Appartenenti a quella che è stata una ondata di gruppi svedesi new prog, a distanza di un solo anno si ripropongono i Beardfish con il nuovo album intitolato The Void su etichetta Inside Out. Band estremamente prolifica, se consideriamo che questo è già il settimo lavoro in studio in soli nove anni (!), si è segnalata sin dall’esordio per la buona qualità della proposta musicale che successivamente però non sempre si è mantenuta costante. Rendimento discontinuo grazie al quale sono stati in grado di sfornare dischi molto interessanti quali Sleeping in Traffic: Part One (2007) Destined Solitaire (2009) ma anche episodi deludenti come Mammoth (2011). Proprio da qui sono ripartiti e dunque si è trattato di un avvio complicato, in salita. Dico subito che, almeno personalmente, i punti persi con il Cd del 2011 sono stati prontamente riconquistati; The Void è un progetto riuscito, abbastanza diverso dai precedenti perchè in alcuni momenti ci si trova davanti ad un sound indurito, molto più spesso e a tratti risoluto. Non potevano mancare parti più liriche e melodiche, geneticamente della band, ma la valutazione dell’insieme propende per un lavoro di stampo differente dai predecessori.

In assoluto non è neanche una novità perchè se da un lato i canonici Yes, King Crimson Genesis sono stati le fonti di ispirazione originarie, con gli anni i Beardfish hanno trovato  “assonanze” con gruppi più vicini nel tempo quali ad esempio The Tangent. Inoltre sono riusciti via via a maturare un loro imprinting che li ha portati a costruire un approccio almeno in parte alternativo e personale, comprendente persino rivoli fusion neanche poi tanto velati.

La formazione è pressoché immutata sin dall’ inizio e prevede Rikard Sjöblom (voce, tastiere, testi), David Zackrinsson (chitarra), Robert Hansen (basso) e Magnus Östgren (batteria).

La voce narrante del tastierista-cantante dei Tangent, Andy Tillison, consuma la rapida Introduction; di qui parte un inaspettato assalto in stile prog-metal. Sto parlando di Voluntary Slavery, vero brano introduttivo del disco che conferma immediatamente la volontà della band di incupire ed irrigidire la propria sonorità. “Un album che celebra l’amore e la perdita, la vita e la morte, il coraggio necessario per continuare ed andare avanti”. Queste a grandi linee le dichiarazioni dei musicisti presentando The Void ed in effetti rendono bene l’idea riguardo la musica suonata.

A seguire Turn to Gravel che mantiene una certa graniticità, sostenuta da nette linee di basso mentre la voce di Sjöblom rimane in primo piano, abile nell’ intervallare timbri diversi. Notevole anche il lavoro della chitarra nella parti iniziale e  conclusiva, conferisce ulteriore “cattiveria” alla traccia.

Il basso di Hansen è nuovamente grande protagonista in They Whisper, ben assecondato da un drumming preciso e dalle tastiere. La lezione degli Yes si fonde in qualche modo al prog moderno di matrice americana originando un sound insolito o, perlomeno, individuabile come particolare. La voce del singer è caratteristica, modula su più toni ma qui, personalmente, non riesce a conquistarmi pur riconoscendogli il giusto valore. Questione di sintonia personale, niente di più.

This Matter of Mine decolla con ancora maggiore rapidità, basando la propria intro su un lavoro alle pelli pazzesco di Östgren. Il cantato si fa a tratti feroce, persino con un lieve accenno di growl mentre la ritmica risulta martellante. Controtempi si sprecano e impreziosiscono uno dei brani che più mi hanno coinvolto. Esaurita questa prima fase entra in gioco la chitarra, dapprima con funzioni di raccordo e poi prendendosi il proscenio sino ad un outro arpeggiata.

Con uno start molto jazzy di piano comincia Seventeen Again, pezzo davvero in multicolor, nel senso che i Beardfish spaziano dalla fusion al prog d’annata, tra Genesis, Gentle Giant e ELP. Singolare e gradevole commistione per uno dei passaggi più convincenti del disco.

Si prosegue con l’ottima  Ludvig & Sverker nella quale il canto di Sjöblom si assesta perfettamente al centro del brano; esce fuori prepotentemente la vena più prog della band con cambi di tempo e mutamenti di scenario musicale repentini. Pezzo che si dilata per circa otto minuti ma che rimane “fresco” sino al termine.

