Se esiste una band che da anni mi incuriosisce e mi stimola ad ogni uscita questi sono senza dubbio i Katatonia, autori nell’ultimo decennio di quattro ottimi album, pieni di spunti interessanti e vari. Unendo una buona tecnica a fantasia e gusto sono spesso riusciti a centrare l’obiettivo con produzioni raffinate e mai banali, attraversando stili diversi che hanno contrassegnato varie fasi della loro carriera: death/doom, doom metal, gothic metal alternative metal. La capacità di non ripetersi all’infinito è già merito non da poco ma lo è ancora di più quella di riuscire a lasciare il segno comunque, anche allontanandosi dall’alveo più comodo e oramai consolidato. Pare trascorsa un’era geologica dal death/doom di Dance of December Souls che in effetti data 1993; da allora però molte e ripetute trasformazioni hanno accompagnato il suono del gruppo svedese sino ad arrivare allo splendido Night Is the New Day (2009) che ne ha ribadito e certificato il successo. A costo di essere monotono voglio sottolineare l’importanza (e la rarità) di riuscire a centrare quattro ottimi dischi CONSECUTIVAMENTE.

Validissimi musicisti senza essere dei prodigi, abili nel sapere fondere malinconiche melodie con tempi rallentati che possono subire improvvise accelerazioni, tali da stravolgere (sensatamente) il brano in esecuzione. Tematiche depressive e depresse, visionarie, al limite dell’incubo a occhi aperti, spazi infiniti nei quali perdersi e magari ritrovarsi; bianchi e neri squarciati da lampi di colore vivido.

Questo e altro sono i Katatonia che se non annoverano tra le loro fila dei mostri sacri, hanno dalla loro una grande vena compositiva.

Dead End Kings, nono capitolo, è forse la continuazione del disco precedente ma in qualche modo, ancora una volta, ne prende anche le distanze; continua così questo incredibile e voluto “elastico”, un indirizzo che per molti altri gruppi potrebbe trasformarsi in un gioco al massacro e che invece, nel caso di Renkse e compagni è fonte di vitalità espressiva e compositiva. Non pago di tutto ciò il combo di Stoccolma ha visto rivoluzionare per due quinti la formazione: dopo tante avventure musicali i fratelli Norrman hanno lasciato, sostituiti rispettivamente da Niklas Sandin (basso) e Per Eriksson (chitarra). Inamovibili, i co-fondatori Jonas Renkse (voce) e Anders Nyström (chitarra solista); chiude il cerchio, alla batteria, l’ormai ultra-collaudato Daniel Liljekvist.

I brani e la produzione sono firmati dal duo Renkse/Nyström mentre il mixing vede all’opera pure quel David Castillo già noto per il suo lavoro al fianco degli Opeth; qualche parola va spesa anche per la copertina di Travis Smith,  a dire poco inquietante come sempre.

The Parting, opener del lavoro, alterna potenza e decadenza, una perenne altalena di emozioni scandita dalla calda voce del singer che si destreggia tra continui start e stop, modulando il suo timbro. Epica e coinvolgente la parte conclusiva.

A sorpresa arriva la suadente voce di  Silje Wergeland (The Gathering) a doppiare quella di Renkse; The One You Are Looking For Is Not Here risulta uno dei passaggi forse più immediati ma non per questo meno attraente. L’impasto vocale tra i due è di primo ordine ed il brano è permeato di grande atmosfera.

Note scandite di un piano introducono Hypnone dove nuovamente il canto in qualche modo decadente del vocalist è accompagnato da grandi aperture musicali della band. La batteria di Liljekvist si distingue per un lavoro pulito, presente e fantasioso; bello e catalizzante un solo della chitarra di Nyström.

The Racing Heart rimane a mio giudizio uno dei momenti in assoluto più alti del disco; sprigiona disperazione, avvolto in una cappa di oscurità che viene talvolta squarciata da repentine aperture. Un vero condensato di tutti gli elementi musicali attraversati dai Katatonia, sapientemente fusi e tenuti insieme.

La successiva Buildings giunge a mutare scenario, con una ritmica che apre spingendo molto di più, imponendo un ritmo che non ammette repliche. Come d’uso però la trama viene spesso spezzata e mutata nel suo andamento che risulta decisamente sinuoso; difficile trovare passaggi scontati o noiosi.

Nuovamente il piano, malinconico, per presentare Leech, sorta di ballad se così si può definire; ancora una volta va rimarcato il corposo lavoro del duo basso/batteria. Consueto snodarsi lento del pezzo, trafitto a momenti da istantanei assalti sonori.

Altro episodio impregnato di calore ed intensità è senza dubbio Ambitions; la voce di Renkse riesce a padroneggiare nuovamente la scena carica di emozionalità e la band gli gira intorno con la precisione di un metronomo. Etereo, soave, triste, il suono della band è capace di arrivare in profondità così come è in grado di impennarsi inaspettatamente.

Undo You si può descrivere ma credo più che altro valga la pena di essere ascoltata. Canto e controcanto sono a suggellare un brano e un’ atmosfera che testimoniano il motivo per il quale gli svedesi siano stati definiti in passato ” Master of Decadence “. Bellissimo.

Con un ritmo più serrato si annuncia Lethean, pezzo musicalmente più “aperto” e spedito nel quale sono le chitarre a mettersi in evidenza con riff più duri e massicci.

First Prayer si muove su una direttrice assimilabile alla precedente, sonorità più spigolosa con successivi stacchi e ripartenze.

Epilogo del disco è Dead Letters, forse il momento più metal dell’intero Cd. Bisogna fare attenzione che in questo caso il termine metal, associato ai Katatonia, assume valenze piuttosto particolari. In ogni caso trovo Dead Letters una gran chiusura, di estrema soddisfazione.

Undici pezzi gravidi di un’ atmosfera brumosa, pesante, minacciosa, a tratti disperata; un viaggio musicale che pare non avere fine e dal quale, in ogni caso, se ne esce piacevolmente storditi. In attesa delle due date in Italia di fine novembre non mi resta, semplicemente, che consigliarlo; non ve ne pentirete !

Max

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commenti
  1. Dario Lo Cascio ha detto:

    Attendo con ansia questo disco, che ancora devo ascoltare. La tua recensione però mi fa ben sperare. Tu definisci splendido “Night is the new day”, ma sinceramente io l’ho trovato un tantino freddo e poco coinvolgente, anche se ottimamente suonato. Vedremo cosa uscirà fuori da questo nuovo lavoro!

    • Max ha detto:

      Ciao Dario, quando si parla di emozioni tutto diventa relativo e sopratutto soggettivo. Ancora una volta la musica dei Katatonia riesce ad arrivare, eterea ed. oscura. Poi , certo, non è detto che a ognuno di noi giunga allo stesso modo.

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