuscito a tirar fuori un album completamente convincente a livello compositivo a differenza, per esempio, di un “Surfing with the Alien” di Satriani.

    • Antonio scrive:

      Concordo pienamente sulla qualità musicale dell’album che lascia un po a desiderare e sul fatto che Joe Satriani in fatto di composizione pare più lineare e quadrato; “surfing with the alien” ne è testimonianza fattiva. Personalmente a questo ultimo cd di Vai preferisco di gran lunga l’ultimo di Kiko Loureiro “Sounds of innocence” uscito appena un mese prima e musicalmente bellissimo e ricco di spunti in tutte le tracce; peccato che non abbia il budget ed il manager di Vai, perchè avrebbe ancora più considerazione al livello mondiale.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...