Uno scroscio di acqua sfuma in lontananza, interrotto da un arpeggio di piano e da alcuni duri accordi di chitarra, infine da un Hammond; He Already Lives in You presenta così gli strumenti protagonisti del brano, che ondeggia tra atmosfere sospese e vecchie reminiscenze seventies. Impatto, potenza, condite da un patina sonora oldies molto azzeccata.

Divisa in quattro sezioni Note è la mini-suite che non poteva mancare.  Sedici minuti scanditi e tirati con l’ Hammond ancora in buona evidenza. Epica e martellante, segna uno dei momenti da non perdere dell’intero lavoro.

Una chitarra sporca, distorta, con distorsore e wha-wha in primo piano annuncia Where There Lights Are Low, gran bel pezzo in chiave rock-blues; nel finale dei cori ammantano il brano pure di venature psichedeliche.

Si trovano tante cose in questo The Void, tanti elementi diversi ben combinati tra loro ma sopratutto si ri-trova una band che a mio parere si riscatta ampiamente dal passo falso di Mammoth. C’è da dire che quando un gruppo sforna dischi con la continuità dei Beardfish l’inciampo ci può stare; quel che conta è che sia rimasto tale. Non è assolutamente l’inizio  di una china discendente.

Max

commenti
  1. Jacopo scrive:

    Nulla vieta di pensare male o di qualche caduta di tono. Ma qual’è il passo falso un un disco come mammuth ? Void secondo il mio parere è la naturale evoluzione di un suono “indurito” già inserito in mammuth che reputo fantastico , ma non vedo il motivo del “deprezzamento” del platter a partire da una copertina davvero incredibile.

    • Max scrive:

      “…Anni fa sono giunto alla conclusione che ognuno sente la musica in modo diverso. Non si può mai ottenere il consenso di tutti perché si tratta di un viaggio personale. Alcune canzoni ti emozionano altre no….E’arte, non è uno sport….” (Geoff Tate dal libro “Prog Metal” di Jeff Wagner).
      Personalmente, fatta eccezione per And The Stone Said: If I Could Speak e Akakabotu, Mammoth mi ha coinvolto meno degli altri album. Detto questo, resta solo una mia valutazione, non ha alcuna pretesa di verità assoluta. Giusta la tua annotazione per la magnifica copertina dello stesso autore di Destined Solitaire.

      • Jacopo scrive:

        ti ringrazio per la cortese risposta . La mia non era una critica sulla tua recensione è che non era stato dato un motivo ma solo il dato del flop dell’album quando altri recensori lo hanno promosso a pieni voti, naturlaente concordo con quest’ultimi; mi piace però confrontarmi con pareri contrastanti.
        Grazie ancora e buon lavoro

  2. Alex scrive:

    Quello che noto in questi ultimi due lavori dei beard e soprattutto in questo e il progressivo abbandono di un certo mood allegrotto e tal volta un po’ “cazzoncello” , passatemi il termine, a favore di una musica piu malinconica e più dura. The void semplicemente riafferma le direzioni che gia cominciavano ad emergere dal precedente , a mio parere ottimo anche se con qualche calo, Mammoth. A primo ascolto trovo questo the void un ottimo album anche se rispetto a lavori precedenti non noto veri picchi. Ma credo che per recensire o dare una vera opinione ad un genere complesso come il prog bisognerebbe essere soggetti ad una legge che vieti la recensione prima di un mese intensivo di ascolto. Ancora dopo un anno che ascolto Sleeping in traffica pt 2 mi stupisco di alcuni fraseggi che ancora non avevo assimilato o notato del tutto.

    • Max scrive:

      Che il prog sia piu’ articolato di altri generi e’ acclarato, poco ma sicuro. Talvolta pero’ l,esperienza e l’ eta’ (purtroppo) aiutano….
      Sicuramemte i ripetuti ascolti servono a inquadrare meglio il disco, da sempre e’ cosi’.

  3. Mister Magnum scrive:

    Sono quanto mai indeciso sull’acquisto o meno, ho adorato gli Sleeping in traffic, ma Mammoth mi ha lasciato un po’ stuccato.

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