Brutti, sporchi e cattivi; segnati dalla sfortuna e dalle disgrazie, paladini da sempre del southern rock, sono ancora sulla breccia. Con immenso piacere accolgo dunque questo Last of a Dyin’ Breed, ultima fatica dei gloriosi Lynyrd Skynyrd ! Ha poco senso stare qui a ripercorrere le gesta della band di Jacksonville, su di loro è stato detto tutto; vale la pena ricordare che della formidabile formazione originaria è rimasto solo il chitarrista Gary Rossington con le sue inseparabili Gibson. Proprio grazie a Rossington e a Johnny Van Zant, fratello del compianto Ronnie, verso la fine degli anni ’80 gli Skynyrd (rinnovati per cause di forza maggiore) tornarono in vita per la seconda parte della loro carriera. Erano cambiati purtroppo quasi tutti gli interpreti ma il cuore pulsante, la voglia di suonare rock e di rimanere… “One more from the road” erano rimaste inalterate. Questi sono gli elementi che da sempre hanno contraddistinto questo gruppo tanto che in più di un’ occasione, anche per i lutti dai quali sono stati segnati, sono stati accomunati agli Allman Brothers.

Rock diretto, immediato, senza fronzoli ed orpelli, con evidenti derivazioni e tributi al blues; un forte attaccamento alle radici, alle tradizioni musicali, degli stati confederati. Un rock che viene dal basso, privo di architetture sonore particolarmente elaborate ma che negli intenti deve arrivare diritto al cuore di chi ascolta.

 A distanza ormai di decenni si può affermare con tranquillità che la missione sia stata compiuta; da pagine indimenticabili del passato quali Free Bird, Workin’ for MCASweet Home AlabamaThe Needle and the Spoon sino ai lavori più recenti della seconda fase, Rossington e compagni si sono ritagliati un posto tra le band storiche di riferimento.

A beneficio di chi ne avesse perso le tracce ( l’ultima uscita risaliva al 2009, God & Guns) ricapitolo quella che è l’attuale line up, tenendo presente che purtroppo anche la seconda reincarnazione ha visto decedere qualche elemento. Dunque al momento oltre ai già citati Rossington e Johnny Van Zant (voce), ci sono il nuovo bassista Johnny Colt (Black Crowes), l’ ex Accept Michael Cartellone alla batteria, Rickey Medlocke e Mark Matejka (chitarre) e il funambolico John Lowery come chitarrista aggiunto in alcuni episodi.

Sei corde al potere come tradizione dunque anche in Last of a Dyin’ Breed che esce per Roadrunner, prodotto da Bob Marlette ( Quiet Riot, Alice Cooper, Tony Iommi); undici pezzi grondanti sudore e calore di southern-rock-blues a stelle e strisce. Un pugno di songs dove manca l’anthem, il pezzo indimenticabile ma che risultano coese e di grande efficacia. Da sempre la forza dei Lynyrd è stata l’insieme, l’urto del gruppo nella sua totalità, il darsi completamente in studio e sul palco. Se è difficile oggi ripetere certi picchi raggiunti in passato non lo è invece riuscire a proporre ancora del materiale valido ed accattivante.

Dunque tra slide guitar, soli strazianti, duelli e cavalcate chitarristiche non manca niente di ciò che ha reso popolare questo gruppo; dalla title track (uscita su singolo) con i suoi suoni iniziali di bottle-neck che sfociano nel più classico dei southern rock al rock blues bollente di One Day at Time in cui  Van Zant offre una splendida prova vocale.

Dal rock graffiante di Homegrown nel quale si segnala l’ottimo affiatamento del duo ritmico Colt/Cartellone a Ready to Fly, struggente ed intima ballad (ottimo solo di chitarra).

Non può mancare un tributo al blues del delta, pur se elettrico e moderno; a questo proposito giunge Mississippi Blood. Spruzzata “hendrixiana” per Good Teacher  che tracima nel più puro Skynyrd sound.

Forse non diventerà una cult-song ma Something to Live for possiede tutti gli attributi per andarci vicino ! Bellissima ballad nella quale un arrangiamento curato, una voce che spacca e inserimenti classici ma preziosi delle chitarre conducono il brano ad ottimi livelli.

Life’s Twisted e Nothing Comes Easy sono tracce tipiche del repertorio che probabilmente niente aggiungono ma sono entrambe ben suonate e girano allegramente, senza intoppi. Così come Honey Hole che però ha una marcia in più; bella costruzione del pezzo, sufficientemente variato, e ottima resa di tutta la band.

Sulle note del dobro di Medlocke Start Livin’ Life Again conclude l’album in maniera soft, con la voce di Van Zant jr molto ispirata.

Non per denaro nè per fama ma per amore della musica e con ancora tanta voglia di suonare. Dopo un numero imprecisato di tragedie vissute gli Skynyrd si sarebbero dovuti dissolvere; insistono invece, sono ancora in giro per il mondo a fare date e a proporre la loro musica. Che non sarà innovativa, forse sarà troppo legata a certo tempo e stile ma della quale io, personalmente, sento ogni tanto ancora maledettamente il bisogno.

Max

 

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